La versione di RicolfiBurocrazia, retorica, impreparazione. Ecco perché l’Italia rischia di diventare una nuova Cuba

Per il presidente della Fondazione David Hume, l’epidemia è un problema, ma il modo in cui la sta gestendo la politica ancora di più. La crisi potrebbe trasformarci in una società assistenzialista di massa

Afp

Per Luca Ricolfi, sociologo che insegna Analisi dei dati all’Università di Torino ed è presidente della Fondazione David Hume, quasi tutti i governi occidentali si sono dimostrati miopi di fronte all’epidemia. Ma in Italia ci sono due aggravanti autoctone: la burocrazia e la retorica. Senza una visione politica seria, rischiamo di trasformarci in una società assistenzialista di massa simile alla Grecia post-crisi, se non a Cuba.

Come evolverà il lavoro nei prossimi anni?
Penso non ci sarà un’unica evoluzione del lavoro. Già prima del Covid-19 erano piuttosto evidenti linee di tendenza diverse, con paesi (fra cui l’Italia) in cui la base occupazionale si contraeva, e altri (la maggior parte dei paesi occidentali) in cui si espandeva. La scomparsa tendenziale del lavoro non è inevitabile, ma il frutto delle scelte politiche di ogni paese.

Crede che, davvero, lo smart working, l’e-commerce e i rapporti virtuali sostituiranno ulteriormente e irreversibilmente le transazioni sociali corpo-a-corpo?
Un crollo dei rapporti faccia a faccia è fra le eventualità possibili, ma dipenderà essenzialmente da due fattori. Primo, quanti morti si lascerà dietro questa epidemia in Occidente. Secondo, se il rischio di un ritorno del virus (o, meglio, di sue varianti altrettanto pericolose) sarà percepito come trascurabile (ad esempio grazie a cure e vaccini) oppure sarà percepito come concreto. In quest’ultimo caso il distanziamento potrebbe diventare la norma. Il che potrà non essere uno shock culturale per un inglese, ma lo sarebbe certamente per i popoli mediterranei.

Quali restrizioni per la libertà individuale ritiene necessarie, passata l’emergenza, e quali invece potrebbero suonare come un campanello d’allarme per le conquiste delle democrazie liberali?
In generale considero poco più di una finzione il diritto alla privacy, che già ora non esiste più, anche per scelta nostra, pronti come siamo a offrire i nostri dati in cambio di qualche servizio gratuito. Penso invece che sia essenziale preservare la libertà di movimento. Mettere agli arresti domiciliari un’intera popolazione, o un’intera categoria (per esempio gli over-65), ha a che fare con regimi totalitari. Oggi siamo precisamente in una situazione di questo tipo. Con un’aggravante: che il Parlamento finge di esistere, ma di fatto è stato esautorato dal governo. Di fronte a un’emergenza come quella che stiamo vivendo sarebbe stato preferibile un governo di emergenza, con un capo credibile e degli esperti nei posti chiave. Ci troviamo invece con un governo quasi interamente costituito da incompetenti, guidato da un pavone che, anziché scusarsi di non aver varato in tempo i provvedimenti necessari, presidia h24 le emittenti pubbliche per inondarci di prediche retoriche.

Quale sarebbe, secondo lei, la exit strategy più sensata?
Siamo in ritardo di due mesi perché continuano a mancare tutti e tre gli ingredienti chiave usati in Corea per appiattire efficacemente la curva epidemica: tamponi di massa, mascherine obbligatorie per tutti, tracciamento dei positivi. Ne aggiungo un quarto: un campione nazionale rappresentativo per fotografare la situazione con test molecolari e sierologici. Come fondazione Hume avevamo proposto di effettuare l’indagine già a fine marzo.

In un clima di confusione generalizzata, in cui siamo crivellati da fake news e titoli sensazionalistici, crede che testate ufficiali e media tradizionali abbiano l’opportunità di riguadagnare parte della loro autorevolezza o questo sarà il definitivo colpo di grazia? 
Definitivo colpo di grazia, direi. Quasi tutta l’informazione è tendenziosa e superficiale, non si vede come questo dato di base possa cambiare. Anzi, direi che queste settimane sono state la dimostrazione lampante della cialtroneria e incapacità di cambiare del mondo dei media, specie in certi talk show. Quasi tutto è andato avanti come prima, con conduttori che chiedono opinioni a perfetti incompetenti, o tolgono la parola ai pochissimi competenti perché devono “lanciare” un servizio o “dare” la pubblicità. Peccato, era un’occasione per rivoluzionare i format, finora è stato sprecata.

Cosa consiglia per riassorbire il contraccolpo psicologico dell’isolamento?
In un mondo in cui se perdi un parente in un disastro aereo vieni affidato agli psicologi, non mi sento di dare alcun consiglio: non sono psicologo e penso che ci siano ferite non sanabili.

Pensa che i rapporti tra Stato e regioni verranno ridefiniti dopo quanto avvenuto in queste settimane?
No, l’inerzia prevarrà scampato il pericolo, ammesso che il pericolo non diventi permanente.

Quali sono le specificità italiane nell’affrontare la pandemia e quali saranno verosimilmente le specificità italiane nel post-pandemia?
Vista la miopia e l’inettitudine di quasi tutti i governi occidentali, non mi sembra che vi siano specificità italiane degne di rilevo, salvo un paio: in nessuna parte del mondo civile il cancro della burocrazia fa più danni, in nessun’altra parte del mondo scorrono così copiosi i fiumi della retorica.

Crede che la pandemia rafforzerà le pluridecennali tendenze della società italiana, analizzate nel suo libro La società signorile di massa (La nave di Teseo)?
Dopo questa crisi non saremo più una società signorile di massa, perché il tenore di vita regredirà in modo apprezzabile. Però una caratteristica della società signorile di massa potrebbe accentuarsi: la concentrazione del lavoro su pochi, con conseguente allargamento dell’esercito degli assistiti e (forse) dei poveri. Non saprei come definire un simile assetto sociale, ma mi sento di dire che potremmo finire per somigliare un po’ di più alla Grecia post-crisi, se non a Cuba. L’Italia potrebbe diventare una società assistita di massa, dove lo Stato gestisce quel che non funziona, e un manipolo di produttori – grazie all’export – ci assicura quel che siamo costretti a comprare dall’estero.    

Lei, in quanto studioso, come contribuisce alla lotta contro il Covi-19?
Studio e monitoro l’epidemia. I risultati che posso rendere pubblici (non tutti, ci sono cose incerte e/o fonte di allarme) li pubblico sul sito della Fondazione David Hume, di cui sono responsabile scientifico. 

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