Dietro al barocchismo nienteVittorio Colao è l’unica cosa interessante degli inutili Stati generali

Davvero non si capisce perché Giuseppe Conte abbia deciso di convocare il governo a villa Pamphilj per stilare una proposta economica quando un piano lo aveva già in casa: quello dell’ex amministratore delegato di Vodafone, che si collegherà in videoconferenza. La politica sembra non avere fretta ma il Paese ha bisogno di ripartire il prima possibile

Dopo il profluvio di parole scontate piovute insieme a qualche goccia di pioggia nella sciroccosa giornata d’apertura, oggi è il giorno della possibile risposta al barocchismo di Giuseppe Conte visto che la scena gli sarà rubata da Vittorio Colao e a seguire da vari rappresentanti delle parti sociali, prevedibilmente critici verso la percepita inazione del governo.

Alle 9 l’ex amministratore delegato di Vodafone si collegherà in videoconferenza (forse una scelta evocativa di una certa distanza “umana” se non politica dal potere di palazzo Chigi) per illustrare il lavoro della sua task force. E sarà probabilmente il momento più interessante del festival di Villa Pamphilj 2020.

Colao, nel racconto che i posteri faranno della guerra italiana al Covid-19, dovrebbe impersonare la parte costruttiva, razionale, e in questo senso anti-barocca, un ruolo che non si è capito quanto incoraggiato oppure osteggiato dal governo che pure è stato il suo dante causa: sono i misteri della politica quando s’imbatte con la tecnica, incubi sempre risvegliati dall’ombra del sospetto che gli si voglia fregare la poltrona.

Eppure Colao è passato sopra maldicenze e trappolette e ha fatto il suo da professionista. Ha messo su una task force, seguendo l’aria del tempo ma effettivamente non potendone fare a meno, forse troppo grossa (glielo ha rimproverato Romano Prodi, “padre” dei tecnici prestati alla politica e per questo dalla politica spesso vissuto male) ma comunque in grado di sfornare il famoso piano delle 102 proposte. Anzi, un mega-piano, un programma di governo o anche due o tre messi assieme, la qual cosa ha indispettito un po’ di gente a Palazzo Chigi e dintorni. 

La verità è che è molto difficile criticare il manager che ha lavorato sodo per due mesi e che è pronto a farsi da parte («Torno ai miei orticelli», ha detto a Massimo Giannini) una volta consegnato il dossier alla politica. Lui quello che doveva fare lo ha fatto. 

Adesso sta al governo scegliere cosa prendere da quel ricchissimo menù nel quale si mettono al centro le imprese e il lavoro come “motore dell’economia” e considerando infrastrutture e ambiente come “volano del rilancio”. In mezzo, gli individui e le famiglie, la pubblica amministrazione come “alleata dei cittadini”, il turismo, l’arte e cultura come “brand del Paese”. Un’altra Italia. 

Il piano è un richiamo alla realtà, un’uscita dalle fumisterie delle comparsate nei talk show, dagli arzigogoli di interviste che non dicono niente e dai vuoti d’aria di annunci che muoiono il giorno dopo. «Gli Stati generali li abbiamo fatti noi», ironizzava qualche giorno fa un componente della task di Colao secondo quanto riportato dal Corriere della Sera: e in effetti la battuta coglie un punto vero, e cioè che a questo punto non di liste della spesa c’è bisogno ma di scelte politiche qui e ora.

Torna in questo senso valida la domanda: ma a che serve la parata al Casino di Villa Pamphilj?

Anche questo ha detto Prodi, e con chiarezza esemplare: «Nonostante i limiti, ho trovato nel Piano Colao un utile strumento non certo per prendere decisioni in autonomia, ma sicuramente per aiutare il governo a prendere decisioni. Pensavo quindi che in ambito governativo e parlamentare, cominciasse subito la discussione per arrivare a rapide decisioni. Come spesso capita in Italia, invece, ė cominciato il tiro al bersaglio sull’intero lavoro del Comitato e invece di passare alla fase della sintesi decisionale, si è ripiegato su un ulteriore approfondimento dell’aspetto conoscitivo, attraverso la convocazione degli Stati generali». 

Con l’operazione barocca di Conte e Casalino, dunque, si rischia di perdere giorni che sarebbero stati utili a redigere un piano del governo da portare subito in Parlamento. La sensazione infatti è che il governo ciurli nel manico e la cosa sta diventando pesante da digerire per i partiti della maggioranza (escluso il Movimento 5 stelle che di tutto si occupa tranne che delle politiche del governo). 

Il Partito democratico morde il freno, come si evince dall’impazienza di Graziano Delrio: «Bisogna adottare il metodo dei sindaci: esaminare problemi, partire dai dati e procedere con provvedimenti specifici». Datevi una mossa insomma.

Ma essendo privo di chiarezza sulle priorità (come ha lamentato Carlo Cottarelli, un altro che s’intende di piani buttati nel cestino dalla politica), l’esecutivo da settimane ci gira intorno. L’avvocato del popolo si è presentato a Villa Pamphilj senza un documento ufficiale ripetendo cose dette e ridette, ivi compresi gli accenni alla bellezza italiana, peccato che non abbia ricordato anche la pizza e il mandolino e che non ci sia stato un Apicella di turno come ai bei tempi del quasi-default berlusconiano.

E purtroppo non è escluso che Conte tenda ancora a fare melina, non solo per responsabilità sue – va detto – in attesa che si sblocchi la partita europea sul Recovery fund che inizia venerdì a Bruxelles col prossimo summit che tutti sanno già che sarà interlocutorio; mentre sul Mes si resta sempre appesi alle decine di parlamentari grillini che non verranno mai rieletti ma che contano ancora molto.

Il giorno di Vittorio Colao (e vedremo se anche le parti sociali saranno della partita) potrebbe dunque essere un momento di sblocco, di realismo, di ritorno alla realtà, come minimo un episodio di chiarezza. Una volta squadernate le ipotesi sul da farsi, nessun alibi coprirebbe altri ritardi del governo. Un paradosso, certo, che sia la tecnica a salire in cattedra e indicare cosa fare. Ma accade così, nel tempo barocco della politica.

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