Il danno del regionalismoCon la sua riforma Bassanini ha ingarbugliato l’Italia per quasi trent’anni

Giurista encomiabile, federalista mancato, ma anche responsabile delle lentezze istituzionali italiane. È lui l’autore della modifica del Titolo V della Costituzione: il ministro di Prodi e D’Alema voleva scavalcare la Lega e prendersi il merito di una rivoluzione istituzionale in senso federale. Non ha funzionato, così come non ha funzionato per i suoi predecessori e i suoi successori

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Del grande pasticcio delle competenze pubbliche in materia di sanità si occupa ormai la Magistratura, come è malinconica regola in questo nostro Paese sotto tutela. A scovare il reato sta pensando una forse troppo loquace pm di Bergamo, e vedremo come se la caverà tra legittima discrezionalità e comportamenti colposi, o peggio.

Ma un responsabile politico storico c’è già e non è difficile da trovare.

Basta avere un po’ di memoria e ricordarsi del grande federalista mancato, Franco Bassanini, giurista di grande intelligenza, ma politico dell’autogoal, in quanto autore della malefica modifica del Titolo V della Costituzione che ha procurato centinaia di conflitti di competenza, nessun valido decentramento e oggi un infinito ginepraio da cui si pensa di uscire addirittura sopprimendo le Regioni.

Una bella tentazione, un bel contrappasso, peccato sia poco realistica (cosa fare del faraonico Palazzo Lombardia di formigoniana memoria?).

Proprio dal Titolo V comincia comunque tutto questo guaio che il covid ha amplificato e denudato, in un Festival di dpcm a reti unificate, di costituzione messa tra parentesi, di presidenti e assessori regionali alla ricerca di consensi che sembravano facili ma sono presto diventati un boomerang.

Ricordiamo il contesto: gli anni vanno dal 1997 al 2001, marea montante leghista e referendum costituzionale vinto dai lumbard con il consueto concorso delle anime belle e degli opportunisti.

La Lega che ancora si chiamava Nord e fantasticava di parlamenti nordisti, secessioni, banche da gestire catastroficamente in proprio, aveva capitalizzato la sua ragione sociale cavalcando inizialmente l’antimeridionalismo da bar sport e lo spaccio del fai da te miracolistico dei settentrionali.

I successi iniziali, alimentati dalla grezza capacità comunicativa dell’egoismo (sembrava già il massimo, ma più tardi sarebbero arrivati i vaffaday, perché non c’è limite al peggio) non sarebbero durati più di tanto senza l’elevazione di queste pulsioni alle nobili vette del federalismo, grazie alla consulenza di Gianfranco Miglio e al mito ciellino della sussidiarietà.

È qui che Bassanini ha l’intuizione decisiva. Poteva lasciar morire questo sedicente federalismo in salsa padana nei meandri di una faticosissima applicazione, ma questo avvenne di fatto solo più tardi, quando fu bloccato nella palude parlamentare il federalismo fiscale insieme ad altre pericolose appendici, ma i guai peggiori erano già legge costituzionale.

Il Ministro di Prodi e D’Alema forse sperava di diventare lo statista che recuperava i sogni di Gioberti e di Cattaneo, ma la sua fu solo una infelice operazione elettorale non riuscita. Si intestardì infatti per strappare alla Lega il merito di questa rivoluzione istituzionale, convinto che davvero fosse federalistica la spinta del consenso leghista. Facendo credere che l’Ulivo fosse più leghista dei leghisti, pensava di svuotare Bossi.

È un errore classico in politica.

Ci è cascato anche uno ben più furbo di Bassanini, il Renzi che pensava di svuotare i populisti occupando il loro terreno. Una indecorosa riforma del Senato gli sembrò il modo giusto per far capire che a maltrattare il Parlamento era più bravo lui dei pentastellati. E si è visto com’è finita, seppellendo anche le cose buone di quella riforma, a cominciare proprio da una chiara distinzione tra Stato e Regioni.

Ma l’errore di fondo di questi spericolati imitatori dell’originale è sempre quello autolesionistico di non cogliere ciò che davvero c’è dietro il successo popolare di temi solo strumentali come la scomposizione del tessuto nazionale o il taglio del Parlamento.

Alla base c’è invece un sentimento protestatario antipolitico che da sempre percorre l’elettorato italiano e che negli ultimi trent’anni si è incarnato in personaggi di diversa caratura ma percepiti innanzitutto come rottamatori: Segni, Di Pietro, Berlusconi, Bossi, Renzi stesso, Grillo, Salvini. Tutti in un modo o nell’altro cause di delusioni profonde rispetto alle attese suscitate e dunque volani di ulteriori motivi di distacco e ostilità verso la politica.

Solo che i protagonisti hanno tutti pagato in proprio. Bassanini no, anzi.

Il grande pubblico si è occupato poco di lui e anche questo ne ha favorito la straordinaria carriera durata quasi mezzo secolo, cominciata con un colpo di fortuna: essere stato espulso dal Psi per mano di Craxi. Una bella medaglia da esibire.

Peccato che la grande operazione del federalismo mancato sia riemersa in questo fatidico 2020 depositando sul tavolo la patata bollente di un groviglio inestricabile di competenze sovrapposte, nel bel mezzo di una tragedia.

Non invidiamo la pm bergamasca che dovrà provare a interpretare l’esito concreto del pensiero di Bassanini, l’uomo che voleva svuotare la Lega e fece invece perdere le elezioni a quelli che per decenni lo hanno comunque sostenuto. Un’abilità straordinaria.

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