Diritti negatiVivere nella casa europea vuol dire sentirsi liberi

Il sottosegretario agli Affari Esteri Ivan Scalfarotto chiede delucidazioni al governo ungherese su una legge che, tra le altre cose, rende immodificabile il sesso di nascita e vieta cambio legale di genere per persone transgender e intersex

ATTILA KISBENEDEK / AFP

Il 30 marzo scorso il Parlamento monocamerale ungherese o Assemblea nazionale ha conferito, come noto, pieni poteri al primo ministro Viktor Orbán, dopo che questi l’11 marzo aveva proclamato lo stato d’emergenza per il Covid-19. Stato d’emergenza che, secondo quanto annunciato l’altro ieri dal capo di gabinetto del premier, dovrebbe cessare il 20 giugno insieme con la revoca dei poteri speciali da parte del Parlamento.

Il condizionale è d’obbligo data la maggioranza dei due terzi detenuta da Fidesz (ben 116 seggi) e dal partito di coalizione Kdnp in seno all’Országgyűlés.

Orbán, che ha governato in questi mesi l’Ungheria a colpi di decreti (180 in tutto quelli firmati), ha spinto anche per l’approvazione della maxi legge – ribattezzata salátatörvény o legge insalata – e la non ratifica della Convenzione d’Istanbul da parte del Parlamento. L’una e l’altra rispettivamente presentate dal vicepremier Zsolt Semjén e dal deputato Lőrinc Nacsa, entrambi componenti di Kdnp.

Tra i tanti punti controversi del testo di legge (T/9934) anche l’ormai noto articolo 33 sul dato anagrafico immodificabile del “sesso di nascita” e del conseguente divieto di cambio legale di genere per persone transgender e intersex che, nonostante le reazioni internazionali (è intervenuta anche la Commissaria per i diritti umani del Consiglio d’Europa, Dunja Mijatović), è stato approvato dall’Assemblea nazionale il 19 maggio.

L’articolo 33 e la non ratifica della Convenzione d’Istanbul sulla prevenzione e lotta della violenza contro le donne sono stati oggetto della conversazione telefonica, intercorsa ieri tra il sottosegretario agli Affari Esteri e alla Cooperazione internazionale, Ivan Scalfarotto, e il suo omologo ungherese alla Giustizia, Janós Bóka, Segretario di Stato per l’Unione europea e la Cooperazione giudiziaria internazionale.

Sottosegretario Scalfarotto, mezz’ora di conversazione telefonica con Janós Bóka. Che cosa l’ha spinta ad affrontare temi come il cambio legale di genere e la violenza sulle donne?

Le notizie recenti provenienti da Budapest dove, in piena pandemia e poteri eccezionali attribuiti al Capo del Governo, il Parlamento ha stabilito di non ratificare la Convenzione di Istanbul e di introdurre la nozione di “sesso alla nascita”, che sembra fatta apposta per limitare il riconoscimento e i diritti delle persone trans, hanno suscitato preoccupazione e dibattito in Italia come nel resto d’Europa.
Ho voluto sentire il mio collega ungherese alla Cooperazione europea sui temi di giustizia, János Bóka, per esprimergli la grande attenzione degli italiani sui temi dei diritti e delle libertà individuali nella casa comune europea e chiedergli delucidazioni su due decisioni che sono oggettivamente fonte di preoccupazione.

Convenzione d’Istanbul e violenza di genere: quale le motivazioni addotte per non promulgare un atto così importante del Consiglio d’Europa?

Per il Segretario di Stato la legislazione ungherese contiene già in sé tutti gli strumenti necessari per combattere la violenza contro le donne, ragion per cui il Parlamento di Budapest ha ritenuto che la ratifica della Convenzione di Istanbul da parte loro non sarebbe necessaria.

Articolo 33 e divieto di cambio legale di genere per le persone trans: quale la risposta data?

