Momenti trascurabiliLa vera fase 2 comincia il 19 maggio, quando Einaudi pubblicherà il nuovo libro di Francesco Piccolo

È il terzo “Momenti”, dopo la trascurabile felicità e la trascurabile infelicità. Ti cattura perché lo scrittore casertano scrive le cose che avevi pensato anche tu, ma tu ci avresti fatto solo un tweet raccogliendo qualche centinaio di cuoricini, mentre lui ci fa un libro da classifica

Ina FASSBENDER / AFP

Nessuno sa niente. Lo diceva William Goldman, sceneggiatore di robetta come “Il maratoneta” e “Tutti gli uomini del Presidente”, a proposito del grande tema che manda al manicomio e in bancarotta chiunque ci metta i soldi: come si fa a fare un prodotto di successo?

Nobody knows anything, nessuno sa se una cosa funzionerà, e quanto, e perché. Lo diceva in tempi normali, figuriamoci in epoca pandemica.

La verifica dei successi in pandemia è uno sport frustrante. Ogni giovedì, l’editoria italiana chiusa in casa scorre i dati di vendita dei libri e scuote la testa perché nessuno sa niente. L’avresti detto tu che il libro sui virus fatto apposta per l’occasione non se lo sarebbe filato nessuno? E quello delle sardine? La gente voleva epidemie pregresse, per quello si vende “Cecità”?

Eppure ci sono indizi di trascurabile normalità: continuano a vendersi i gialli, gli Harry Potter, la Ferrante. Quelli che nella moda si chiamano i continuativi, le bustine di nylon di Prada che trovi in qualunque stagione e in coincidenza di qualunque collezione. Le saghe, i Carofiglio, i libri di ricette.

La vera data di ritorno alla normalità non è quella in cui possiamo uscire, ma con la mascherina; in cui riaprono i ristoranti, ma occupando un tavolo ogni quattro; in cui puoi andare a casa di tua cognata a girare il rifacimento di Parenti serpenti. La vera data del ritorno alla normalità è il 19 maggio, giorno in cui Einaudi pubblicherà “Momenti trascurabili”, il nuovo libro di Francesco Piccolo. 

Ci sono due Francesco Piccolo. Uno è quello che vince lo Strega, sceneggia Nanni Moretti, se gli chiedi un ricordo d’infanzia ha subito pronti i funerali di Berlinguer. E uno è quello che evoca il titolo di quel saggio di Bonami sull’arte contemporanea: “Lo potevo fare anch’io”. Leggi la cosa che hai sempre pensato sullo sfuggire all’inferno del cacao sul cappuccino, e pensi quel che pensava Guccini di quella canzone di Vecchioni: «Maledizione, perché non l’ho scritta io?».

Il secondo Piccolo scrive le cose che avevi pensato – quanto sia scocciante accettare il trattamento dati per ogni sito che vuoi visitare, quanto non s’impari mai a non accettare un impegno tra un anno pensando manchi una vita ma poi un anno vola – ma tu ci avresti fatto un tweet raccogliendo qualche centinaio di cuoricini, lui ci fa un libro da classifica.

C’è una battuta attribuita a Lucio Presta, manager televisivo di Bonolis e di Benigni, che fa così: «Noi dobbiamo passare alla cassa, mica alla storia». Il secondo Piccolo è il Piccolo che passa alla cassa. O almeno: così era in tempi normali.

Questo è il terzo “Momenti” del secondo Piccolo; dai primi due, l’anno scorso è stato tratto un film. Sono libri di, appunto, cacao sul cappuccino e file dal benzinaio, così privi di trama che sembrava impossibile farne film; ma quando un oggetto editoriale è di successo tutto è possibile, anche trarne una sceneggiatura su un tizio che s’interroga (come tutti noi) sulla luce del frigorifero (si spegnerà quando lo chiudo?), e farlo morire al primo minuto per dargli una qualche gravitas.

Il primo Piccolo – quello con la stima, i premi, e persino la trama – chissà perché nessuno lo porta al cinema: “La separazione del maschio” sarebbe un Muccino perfetto.

Nessuno sa niente, neppure se in tempi anormali possa vendere il Piccolo che celebra la normalità. «La domenica, qualsiasi posto tu voglia raggiungere, non puoi. Tra te e quel posto c’è sempre una maratona» è uno dei pensierini di “Momenti trascurabili”. È, in questo periodo, un’osservazione così antistorica che forse è la cosa più coraggiosa che si potesse fare.

È così elogio della normalità che persino quando in un capitolo illustra il criterio hanniballecteriano del desiderare ciò che si vede – «Mi piacciono tutte le donne che vivono nel mio quartiere. Tutte, nessuna esclusa: giovani, anziane, alte, basse, belle, brutte, simpatiche o dal pessimo carattere. Mi piacciono anche quelle che non mi piacciono. E invece, man mano che abitano più distanti, mi piacciono di meno» – non pensi «ah, la prossimità, i duecento metri, il congiunto sul pianerottolo», ma sei certa stia descrivendo l’indolenza di noi che eravamo pigri da prima. Se niente è normale, e tutti prendono appunti per scrivere il libro definitivo sull’anormalità, forse la rivoluzione è far finta di essere sani.

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