La maledizione della fase 2Conte avrà pure i giorni contati, ma la mutazione genetica della sinistra è compiuta

Nulla è rimasto fuori dall’abbraccio col populismo grillino, visto come un bacino di voti da conquistare a ogni costo: dall’Ilva alla prescrizione, dai conti pubblici ai migranti, dopo otto mesi, tutto è stato sacrificato a tale obiettivo

ANDREAS SOLARO / AFP

La crisi di governo di fatto preannunciata dal discorso di Matteo Renzi in Senato dimostra che la maledizione della fase due è come la regola dell’amico: non sbaglia mai. Che si tratti di fisco o di pandemia, di riaprire i parrucchieri, alzare l’età pensionabile o riformare la giustizia, dal momento in cui il governo in carica comincia a discuterne in quei termini, e dunque pronuncia le parole magiche, non c’è più scampo.

Sottovalutare Giuseppe Conte sarebbe però un errore. Non è da tutti andare al governo con Matteo Salvini, sottoscrivere i suoi decreti sicurezza, vedere persino il proprio partito gareggiare con lui in efferatezza, allo scopo di moltiplicare per tre o per quattro le multe a carico di chi salva vite in mare, e poi da un giorno all’altro ritrovarsi a guidare la maggioranza opposta (cioè l’opposizione fattasi maggioranza), senza cambiare una virgola di quei provvedimenti, e venendo pure incoronato dal segretario del Pd quale «punto di riferimento fortissimo di tutti i progressisti». 

Sta di fatto che oggi il punto di riferimento non appare più così forte. In compenso, sono scomparsi i progressisti. Ed è particolarmente triste dirlo oggi. A questo Primo Maggio, infatti, non mancheranno solo il lavoro e la piazza, che già non è poco, per essere la festa del lavoro. Mancherà anche, per la prima volta, la sinistra italiana, ormai fusa nell’abbraccio con i populisti grillini.

E senza residui, con la sua intera rappresentanza parlamentare, dal Partito democratico a Sinistra italiana, passando per Articolo 1 (Liberi e Uguali, il cartello improvvisato per portare questi ultimi oltre la soglia del 3 per cento, è stato di fatto già dismesso, come il suo leader presunto Piero Grasso). 

Nulla è rimasto fuori dal nuovo governo Conte, quel governo che è in carica ormai da otto mesi, e in otto mesi non ha ritenuto di toccare un solo comma di quanto stabilito da tutti i più truci provvedimenti del governo precedente, dai già ricordati decreti sicurezza a tutto il resto. E non lo ha fatto non perché la sua maggioranza non abbia avuto tempo, modo, occasione, ma perché – è ora di accettare la realtà – non ne ha avuto la volontà.

La scelta deliberata, da parte del Pd, è stata al contrario quella della fusione con il populismo grillino, visto come un bacino di consensi da conquistare a ogni costo. Tutto, ma proprio tutto, era sacrificabile a questo scopo: dalla politica economica alla giustizia, dall’Ilva alla prescrizione. Figuriamoci i migranti.

Se pensate che stia esagerando, fatevi un giro sulle pagine social del Partito democratico. Ormai persino la grafica, le scelte cromatiche e lessicali sono indistinguibili dai messaggi grillini, e gridano «vergogna» da tutti i post. Per chi non avesse voglia di controllare con i suoi occhi, riporto solo due esempi. Il primo risalente giusto alle 18.34 di ieri. Nella card postata su Facebook c’è un primo piano del leader leghista accompagnato dal seguente testo, ovviamente a caratteri cubitali: «Salvini incoerente, sotto la mascherina niente – Vergogna». 

La card del 28 aprile, invece, ritrae Giorgia Meloni in piazza, ed è accompagnata dal seguente testo: «Manifestano contro il lockdown – Ennesima pagliacciata». L’effetto è di una indicibile malinconia, almeno per il reduce ancora tenacemente attaccato a una diversa e probabilmente antiquata idea della sinistra italiana, dei suoi principi e della sua cultura politica. 

Quando a nessuno sarebbe venuto in mente di imitare la Casaleggio (o la Bestia salviniana) esponendo alla gogna virtuale l’ignoto sindaco di Filetto, comune in provincia di Torino: «Per questo sindaco l’emergenza non esiste – Inaccettabile». 

È vero, avevo detto che facevo solo due esempi e ne ho aggiunto un terzo, ma non ho resistito. Perché qui verrebbe proprio da usare un’espressione antica, e che personalmente ho sempre detestato, caratteristica di tante polemiche interne alla sinistra: mutazione genetica. Ma quelli erano, appunto, altri tempi. Altri slogan. Altri punti di riferimento. Altri progressisti.

 

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