Il dibattito de LinkiestaCongelare la globalizzazione finanziaria per salvare il debito pubblico

In passato le crisi economiche sono state combattute, come nel secondo Dopoguerra, favorendo la crescita dell’economia reale: ed è la direzione opposta a quella che aveva preso il mondo prima del coronavirus

Pixabay

Prima dell’arrivo del coronavirus la globalizzazione stava rallentando. Con l’arrivo del coronavirus sono esplosi i debiti pubblici. Nel mondo ante virus la Cina non poteva diventare la potenza egemone, nonostante la crescita. Nel mondo post virus si ha una gran crescita del ruolo degli Stati, nei paesi liberali. Il gran debito pubblico che si sta formando potrà rientrare congelando in parte la globalizzazione in campo finanziario.

Il mondo prima del virus

Già qualche mese fa la globalizzazione stava rallentando, ma non mostrava un cambio di tendenza perché gli scambi commerciali continuavano a crescere più dell’economia mondiale. Un rallentamento iniziato prima che emergesse, con Trump, il contenzioso sul commercio internazionale.

L’aspetto davvero rilevante della globalizzazione ante virus, però, è il mutamento del centro di gravità. Nel 2000 al centro degli scambi mondiali si trovavano la Germania, il Giappone e gli Stati Uniti. Nel 2017 la Cina è emersa con un peso uguale a quello della Germania, e maggiore di quello degli Stati Uniti e del Giappone.

Dalla globalizzazione economica passiamo a quella politica. L’emersione della Cina metteva (e mette) in discussione l’egemonia degli Stati Uniti? C’è chi intravede nel rafforzamento delle autocrazie – soprattutto la Cina, ma anche la Russia, l’Iran, e la Turchia – una sfida mortale all’egemonia occidentale. Secondo altri la sfida potrebbe non essere mortale.

I Paesi illiberali avrebbero – secondo questo punto di vista, quello “non mortale” – un peso sempre maggiore nell’economia mondiale rispetto a quelli liberali – ancora ricchi in termini assoluti, ma meno ricchi di prima in rapporto ai paesi emergenti.

Nel caso dell’emergere relativo dei Paesi illiberali, quelli liberali tornerebbero dov’erano, ossia intorno alle rive del Nord Atlantico, in Giappone, e nell’emisfero australe, insomma dov’erano fino alla fine degli anni Ottanta.

In altre parole, avremmo un mega ciclo politico, partito con la vittoria delle democrazie nelle due guerre mondiali (calde), allargatosi con la vittoria nella terza guerra (fredda), che è tornato al punto geografico e politico della guerra fredda, proprio per l’emergere degli sconfitti (i due giganti ex comunisti) e dei loro imitatori (le autocrazie minori).

Il maggior ruolo relativo dei Paesi illiberali non implica che il maggiore fra loro diventi una potenza davvero capace di sfidare gli Stati Uniti. L’implicazione della risposta è della massima importanza: se, infatti, la Cina non è una vera potenza emergente, come fu prima la Germania del Secondo Reich e poi quella nazional-socialista, allora non ha senso uno scontro esistenziale.

Per contenere la Cina dovrebbe bastare una maggior presenza statunitense in Asia, e poche altre opzioni: ad esempio frenare la costruzione della Via della seta e bloccare la diffusione della tecnologia cinese di alto livello.

Lo scetticismo sulla potenza cinese si articola in due considerazioni economiche, e in una militare.

Prima considerazione: domina l’idea che la crescita inesorabile del Pil cinese porti alla potenza. Il Pil di un paese come la Cina con una massa sterminata di contadini non porta per sé a diventare una grande potenza, perché questi ultimi producono molto, ma consumano molto in rapporto alle risorse da loro generate, quindi, alla fine, non producono abbastanza (ossia, un surplus consistente per tutti gli altri settori) per gli scopi di proiezione di potenza.

Seconda considerazione: ancora oggi sono numerosi quelli che subiscono il fascino delle economie dirette dallo Stato. In Cina abbiamo soprattutto il traino delle infrastrutture il cui ulteriore ampliamento mostra la corda. Emergono infatti nuovi limiti alla costruzione di infrastrutture e di nuove città. Si immagini una quarta corsia di autostrada aggiunta alla terza, con la quarta finanziata a debito, ma con un numero di veicoli in transito invariato. Il finanziamento finirebbe per mordere, perché gli introiti da pedaggi non aumentano. Oppure il credito per la quarta corsia, pagato a singhiozzo, o mai pagato, è comunque uno spreco, perché potrebbe essere utilizzato in un altro modo.

Passando, infine, alla parte militare, gli Stati Uniti confinano con due oceani e con due paesi di assai modesto peso militare, come il Canada e il Messico. La Cina, invece, confina, oppure è vicina, a molti Paesi, alcuni di un certo peso militare, come l’India, il Giappone, e il Vietnam. La difesa delle sole frontiere – a differenza di quanto avviene per gli Stati Uniti – impegna un terzo della spesa militare cinese. Gli Stati Uniti, non dovendo difendere le frontiere, possono dominare i mari.

Il mondo post virus

Ormai tutti (o quasi) gli osservatori e tutti i Paesi liberali sono a favore dell’intervento pubblico nel combattere il coronavirus. Intervento che si articola come acquisto di titoli del Tesoro da parte della Banca Centrale e come spesa statale in deficit. Lo scopo è il salvataggio delle imprese e la distribuzione di un reddito a chi ne ha necessità. Quel che è poco dibattuto è se questo intervento sarà o meno temporaneo.

La storia mostra che, una volta che l’intervento pubblico si materializza, specie se questo avviene in seguito a un evento grave come una guerra o, come forse avverrà oggi, per una pandemia, alla fine rientra, anche se dopo molto tempo.

Si ha questo andamento perché si formano delle forze – politiche, economiche, sociali – che trattengono l’intervento pubblico sul maggior livello raggiunto.

Avremo dei debiti pubblici di dimensione simile a quelli che si formavano per finanziare le guerre. Questi debiti in qualche modo vanno ridotti per non pesare troppo, una volta passata la crisi. Come potrebbero pesare troppo altre spese necessarie, frenate per ripagare gli interessi sul debito e come maggiori imposte sempre per ripagare il debito.

Il dibattito sul controllo dei maggiori debiti non verte più sul taglio della spesa e/o sull’aumento delle entrate, come accadeva una decina di anni fa quando si poteva seguire l’opzione della “austerità“, ma su altre combinazioni.

Una possibile strategia, che poi non è altro che la ripresa di quella che ebbe un gran successo dopo la Seconda guerra, è la “repressione finanziaria” combinata con una grande crescita.

La repressione finanziaria si aveva perché le banche erano obbligate a detenere quote di debito pubblico con dei tassi compressi, inferiori al tasso di inflazione, e si aveva perché era congelata la mobilità dei capitali, in modo che il risparmio fosse prigioniero e con rendimenti reali nulli nel Paese d’origine. L’uscita dal debito del secondo Dopoguerra si muoveva, quindi, in direzione contraria a quella della globalizzazione finanziaria oggi in vigore.

La gran crescita, infine, era il frutto dell’urbanizzazione e dell’istruzione di massa, due motori che spingevano nella direzione di una economia più ricca. Questi due andamenti oggi mancano.

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