Cancelletto CultureLa mano invisibile dell’incoraggiamento, ovvero l’economia creata dal virus

Non torniamo ad abbracciarci, per favore: torniamo normali. Gli #andràtuttobene scritti sui social, sui cartoni della pizza, sui bicchieri di carta del caffè non aiutano. Soprattutto, torniamo a mangiare nei ristoranti che ci piacciono perché ci piacciono, non per dovere

Il 6 marzo scorso sono andata a pranzo al Ratanà. Non è un evento eccezionale – non cucino a casa, mangio lì molto spesso – e non è neppure una notizia, se non lasciamo che a elevarla a tale sia il dettaglio che un paio di giorni dopo i ristoranti hanno chiuso (tranne quelli che fanno servizio di consegna). 

M’è tornato in mente l’altroieri, guardavo uno sceneggiato televisivo in cui lei diceva a lui, dopo che si erano lasciati, che se avesse saputo che l’ultima volta che avevano fatto l’amore era l’ultima si sarebbe adoperata per renderla speciale, e ho pensato: Se io e S. avessimo saputo che era il nostro ultimo pranzo al bancone di Cesare, ci saremmo fatte almeno una foto. (Se vai al ristorante e nessuno su Instagram se ne accorge, ci sei andata davvero? Ma soprattutto, nell’epoca in cui Google ha reso la nostra memoria un gruviera: senza una foto come fai a sapere cos’hai mangiato due mesi fa?). 

Ci ho ripensato ieri sera, quando un fattorino m’ha consegnato un hamburger delizioso: sopra il sacchetto, il ristorante che me l’aveva preparato (Burbee) aveva apposto un cancelletto affettuoso, #insiemecelafaremo. 

È l’economia dell’incoraggiamento, del «siamo sulla stessa barca», dell’«ordino dal ristorante non tanto perché non mi vada di cucinare quanto perché voglio aiutare gli esercizi commerciali in difficoltà», e il tizio che mi manda la pizza non mi sta solo vendendo un prodotto, mi sta dicendo che mi è vicino in questo momento difficile. Se avevi semplicemente fame, ti tocca comunque il carico emotivo. 

Non so se succeda anche in altre città, ma a Milano è tutto così, tutto cancelletti solidali e «dai, dai, dai» che sembra Netflix abbia programmato le repliche di Boris apposta per irridere tutto ’sto spirito di squadra in cui siamo tutti Apollo dall’angolo e nessuno un Rocky che rischi di vincere, tutti Oriali e nessuno cui passare la palla per finalizzare il gioco. 

Non essendo attentissima agli slogan con cancelletto, in linguaggio moderno detti «hashtag», #andràtuttobene l’ho visto per la prima volta l’11 marzo: me l’avevano scritto sul bicchiere del cappuccino quelli di L’americano che amava le brioche; quando me l’hanno consegnato ho pensato fosse un’idea loro, quella frase da infermiere psichiatrico di fronte a paziente scalmanato. 

Frase che ormai ha un portato internazionale grazie a Nicole Kidman, sex symbol medio riflessivo che ieri s’è instagrammata con libri d’italiano per stranieri forse rubati ai figli (la fotogenia della didattica scippata a distanza) e, subito prima di suggerire d’ascoltare «la canzone» “Nessun dorma”, ha spiegato che in Italia si porta molto «andrà tutto bene», evitando però di suggerirne l’ascolto in versione giamaicana (Every little thing’s gonna be alright, assicurava Bob Marley ben prima dei cancelletti e delle quarantene). 

Comunque: quel 6 marzo io e S. ci eravamo scritte non, come al solito, che avevamo voglia di andare al Ratanà, ma che bisognava andarci. Avevano chiuso la settimana precedente, e poi riaperto (erano quelle settimane in cui non si sapeva bene cosa fare, non c’erano regole, le paure erano soggettive, Zingaretti faceva aperitivi sui Navigli e nessun sindaco lo rampognava). 

Però nei dintorni un sacco di uffici avevano già concesso ai dipendenti di lavorare da casa, e quindi i ristoranti in pausa pranzo erano semideserti. Ero stata a pranzo al Ratanà un paio di giorni prima, ed era semideserto, un posto che di solito è affollato come fosse sempre la terza settimana di dicembre. Ci eravamo scritte: dobbiamo tornarci, poverini. 

Ci ripenso adesso, che il Ratanà è ancora chiuso e non so dove pranzare e mi tocca ordinare hamburger a domicilio, e mi chiedo se non sia una cosa orrenda, questo approccio in cui i ristoratori inviano cancelletti ai clienti e i clienti sospirano «poverini» dei ristoratori: andare in un posto non perché ti fa piacere ma perché non vuoi che falliscano non è come ridere a una battuta brutta per incoraggiamento, come uscire una seconda volta per pietà con uno con cui la prima volta sei quasi morta di noia?

Non torniamo ad abbracciarci, per favore: torniamo normali. Torniamo, quando riapriranno, a mangiare nei ristoranti che ci piacciono perché ci piacciono, non per dovere di sostegno all’economia. Vale per tutti, tranne per i (moltissimi) posti milanesi in cui pescinfacciano abitualmente la clientela: loro, se passata la fase dei cancelletti affettuosi riaprissero con un nuovo kit di buone maniere, non sarebbe mica male. 

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