Una spesa è una spesa è una spesaMi mancano le scuse della fase zero, gli impedimenti della fase uno, mi manca tutto

Il capriccio giovanile era inseguire uno che diceva di non volermi, adesso invece sento forte nostalgia per quelle chat tra amici che tentano di comprare dodici uova e quelle conversazioni dedicate a idealizzare i supermercati che dicono di non volerti come gli amorazzi di gioventù

MIGUEL MEDINA / AFP

Una volta, quand’ero così giovane da ritenere la mia vita sentimentale interessante, mi feci mandare a intervistare una scrittrice il cui libro parlava della fine dell’amore solo per poterle chiedere del mio capriccio del momento.

Il mio capriccio del momento era uno che diceva di non volermi, e io ero abbastanza grande da sapere che se non mi avesse voluto non avrebbe passato le giornate a dirmi che non mi voleva, ma abbastanza piccola da decidere di ignorare i fatti per compiacermi del mio tormento (gli scienziati hanno calcolato che ci vogliono vent’anni per superare il trauma d’aver portato alla maturità “Cime tempestose”, e i miei vent’anni all’epoca non erano ancora scaduti).

Insomma, la tizia mi disse che avrei capito se fosse vero amore solo qualora egli avesse ceduto trasferendosi a casa mia, perché son buoni tutti a tormentarsi d’amore per uno che fugge, ma se te lo ritrovi in casa in ciabatte, e lo vuoi lo stesso, solo allora sai che. (Già a «trasferirsi a casa tua» avevo avuto una crisi di panico: quell’intervista fu una cura d’urto per il capriccio di stagione).

Che la tizia avesse capito gli esseri umani, cioè me, l’ho verificato in questi giorni di fase 2, in cui puoi andare sul sito di Esselunga e cambiare il giorno in cui t’arriverà la spesa a qualunque ora, non serve più mettere la sveglia alle quattro di notte per trovare fasce di consegna disponibili, e Eataly ha ricominciato ad avvisarti dell’ora alla quale consegnerà, e santo cielo come mi manca quella tensione atletica.

Mi mancano quelle chat tra amici che tentano di comprare dodici uova, quelle conversazioni dedicate a idealizzare supermercati che dicono di non volerti come gli amorazzi di gioventù, quelle discussioni infinite a interpretare un dettaglio, ma secondo te se a mezzanotte e cinque non trovo consegne aperte è perché non aprono più le disponibilità a mezzanotte o perché le altre sono state più veloci di me, quelle poco di buono.

Mi manca quella compulsione ad approfittarne quando finalmente sei riuscita a ottenere un carrello, adesso che sei mio ti riempio tutto, adesso che ti ho qui non ti mollo più, quel frigorifero strapieno di roba che va a male, cosa pensavo di farmene di tutto questo gorgonzola, perché ho comprato la mortadella sia da Cortilia sia alla Pam, se viene l’apocalisse ho abbastanza scorte di tonno per sopravvivere un secolo o due.

In verità vi dico: mi manca la fase 1.

Come coi capricci sentimentali, non me la sono davvero goduta, sento di non averne approfittato appieno (potevo comprare ancora più mortadella, quando finalmente trovavo una consegna disponibile alle sette di domenica mattina). L’ho passata a rimpiangere la fase zero.

La fase zero era quella in cui tutti andavate dappertutto, e il mondo si divideva tra quelli cui dire che no, avevo un urgentissimo impegno col mio divano, non potevo proprio lasciarlo solo, e quelli che mi sapevano e avevano smesso d’invitarmi.

Paolo Sorrentino ha diretto un numero di Vanity Fair dedicato alla fase 4, e dentro c’è Carlo Verdone che dice di non voler più girare come una trottola perché non sa dire di no a nessun invito. Ho subito pensato a una fase 5 in cui tenere seminari su come rifiutare gli inviti, nell’economia postvirus potrei arricchirmi.

Ma per ora siamo ancora alla 2, in cui la gente si fotografa su Instagram a fare aperitivi come nella zero, ma le presentazioni dei libri si svolgono in videoconferenza come nella 1. Ieri m’è comparso un annuncio d’imminente conversazione tra Baricco e Ilaria Capua.

Mi sono preparata a trovare una scusa per non uscire di casa e arrivare al teatro, come fossimo nella zero, poi mi sono resa conto che nella zero Baricco non si sarebbe mai incomodato per una virologa: eravamo nella 2 – dove, come nella 1, la dottoressa e l’incantatore di serpenti chiacchieravano nel mio monitor, sul mio divano. E io non dovevo cercare una scusa: potevo persino vederli in differita, se all’ora della diretta non m’andava.

Tuttavia la sindrome dell’arto fantasma – quella per cui se ti amputano una gamba quella continua a farti male anche se non c’è più, e se hai trovato scuse per non uscire per un decennio continui a cercarle anche quando uscire è vietato – non sparisce così facilmente.

Mi mancano le scuse della fase zero, gli impedimenti della fase uno, mi manca tutto.

I futurologi come Sorrentino, già col pensiero alla quindicesima fase, non lo capiranno, ma è un’inclinazione naturale, essere passatiste: al liceo, già mi mancavano i capricci sentimentali del liceo. E adesso mi mancano i pallini tutti rossi nelle consegne Esselunga: quando lo erano, era una soddisfazione impagabile l’eccezione di trovarne uno verde.

C’è lo stesso divario che separa i capricci di gioventù dagli amori adulti, e non importa se fosse solo una settimana fa: allora, comprare il latte era un’avventura, un trionfo della volontà, un percorso a ostacoli; adesso, una spesa è solo una spesa.

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