Fuga da En Marche!Il partito di Macron ha perso la maggioranza assoluta all’Assemblea nazionale

Il presidente mantiene il controllo del Parlamento grazie ai propri alleati, ma le continue critiche da parte della sinistra moderata, che lo ha votato nel 2017 e oggi non si riconosce più nel suo progetto, sono un problema politico da affrontare. E gli pongono una questione seria: che fare del suo movimento?

Francois Mori / POOL / AFP

La République en Marche (LreM), il partito del presidente francese Emmanuel Macron, non ha più la maggioranza assoluta all’Assemblea nazionale. È il risultato di una lunga erosione, cominciata poco dopo il grande risultato alle elezioni legislative del giugno 2017, quando il partito del presidente aveva ottenuto 314 seggi (la maggioranza assoluta è 289). 

I deputati iscritti sono ora 288, dopo che martedì in sette hanno annunciato la loro decisione di lasciare il gruppo per formarne uno nuovo insieme ad altri ex macronisti. La nuova formazione, che si chiamerà “Ecologia, democrazia e solidarietà”, è composta da parlamentari considerati di sinistra e da tempo critici nei confronti di Emmanuel Macron, che ritengono abbia “tradito” il progetto originale di En Marche!, portando avanti una linea politica «troppo di destra».

Aurélien Taché, tra i più conosciuti, ha motivato la propria scelta in una lunga intervista concessa al Journal du Dimanche: «Il partito non può dare risposte nuove alla crisi, non è stato capace di costruire un corpus ideologico, di trovare delle convergenze con altri partiti o alleati nella società». 

Il presidente del nuovo gruppo, Matthieu Orphelin, molto vicino all’ex ministro dell’Ambiente Nicolas Hulot, che aveva lasciato la propria carica accusando Macron di non essere sufficientemente ambientalista, ha detto che Ecologia, democrazia e solidarietà «porterà al dibattito un nuovo slancio, nel metodo e nelle idee».

L’idea dei dissidenti non è tuttavia passare all’opposizione, quanto pesare sulle scelte della maggioranza. Una posizione che, potenzialmente, li mette in concorrenza con l’alleato tradizionale di En Marche!, il partito centrista Modem, che con 46 deputati garantisce a Emmanuel Macron un saldo controllo dell’Assemblea nazionale.

I Modem escono rafforzati da questa fase politica: prima erano importanti, adesso sono fondamentali. Marc Fesneau, ministro dei Rapporti con il Parlamento e dirigente MoDem, ha provato a minimizzare il nuovo peso del suo partito: «Non vogliamo dare inizio ad aste. Abbiamo delle sfide collettive immense per il futuro del paese, e ci guida lo spirito di responsabilità», per poi aggiungere, in un colloquio con il Monde, che la formazione del nuovo gruppo e la conseguente perdita della maggioranza assoluta da parte di En Marche «ha una valenza simbolica, certo, ma avrà un’incidenza assai minore: negli ultimi mesi, in termini di dichiarazione di voto, la maggior parte di chi ha lasciato En Marche aveva già smesso di seguire la linea del gruppo».

La scelta di questi deputati, tuttavia, manifesta il malessere di una parte dell’opinione pubblica di sinistra che aveva votato per Emmanuel Macron nel 2017 e oggi non si riconosce più nelle politiche portate avanti dal presidente.

Secondo le analisi dei flussi elettorali dell’istituto Ipsos, al primo turno delle presidenziali del 2017 il 47% degli elettori di François Hollande aveva scelto Emmanuel Macron, e secondo uno studio di OpinionWay, il 39% di chi l’aveva votato si definiva di sinistra. 

L’elettorato alle europee del 2019 cambia notevolmente: secondo le analisi di vari istituti di sondaggi pubblicate dal Monde il giorno dopo le elezioni, il 27% degli elettori che nel 2017 aveva scelto François Fillon (centro-destra) vota invece la lista di Macron, che ottiene un risultato simile a quello del 2017 (24%) proprio grazie all’elettorato di destra, che permette di compensare la “fuga” degli elettori più di sinistra. Il 14% di chi aveva votato Macron nel 2017 sceglie la lista dei Verdi, l’11% la lista socialista.

Macron è stato molto criticato dall’opinione pubblica di sinistra in questi primi anni di mandato, che gli ha rimproverato la fermezza nella regolazione dei flussi migratori, la poca disponibilità a un confronto con i sindacati durante le proteste per la riforma delle pensioni, la mancata attenzione alle questioni ambientaliste, e soprattutto la grande considerazione mostrata nei confronti delle imprese e coloro che più hanno beneficiato dalla globalizzazione, unita alla sostanziale indifferenza verso i lavoratori più in difficoltà.

Il duro scontro con i gilet gialli e le loro rivendicazioni ha ulteriormente alimentato l’immagine di un presidente attento soltanto all’elettorato ricco dei grandi centri urbani e distante dalla Francia periferica.

D’altronde già dopo un anno di presidenza il 76% delle persone interrogate dall’istituto Ipsos riteneva che la politica di Emmanuel Macron favorisse le categorie benestanti. Un giudizio netto. 

La nascita di un nuovo gruppo parlamentare all’Assemblea nazionale pone infine un problema politico al presidente: che fare del proprio partito? La République en Marche non è mai riuscita ad avere una vita autonoma nella società francese, non è un luogo di dibattito politico né è in grado di influenzare le decisioni del governo.

È possibile che la crisi del coronavirus riaccenda le divisioni ideologiche interne alla politica francese ed europea, ci saranno molti soldi da spendere ma idee molto diverse su come farlo e su cosa puntare per la ripartenza. Macron rischia di affrontare questa fase senza un partito strutturato in grado di aiutarlo a definire le proprie priorità anche grazie alla capacità di capire di cosa ha bisogno la Francia. Ed essere costretto a fare tutto da solo, come accaduto finora.

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