La risposta che mi è stata data in questo caso è che il Parlamento ha ritenuto di dover definire la nozione di “sesso” contenuta nel certificato di nascita. Tuttavia, il Segretario di Stato Bóka ha tenuto a sottolinearmi che l’Ungheria è consapevole dei suoi obblighi internazionali in materia, e in particolare da quanto previsto dalla Convenzione europea sui Diritti dell’uomo e dalla giurisprudenza delle Corti internazionali, per cui non ci sarebbe, da parte di Budapest, alcuna volontà di limitare il diritto al cambiamento di genere.

Lei ha mosso obiezioni e qual è stata l’impressione complessiva riportata?

Dato che il mio interlocutore ha insistito sul fatto che questa nuova nozione di “sesso alla nascita” sarebbe rilevante in particolare per la redazione del certificato di nascita e che non è intesa a impedire il riconoscimento dell’avvenuta transizione di genere, ho evidentemente posto la domanda sulla possibilità di ottenere nuovi documenti corretti (quali passaporto e carta d’identità) dopo il completamento della transizione.

Ho spiegato che questo è il punto centrale della questione: se, al di là delle annotazioni del certificato di nascita, chi attraversi una procedura per la riassegnazione di genere possa al termine della stessa vedersi riconoscere legalmente la propria identità, e vivere, lavorare, viaggiare senza che vi sia alcun disallineamento tra la propria persona e i documenti che la identificano.

Sfortunatamente, su questo punto così importante il collega ungherese non ha potuto darmi subito una risposta. Passaporto e carta d’identità sono documenti sono rilasciati da altri ministeri, non dal ministero della Giustizia, mi ha detto, quindi fuori dalla sua competenza. Mi ha tuttavia assicurato che mi fornirà maggiori delucidazioni sul tema non appena possibile e siamo rimasti d’accordo che ci risentiremo appena sarà in grado di darmi una risposta. Farò seguito al suo impegno, così da poter avere una piena comprensione della portata di una novità legislativa che tanta inquietudine a suscitato, anche a livello istituzionale, in tutta Europa.

Sottosegretario, a suo parere, che cosa dovrebbe fare l’Italia e, più in generale, Ue e Consiglio d’Europa nei riguardi di un Paese in cui lo scivolamento verso forme autoritarie nonché lesive dei basilari diritti umani è innegabile?

La Commissione europea ha già aperto una procedura (ex articolo 7 del Trattato di Lisbona) nei confronti dell’Ungheria per le potenziali violazioni dello stato di diritto e dei valori di democrazia e libertà e che sono denunciate in quel Paese. Io credo che al di là delle procedure europee, spesso piuttosto farraginose e dagli esiti purtroppo sempre assai incerti, sia necessario far presente a tutti gli Stati europei che la vita comune nell’Unione europea comporta una grande attenzione delle opinioni pubbliche di ciascuno Stato circa la salute della democrazia e delle libertà civili in tutti gli altri Stati.

L’ingresso nell’Unione è condizionato a regole molto rigorose di rispetto dei valori democratici dei Paesi candidati: il fatto che le verifiche formali da parte delle istituzioni, una volta che si sia entrati nel “club”, diventino purtroppo meno ficcanti non vuol dire che l’attenzione e il controllo sostanziale da parte dei nostri concittadini si affievolisca. Né gli ottimi rapporti bilaterali che intercorrono con tutti i nostri partner europei – Ungheria, nostro importante partner commerciale, inclusa – possono diventare una ragione per non condividere apertamente eventuali differenze, anche profonde, di visione: l’amicizia, nei rapporti internazionali e non solo, implica necessariamente la franchezza.

Direi anzi che il fatto di vivere nella stessa casa europea, una casa nella quale – ricordiamolo – i nostri cittadini possono muoversi e stabilirsi liberamente, ci mette doverosamente nelle condizioni di informarci a vicenda delle preoccupazioni e delle inquietudini che certe scelte di politica interna possono creare nelle coscienze e nel sentire dei nostri vicini. Ogni decisione che potenzialmente indebolisce la qualità della democrazia in uno dei Paesi dell’Unione, indebolisce la qualità della democrazia in tutta l’Unione. Per questo ci riguarda tutti, al di là delle frontiere e delle appartenenze nazionali.

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