Vite da influencerLa fase due di piazzisti e illusionisti di Instagram

La chiusura di parrucchieri e centri estetici costringe a rinunciare ad alcune routine, ma dalle dirette social si scopre che quella tinta e quelle unghie spacciate per home-made non possono che essere state curate da qualcuno del mestiere

FRANCOIS GUILLOT / AFP

Instagram è un ritrovo di piazzisti e illusionisti. Hanno tutti qualcosa da venderti: un atollo delle Maldive, un abbonamento a una nuova piattaforma, una barretta dietetica. E sono tutti impegnatissimi a illuderti d’essere privilegiati: gente che quella suite a sei stelle può permettersela, mica gente che ha emesso fattura in cambio di cinque post nei quali fotografarsi in una suite a sei stelle che non pagherebbe mai coi propri soldi.

La fase due, in cui riaprono le birrerie ma non i parrucchieri, è quella in cui le piazziste di Instagram ci vendono le tinture casalinghe. Quelle che ti macchiano la pelle: perché sulla candeggina c’è scritto di non berla e sulle tinture casalinghe non c’è scritto di mettere la crema grassa sulla pelle vicina alle radici dei capelli, mica mi vorranno dire che in decenni di parrucchiere dovremmo averlo appreso vedendolo fare, con questo criterio decenni di cocktail bar ci avrebbero insegnato che la candeggina non è un ingrediente. Quelle che vengono sempre più scure di quel che c’è scritto: la crema grassa, i due toni più chiari che devi comprare: quante diavolo di cose bisogna sapere per farsi la tinta a casa. Quelle che dovrebbero essere la nuova normalità, sebbene provvisoria. Figuriamoci.

Su Instagram sei influencer anche se sei convinta di fare un altro mestiere. I tuoi film possono aver concorso a Cannes, i tuoi libri allo Strega, la tua faccia essere stata sulle copertine delle riviste patinate sin da quando ci connettevamo coi modem col fischio: se tenti di piazzarmi un prodotto su un social, sei influencer. La prima volta che ho visto una tizia tentare di vendermi una tintura casalinga, il mio secondo pensiero è stato: andavamo dallo stesso parrucchiere.

Era l’inizio di questo secolo, lei era ovviamente già famosissima e bellissima, lui era il parrucchiere dal quale andavano tutte quelle che a Roma erano famosissime e bellissime (più qualche conduttore della tv di qualità, e qualche imbucata, cioè io). Fuori dal salone, c’era qualche paparazzo e molti modem col fischio.

Prima della fase piazzista, c’è quella fascia. L’ho visto fare a tutte, conduttrici, scrittrici, donne che lavorano con la loro immagine dalle più diverse angolazioni: nelle dirette Instagram hanno tutte la fascia che copre la ricrescita della tinta. (Una volta, le aspiranti anticonformiste nelle autobiografie scrivevano «Mai stata a Capalbio»; adesso: «Mai fatta una diretta Instagram»).

Quando dalla fascia torni a un colore decente, tenti di vendermela come tintura casalinga, ma quando io ti vedo fingere soluzioni economiche il mio primo pensiero è: quindi quel parrucchiere che una volta condividevamo è venuto a casa tua di nascosto. Non è che io sia particolarmente diffidente, ma so distinguere un colore fatto da uno del mestiere da un rosso menopausa comprato a otto euro e novantanove.

Non volevo fare troppe telefonate, mi sarebbe dispiaciuto sembrasse volgare giornalismo investigativo, quindi ho raccolto solo confessioni spontanee. Da Roma, M. dice che non ha mica chiuso niente. Ricevono di nascosto, vengono a domicilio. Lei, spiega senza il minimo imbarazzo, non è stata neanche un giorno senza manicure fatta.

Sempre da Roma, C. dice che anche lei potendo violerebbe le regole, ma la sua parrucchiera vive in Umbria, e non se la sente d’attraversare il confine. Anche la mia amica V. vive in Umbria, e avrebbe il parrucchiere a Milano, il che la lascia stizzita e crespa: l’interregionalità delle cure estetiche era un problema sociale che finora mi era sfuggito, abbiamo scritto tanto della deportazione degli insegnanti e niente del pendolarismo dei parrucchieri.

S., a Milano, ha lasciato un bigliettino sotto la porta della manicure. Quella ha risposto con un messaggio con scritto «Ci siamo organizzando». Non abbastanza vago per essere Radio Londra, ma meno chiaro del «Ci vediamo martedì alle nove, entra dal retro», che le sarebbe piaciuto.

Ci vorrebbe un’Amalia Jovine, che preciso essere la moglie del protagonista di “Napoli milionaria”, quella che organizzava la borsa nera, solo perché non dobbiate umiliarvi a lasciar traccia delle vostre lacune nella cronologia di Google. Certo, il caffè alla borsa nera era più caro, ma la riapertura legale dei parrucchieri non sarà meno classista.

Se siete mai andate da un parrucchiere dei ricchi, quelli con una cliente ogni cento metri quadri, un silenzio zen, le poltrone che ti massaggiano, e riviste solo in francese, saprete che non avranno problemi nella fase tre. Sono le cinesi da cui mi facevo le mani io, quelle che in trenta metri stipavano dieci clienti assai felici di stiparsi, che non riusciranno mai a far quadrare i bilanci con le nuove regole.

Tra l’altro hanno chiuso molto prima degli altri, nella fase zero, quella in cui davamo tutte le colpe ai monatti d’oriente. Hanno chiuso per non farsi linciare, e ci hanno lasciate qui, bianche ma con lo smalto scrostato. Chi avrebbe mai previsto che tra i guasti del razzismo ci fossero le pellicine secche.

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