Chiacchiere e letteraturaVi fidate dell’intelligenza di chi ascolta le nostre intercettazioni? Io no

Gli investigatori sono umani ed è probabile che non sappiano fare il loro mestiere, e soprattutto non sanno chi sei, non riconoscono i tuoi toni o i tuoi riferimenti. Insomma, quello che diciamo può essere facilmente frainteso o non capito, col rischio di finire come Carlo d’Inghilterra

Cindy Ord / GETTY IMAGES NORTH AMERICA / Getty Images via AFP

Una delle frasi più famose della storia del Novecento viene da un’intercettazione. Anzi: da un’intercettazione mal sintetizzata. Ma a questo ci arriviamo poi, prima parliamo del rapporto morboso che abbiamo con le intercettazioni.

Anzi: prima parliamo di me, tanto per cambiare. Quando un maresciallo mi convocò per chiedermi conto di alcuni miei vecchi sms che aveva preso molto alla lettera ero, rispetto ad adesso, più giovane di otto anni.

Otto anni in meno trascorsi a ricevere lettere da lettori che non avevano mai sentito Bartali di Paolo Conte e quindi, se scrivi «i francesi che s’incazzano», protestano col giornale: devi proprio essere così maleducata, non puoi scrivere «arrabbiano forte?» (Non è un esempio di fantasia, non ho così tanta fantasia).

Otto anni in meno trascorsi sui social a scoprire ogni giorno di più che nessun segno è fatto per essere ricevuto da un pubblico indifferenziato, e che, se una cosa che scrivi la leggono i passanti, essi inevitabilmente equivocheranno, non coglieranno i riferimenti, ti prenderanno troppo alla lettera o non abbastanza.

Quando il maresciallo chiese che venissi processata perché, a un conoscente che voleva entrare nella posta d’un attore famoso (di cui, come di tutti i belli famosi da che Hollywood è Hollywood, i pettegoli dicevano fosse gay), rispondevo che probabilmente la password era “prenderlo nel culo” (siete fortunati a non avere il mio numero: sono un’interlocutrice volgarissima), e secondo il maresciallo questa risposta dimostrava che io ero in combutta col mio conoscente per appropriarmi delle password di gente famosa, non mi preoccupai.

Forse era incoscienza, ma poi è andata come doveva: cinque anni dopo, senza che avessi assunto prìncipi del foro o mi fossi presa il disturbo d’andare mai ad assistere a un’udienza (anche se la tentazione di fare un’entrata alla Alexis Carrington in quella puntata di Dynasty m’ha sfiorato), il pubblico ministero chiese che venissi assolta.

Nel frattempo quegli sms erano stati riportati ovunque, ovunque presi alla lettera rappresentandomi come una che complottava per scoprire password, e io avevo spesso pensato alla seconda settimana d’agosto del 2005.

Ero in una masseria in Puglia. Lo so non perché tenga un diario, ma perché ricordo quei risvegli meravigliosi in cui, prima ancora che mi portassero la colazione e i giornali (allora non c’erano i giornali sull’iPad), accendevo il telefono, e trovavo gli sms (allora non c’era WhatsApp) di chi mi riassumeva i passaggi migliori del feuilleton dell’estate: le intercettazioni di Anna Falchi e Stefano Ricucci.

Erano (sono) quelle di «furbetti del quartierino» e «froci col culo degli altri». Erano istantaneamente un classico della letteratura. Sì, la privacy, la non inerenza alle indagini, l’intromissione nell’altrui intimità. Ma: erano magnifiche.

Nel decennio successivo non potevo quindi lamentarmi se qualcuno si svagava con le trascrizioni dei miei ben meno spiritosi messaggi (chi s’accontenta gode così così). Quando Truman Capote disse che tutta la letteratura è pettegolezzo, sono certa che nella definizione di “letteratura” includesse le intercettazioni.

Gli avvocati scarsi e gli imputati colpevoli (e i giornalisti garantisti) hanno una cosa in comune: sono convinti che i pubblici ministeri complottino per mandare in galera innocenti. Un appartenente a una delle tre categorie vi direbbe che il maresciallo aveva capito benissimo che quelle nei miei sms erano battute, ma aveva voluto rinviarmi a giudizio lo stesso, chissà per quali oscure ragioni.

