Pubblica amministrazioneIl piano dettagliato di Parisi e Sacconi per snellire la burocrazia italiana, una volta per tutte

Il leader di Energie per l’Italia propone di mandare 500mila dipendenti pubblici in pensione, investire 10 miliardi di euro nella digitalizzazione, unificare i database. L’ex ministro del Lavoro chiede di abolire il reato di abuso d’ufficio

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Ci sono due modi per ripartire dopo una crisi: imparare la lezione o ripetere gli stessi errori di prima. Il covid-19 finora ha mostrato quanto è fragile il nostro sistema: la pubblica amministrazione lenta e incapace di dare risposte rapide, un governo inabile a far attuare le sue leggi, le regioni ribelli rispetto allo stato centrale che si prendono i meriti  e danno la colpa a Roma degli errori fatti. Come si evita di tornare all’Italia inefficiente di prima della crisi e immaginare un Paese più efficiente. 

Da un po’ di settimane  economisti, politici e tecnici si riuniscono su Zoom per dare qualche soluzione concreta partecipando a una serie di Webinar organizzata da Stefano Parisi, leader di Energie per l’Italia. Un progetto che ha colto l’attenzione di Vittorio Colao. Il capo della task force per la Fase 2 ha adottato il loro piano operativo sulla scuola. 

Parisi ha anche una proposta su come rendere meno elefantiaca la pubblica amministrazione: «Bisogna mandare in pensione 500mila dipendenti pubblici. Non bisogna coprire le piante organiche, cosa che invece la politica si appresta a fare. Bisogna investire 10 miliardi per poter riorganizzare digitalmente l’amministrazione pubblica che spende ogni anno  5 miliardi e mezzo all’anno per l’informatica.

Subito dopo dobbiamo assumere fisici, ingegneri persone che fanno controllo di gestione. Non abbiamo più bisogno solo di laureati in diritto amministrativo, ma di qualcuno che sappia usare un foglio Excel, mettere insieme dei numeri, e non si limiti solo a controllare l’efficacia delle procedure Questa è la vera spending review, non togliere le auto blu e ridurre di un grado il riscaldamento degli uffici».

Tra gli ospiti del webinar c’era anche l’ex ministro del Lavoro Sacconi, secondo il quale  l’Italia è bloccata da una “burocrazia difensiva”, ovvero la preoccupazione che qualsiasi decisione presa da un funzionario possa portare a una causa civile, penale e contabile che rovineranno la vita del “decisore” prima che si arrivi al terzo grado di giudizio e si accerti se c’è stata la colpa o meno. Questa paura di decidere determina tempi lunghi di trasmissione e di attuazione amministrativa della decisione politica. Come liberare la pubblica amministrazione? 

«Bisogna ridefinire il rapporto con la Corte dei Conti e valorizzare le sue funzioni di controllo concomitante e collaborativo prima ancora di quella giurisdizionale., un unicum nel mondo. Servono tempi certi e rapidi sulla durata della prescrizione e del processo civile e penale. Ma soprattutto bisogna abrogare il reato dell’abuso d’ufficio che in Italia non si nega a nessun funzionario», spiega Sacconi.  

L’ex ministro propone una copertura assicurativa adeguata per i dipendenti pubblici e limitare la responsabilità colposa dei medici solo alle cause civili. Bisogna disincentivare il contenzioso temerario che si promuove troppo facilmente contro gli atti amministrativi e i dipendenti della Pa.

«La semplificazione non è un concetto asettico, anzi presuppone una scelta di fiducia verso la società. Se invece si pensa che ogni cittadino sia soltanto un criminale in attesa di compiere un atto illecito, è ovvio che tutta la regolazione di conseguenza sarà pesante. Se i dirigenti pubblici sono soggetti alla cultura del sospetto, rinvieranno quanto più possibile il momento della decisione e cercheranno di coprirla con tanti pareri per non essere i solì a risponderne quanto meno», spiega Sacconi che propone di assegnare le funzioni e il personale dell’Autorità nazionale anti corruzione alla Corte dei Conti. 

