Lo sbandamentoDate un’idea a Salvini, perché finora le ha sprecate tutte

Un articolo del leader leghista sul Sole 24 Ore dimostra in modo maldestramente frettoloso l’ansia di rientrare in gioco. Ha perso la strada tra un’iniziale volontà di cogestire la crisi e le velleità di piazza. Entrambe inconcludenti

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La ritirata di Matteo Salvini dal sovranismo anti-europeista è il segno del fallimento della sua strategia generale ma rischia, come quella di Napoleone da Mosca, di concludersi in una clamorosa disfatta politica. Se non ci fosse la firma del capo leghista l’articolo pubblicato ieri dal Sole 24 Ore sembrerebbe scritto da un economista liberale, ragionevole, sensato, attento all’Europa, tanto che è difficile attribuirne la paternità ad Alberto Bagnai o Claudio Borghi, due estremisti della nuova destra continentale, meno che mai a Antonio Maria Rinaldi detto “Bombolo”, passato sugli scranni di Bruxelles dopo una esilarante stagione televisiva.

Il pezzo di Salvini sarà frutto di ambienti forse esterni, escludendo che si tratti di farina del suo sacco: possibile che egli sappia che “il reshoring sarà in molti casi una scelta naturale”, come si legge a un certo punto dell’articolo? C’è da dubitarne: tutti sanno come uno dei problemi maggiori di Matteo Salvini sia l’ignoranza in campo economico.

Ma andiamo alla sostanza politica dell’operazione. Lo scritto salviniano dimostra in modo maldestramente frettoloso l’ansia di rientrare in gioco. Un gioco da cui la destra leghista è stata sostanzialmente espulsa, e non perché i “governativi” siano cattivi ma per il fatto che nell’emergenza-Covid la Lega ha progressivamente smarrito la strada.

Ha fatto tutto da sola, perdendosi fra una iniziale volontà di cogestione della crisi, ma dimostrandosi del tutto inconcludente (tanto è vero che dei famosi incontri periodici maggioranza-opposizione si sono perse le tracce) e velleità di piazza (con il recente, patetico annuncio di una manifestazione con le mascherine) e alla fine combinando poco e niente. I sondaggi infatti progressivamente segnalano un calo della Lega e del suo leader.

Quello che qui abbiamo chiamato “il fattore S” è stato certo il propellente dell’ascesa leghista bloccatasi sulla battigia del Papeete, senza che una risacca potesse in qualche modo riportarla a galla. È Salvini il problema. Finché c’è lui la Lega è out. Solo una nuova leadership la rimetterebbe nel gioco, creando i presupposti per una nuova stagione politica.

È credibile infatti per uno come lui, l’uomo politico meno duttile sulla scena, cambiare disinvoltamente abito e tono? Può un bulldozer della politica trasformarsi in un politico british e moderato?

Sta di fatto che rendendosi conto che la tradizionale linea dura stava finendo come un rigagnolo d’acqua nel deserto, Salvini da qualche giorno ha improvvisamente cambiato atteggiamento. In quel Senato teatro di tante scorribande oratorie giovedì scorso è stato invece abbastanza sottotono, e infatti la scena se l’è presa interamente Matteo Renzi.

Poi, fra un borbottio e l’altro ai tg serali, l’ex ministro dell’Interno ha incaricato qualcuno di scrivere questo pezzo “liberale”, con il quale giocare la carta classica dell’imprenditoria: basta controlli, frutto della cultura del “sospetto”, mano libera come è stato nella costruzione del nuovo ponte di Genova, niente “Stato occhiuto” ma finalmente trasparenza.

Sembra Forza Italia nell’anno di grazia 1994, pare Antonio Martino. Un travestimento degno di Arturo Brachetti. Vuol piacere alla nuova Confindustria di Carlo Bonomi, e forse – ma non giureremmo che Salvini sia a questo livello – vuole essere l’alternativa liberale al montante statalismo della sinistra di governo che tanto spaventa gli industriali.

Ma certo è singolare che l’uomo dei “pieni poteri” evochi adesso massima libertà e che la vecchia cara ideologia leghista tutta ripiegata su un modello di società chiusa, egoista, statalista, scopra d’improvviso il valore di quella apertura che è alla base del finora detestato europeismo, anche se Salvini immagina un’Europa-bancomat al servizio degli Stati: l’invocazione del draghiano whatever it takes per lui non è il simbolo di un nuovo patto europeo ma un’elargizione graziosa della Bce, che peraltro – lo ha fatto notare l’economista Veronica De Romanis – vorrebbe sottoporre al potere politico.

Si tratta dunque di un’andata a Canossa un po’ stracciona da parte dell’uomo che ha costruito le sue fortuna politiche sull’odio per i “burocrati di Bruxelles” oltre che su una concezione illiberale dei diritti delle persone. È un ripiegamento dunque poco credibile, effetto della claustrofobia politica che si vive in via Bellerio. Per colpa del capo.

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