Sono certa che non sia così, e le ragioni per cui ne sono certa sono due. Una è che gli investigatori sono come il barista che v’ha fatto il cappuccino troppo caldo stamattina, come il commercialista che v’ha sbagliato il conteggio dell’iva la settimana scorsa, come il medico che non v’azzeccherà la diagnosi domani: sono umani, è statisticamente probabile che non sappiano fare il loro mestiere.

L’altra è che gli investigatori non sono diversi dai lettori di giornale o dai commentatori dei social o dai giornalisti di giudiziaria. Cioè: da quelli che non sono il tuo pubblico. Il tuo pubblico – sia l’amica con cui vai a cena, il conoscente cui mandi un messaggio, il lettore che viene a cercare le tue cose da leggere – riconosce i tuoi tic, i tuoi toni, i tuoi riferimenti. I tuoi segni.

Nel corso di quel processo, produssi una memoria difensiva a un certo punto della quale dicevo: «Nessuno dei giornali per cui lavoro mi chiederebbe mai di procurare una notizia di alcun genere, non essendo io portata a scovarle e riconoscerle».

Un mio lettore abituale avrebbe sorriso, avendo letto cento volte mie variazioni su «se vedo arrivare una notizia, io mi scanso»; un tapino pagato per scrivere di processi che può saperne dell’ironia e dei suoi registri, e infatti il giorno dopo un cronista giudiziario probabilmente col mito di Woodward e Bernstein scrisse che era inspiegabile io avessi deciso di sputtanarmi così. Non capiscono i toni i giornalisti, figuriamoci i marescialli.

Quando giovedì Michele Serra, nella sua Amaca su Repubblica, ha ripreso quel che aveva scritto Francesco Cundari su questo giornale, evocando scenari orwelliani in cui ogni italiano prima o poi si vedrà trascritto e decontestualizzato su un giornale, ho pensato che in Italia non si può fare la rivoluzione perché siamo tutti impegnati a citarci, ma non ho pensato alla vicenda in corso, quella delle intercettazioni delle conversazioni intorno alle nomine del Csm (che non ho letto perché non potranno mai essere all’altezza di quelle di Ricucci); non ho neppure pensato alle mie battute prese alla lettera da marescialli, cronisti, e lettori.

Ho pensato a «Voglio essere il tuo Tampax», uno dei più strabilianti letteralismi del Novecento. Nella conversazione tra Carlo d’Inghilterra, allora sposato con un’altra (è il 1989), e Camilla Parker Bowles, allora sua amante clandestina, c’è una forte componente erotica, ma c’è anche un favoloso umorismo inglese, di quello che loro chiamano deadpan (la battuta detta seriamente, senza ammiccamenti, senza venire incontro all’ascoltatore letteralista, sia egli maresciallo o cronista).

Insomma, dopo essersi detti quanto hanno bisogno l’uno dell’altra con più frequenza di quanto stia avvenendo, Carlo dice «Verrò a vivere dentro i tuoi pantaloni, così sarà tutto più semplice», Camilla risponde «Come farai, ti reincarni in un paio di mutande?», e Carlo replica «Con la mia fortuna, in un Tampax».

C’è anche una battuta successiva: Carlo, con la sua fortuna, s’aspetta di finire gettato nel water e continuare a girare a vuoto senza riuscire a venire scaricato. Insomma, quel dialogo è un testo del quale Harold Pinter ha probabilmente pensato «Maledizione, perché non l’ho scritto io». E la storia del Novecento l’ha ridotto a «vorrei essere il tuo Tampax».

Quindi, che siate magistrato, cronista, Ricucci, Soncini, consolatevi: poteva andarvi peggio, avreste potuto essere Carlo d’Inghilterra; la vostra battuta sarebbe stata scempiata per decenni e voi non avreste potuto neppure protestare su Facebook, giacché il galateo reale vieta precisazioni sugli assorbenti interni.

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