 «L’Anac è un mostro perché nello stesso tempo dà linee guida, norma e controlla. Ed è pure incompetente, perché è in grado di valutare una piccola percentuale dei contratti pubblici, non ha nessuna cultura economica all’interno ma come al solito una solida cultura giuridica formale, tanto è vero che è stata guidata da un magistrato fino a pochi mesi fa», spiega Parisi. 

«D’altronde Siamo governati da un partito che addirittura evoca il non fare investimenti per evitare la corruzione. Da Tangentopoli il Paese dà una risposta sbagliata a un tema che esiste, la corruzione, anche se è molto enfatizzato del giornali rispetto alla vera consistenza del problema. Sono aumentate le pene, i controlli formali le autorità che controllavano gli altr. Non è mai stata seguita la strada normale: in un’impresa normale Il sistema di controllo di gestione affianca il decisore non lo aspetta mica  al varco.»

Un altro problema è la lentezza. «La legge sul procedimento amministrativo, la 241 del 1990 è di trent’anni fa. E i termini sono rimasti quelli di allora quando non c’erano Internet, le banche dati e i big data. Anzi i tempi sono molto più lunghi dei 30 giorni previsti perché sono stati ampliati coi regolamenti delle singole amministrazioni», chiarisce Francesco Verbaro, docente stabile presso la Scuola Superiore della Pubblica Amministrazione.

«In questo paese abbiamo tantissimi i controlli formali che però non impediscono che un’opera non si faccia o si faccia male o rimanga incompiuta. Stesso discorso per la spesa pubblica: c’è l’Ufficio dell’entrate di bilancio, il collegio dei revisori, la ragionieria di Stato, la bollinatura. Tutto questo non ha impedito di sforare ogni volta i tempi o i termini dei lavori».

Secondo il professore, i dipendenti della Pubblica amministrazione dovrebbero capire con chiarezza quali compiti da svolgere, l’organizzazione del lavoro curata dal dirigente che spesso non viene fatto perché sono oberati nella cura degli adempimenti della compliance infinita di questa amministrazione pubblica. Oppure lo smart working diventa soltanto un modo per tenere le persone a casa a fare il telelavoro

E invece gli aiuti della PA si basano sempre in ogni caso sul rispetto maniacale di un rito, a prescindere dalla situazione: istanza, istruttoria, ogni tanto la consultazione dei soggetti destinatari del provvedimento, il provvedimento, la registrazione etc. Molto di questi passaggi potrebbero essere facilmente superati.

«Uno dei problemi della amministrazione emergenziale di questi giorni è quello di non capire che siamo in emergenza e che i tempi non devono essere allungati come prevede l’articolo 107 del decreto legge 18, ma vanno compressi o annullati. Nell’emergenza o l’aiuto della pubblica amministrazione è immediato o non c’è. Sarebbe come vedere uno affogare in mare e chiedergli di presentare un’istanza per ottenere il salvagente» 

Potrebbe essere l’Estonia un modello? In fondo è un paese in cui la Pubblica amministrazione è quasi totalmente digitale e consente ai propri cittadini di accedere ai servizi tramite app, eliminando le file agli sportelli pubblici. «L’Estonia è un Paese piccolo e l’Italia uno molto grande dove per ottenere un sussidio di 600/800 euro, bisogna autocertificare il proprio reddito, la casa di proprietà, le tasse pagate, l’Isee. E solo quando ha ottenuto quelle informazioni, e se è veloe, e la pubblica amministrazione erogai soldi e poi farà dei controlli ex post a campione», spiega Parisi. 

«Negli Stati Uniti non funziona mica così. A Dallas, l’agenzia delle Entrate del Texas manda direttamente una lettera a casa informando il cittadino quando ha diritto al sussidio di disoccupazione: 2.900 dollari al mese. Il cittadino firmato la lettera e lo ottiene. Qualunque punto dell’amministrazione americana federale o centrale ha lo stesso livello di informazioni su ciascun cittadino perché nell’account personale sono registrate tutte le tasse pagate. Sono informazioni che in teoria anche l’amministrazione pubblica italiana ha. Ma nella PA ci sono 11 mila database e alcuni sono all’interno della stessa Agenzia delle Entrate, ma non si parlano tra di loro. Questa è la vera rivoluzione da fare».