ItalexitIl Times vorrebbe l’Italia fuori dal Sei Nazioni «a beneficio della reputazione del torneo»

In un lungo editoriale, l’ex giocatore Stuart Barnes ha spiegato perché gli Azzurri non meriterebbero il posto nella competizione rugbistica più antica del mondo: gli scarsi risultati della Nazionale gli danno ragione, ma gli accordi prevedono la partecipazione almeno fino al 2024

Vincenzo PINTO / AFP

Sono passati più di cinque anni dall’ultima vittoria dell’Italia al Sei Nazioni, da quello storico 19-22 sul prato del Murrayfield Stadium di Edimburgo. Da allora nemmeno un successo per gli Azzurri al prestigioso torneo di rugby. Una motivazione sufficiente per escludere la formazione dal torneo, almeno secondo Stuart Barnes, ex nazionale inglese. In un lungo editoriale sul Times, Barnes ha spiegato di voler «buttare fuori l’Italia dal Sei Nazioni a beneficio della reputazione del torneo e della loro squadra. Perché in 20 stagioni, più un’altra tronca, ha ottenuto appena 12 vittorie in 103 partite, per una media di una ogni quasi nove match».

Le difficoltà degli Azzurri a competere con le formazioni britanniche e la Francia non sono mai state un mistero. Quest’anno, ad esempio, non è stata capace di segnare un singolo punto contro Galles ( per di più con un passivo di 42-0) e Scozia nelle uniche due partite giocate prima dello stop.

Proprio l’ultima partita, persa 17-0 con gli scozzesi, ha segnato uno dei punti più bassi della storia per l’Italia: venticinquesima sconfitta consecutiva nella competizione, la seconda volta nella storia del torneo senza sbloccare il punteggio in un match casalingo. Per Barnes «un chiaro segnale che il torneo ha bisogno di un sostanziale ribaltone», nonostante gli accordi presi per prolungare la partecipazione dell’Italia fino al 2024.

L’articolo del Times riporta poi le difficoltà iniziali della Francia durante le sue prime apparizioni al torneo rugbistico più antico del mondo. «Entrarò nel 1910 e prima di essere esclusa nel 1931 per la violenza del suo gioco aveva conquistato 12 vittorie in 17 edizioni della competizione: una media di un successo ogni cinque partite e mezzo, comunque superiore a quella dell’Italia». Inoltre i Bleus iniziarono a carburare intorno alla metà degli anni ’50, arrivando a conquistare diversi titoli (25 in totale, più di Irlanda e Scozia, l’ultimo nel 2010).

«I francesi hanno aggiunto brio e originalità al gioco del rugby», secondo Barnes, mentre l’Italia «non dà il minimo segnale di poter essere la Francia del XXI secolo e sta nel torneo solo perché trascorrere un fine settimana a Roma è meglio che a Bucarest o a Tbilisi».

Roma, citata nell’articolo di Barnes, non è solo la città che ospita le partite della Nazionale. È anche uno dei pochi luoghi d’Italia dove il rugby viene praticato e portato al livello d’élite. Tra le fila degli Azzurri attualmente nella rosa dell’allenatore Franco Smith, infatti, sono rappresentate appena nove regioni su venti: uno dei problemi storici della Nazionale è proprio quello di riuscire a produrre e sviluppare il talento dei suoi giocatori al di fuori delle aree dove ormai è radicato – vale a dire in Veneto, in parte in Emilia-Romagna e nella capitale.

Un problema che nemmeno le entrate dovute alla partecipazione al Sei Nazioni – si calcolano 25 milioni di euro fra distribuzione e indotto – è riuscito a risolvere: gli investimenti per provare a diffondere il gioco finora non hanno prodotto risultati, e il movimento rugbistico italiano ristagna.

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