Fast and furiousAnche i razzisti mangiano hamburger, ecco perché i fast food restano tiepidi su Black Lives Matter

L’ipocrisia e la faccia tosta dimostrate dalle catene americane durante il periodo di tensioni sociali e razziali che sta vivendo l’America sono il sintomo di un sistema malato

I resti carbonizzati di un fast food, distrutto durante le proteste contro l’uccisione di George Floyd. Foto di KEREM YUCEL / AFP

L’uccisione da parte della polizia di Minneapolis di George Floyd lo scorso 25 maggio sta ancora infiammando l’America – e non solo. Oltre alle manifestazioni e alle proteste razziali in oltre cento città degli Stati Uniti, la solidarietà al movimento Black Lives Matter si è espressa su Instagram il 2 giugno, attraverso un’iniziativa giudicata dalla maggioranza dei media non esattamente riuscita (anzi, forse pure controproducente), ed è stata ovviamente cavalcata da diverse multinazionali con fini più opportunistici che sinceri.

Qualche esempio: L’Oréal ha twittato di essere «solidale» con Black Lives Matter; Amazon ha fatto lo stesso, rilasciando una dichiarazione secondo la quale «siamo tutti solidali con la comunità nera – i nostri dipendenti, clienti e partner – e lottiamo contro il razzismo sistemico e l’ingiustizia»; il Ceo di Target ha affermato che il colosso è «una comunità sofferente». Bene così? Non esattamente. Giusto un paio di mesi fa Amazon preparava una campagna diffamatoria e licenziava uno dei suoi dipendenti, Chris Smalls, per la pretesa di condizioni più sicure nel magazzino di Staten Island. L’Oréal, invece, aveva scaricato la modella Munroe Bergdorf dopo la sua presa di posizione contro la marcia suprematista bianca a Charlottesville nel 2017, e oggi la stessa accusa la multinazionale di «racial hypocrisy». ViacomCBS dal canto suo ha inviato un promemoria interno schierandosi con il movimento Black Lives Matter, salvo poi permettere al Dipartimento di Polizia di Los Angeles di usare i suoi studios come base per fermare i manifestanti. Il saccheggio subìto dal Target store di Minneapolis in seguito alla morte di George Floyd ha suscitato parecchio sdegno, è vero, e nessuno s’è dato briga di dare rilevanza ai 300mila dollari donati dall’azienda al dipartimento di polizia per operazioni di sorveglianza extra.

Le principali catene di fast-food americane non si sono fatte attendere, partendo con Burger King, che ha condiviso una modesta dichiarazione su Twitter scritta in lettere minuscole che rimanda al posizionamento aziendale e suona più o meno «quando si tratta della vita delle persone, c’è solo un modo di comportarsi. senza discriminazione». McDonald’s – sempre su Twitter – pubblica un quadrato giallo senape sul quale vengono visualizzati via via i nomi delle vittime afroamericane per mano delle forze dell’ordine: «Erano tutti uno di noi», recita la didascalia d’accompagnamento. Popeyes Chicken ha rapidamente eliminato un tweet che declamava «non siamo nulla senza vite black», salvo poi ripubblicarlo aggiungendo qualche riga per condividere l’impegno a «promuovere un ambiente dove l’uguaglianza per gli afroamericani è una priorità». Papa John’s – travolto giusto due anni fa da un grosso scandalo partito dal fondatore, John Schnatter, che in conference call si era lasciato scappare la N-word – ha affidato a un’immagine a fondo nero la propria partecipazione («I nostri cuori vanno ai nostri dipendenti neri»). Taco Bell ha invece pubblicato un estratto della lettera del Ceo Mark King: «Non tolleriamo il razzismo o la violenza contro gli afroamericani».

La presa di posizione da parte di questi colossi è prevedibile ai limiti del banale, ma le dichiarazioni affidate ai canali social oggi risultano ancora più false e vuote alla luce del fatto che l’industria del fast-food poggia le sua basi su una solida cultura dello sfruttamento. Secondo uno studio condotto dal Berkley Center for Labor Research and Education, ripreso da Eater, il 40% dei lavoratori vive in condizioni di povertà e il 52% dipende da programmi di assistenza pubblica come buoni pasto, Medicaid e sussidi per l’assistenza all’infanzia. Si tratta di dati che riguardano sia i dipendenti di McDonald’s, Taco Bell e delle varie catene, sia coloro che lavorano per i relativi fornitori nell’agricoltura industriale e negli impianti di confezionamento della carne, sia gli abitanti delle comunità inquinate da tali industrie. Come riportato da Bloomberg, giusto il 3 giugno Tyson Food, il più grande trasformatore di carne degli Stati Uniti, è tornato alla politica regolatrice delle assenze pre-coronavirus, che prevede la punizione dei dipendenti per la mancanza sul posto di lavoro causa malattia. I lavoratori che presentano i sintomi di Covid-19 non saranno penalizzati, ha tenuto a precisare la società: «Stiamo ripristinando la nostra politica di frequenza standard», ha dichiarato il portavoce di Tyson Gary Mickelson, «ma la nostra posizione sul Covid-19 non è cambiata: i lavoratori che hanno sintomi del virus o che sono risultati positivi continueranno a essere invitati a rimanere a casa e non saranno penalizzati. Continueranno inoltre a beneficiare della retribuzione per invalidità a breve termine in modo da poter essere pagati mentre sono malati».

Ce l’hanno ripetuto in ogni lingua: il cibo servito nei fast-food è una bomba calorica fatta e finita, progettato per creare dipendenza: è economico perché i dipendenti hanno paghe ridicole, e le pratiche di sfruttamento persistono in quanto colpiscono maggiormente le comunità emarginate e vulnerabili. Quelle stesse aziende – che ora sostengono candidamente che l’uguaglianza è una specie di property aziendale – si sono trovate spesso in netto contrasto con il movimento sindacale Fight For $15, che mira ad assicurare ai dipendenti delle catene di fast-food un salario minimo di appunto 15 dollari.

Nel 2017, in occasione dell’anniversario della morte di Martin Luther King, Black Lives Matter s’è unito a Fight For $15 in una serie di proteste in 24 città americane per affrontare questioni riguardanti il razzismo nei dipartimenti di polizia e i tentativi repubblicani di reprimere gli aumenti salariali minimi. Ai tempi, in una dichiarazione condivisa dall’American Prospect, l’organizzatrice del gruppo Movement for Black Lives Chelsea Fuller aveva sottolineato che «i lavoratori dei fast-food che stanno scioperando per uno stipendio di 15 dollari l’ora e il diritto a un sindacato resistono allo stesso razzismo istituzionale e all’oppressione che alimenta la violenza della polizia in tutto il Paese».

Visti i trascorsi, le svariare dichiarazioni di ‘solidarietà’ delle multinazionali sfruttatrici appaiono ancora più ciniche, soprattutto durante una pandemia aggravata dall’abdicazione da parte del governo federale della sua fondamentale responsabilità: aiutare i propri cittadini. Le proteste scatenate dall’uccisione di George Floyd, infatti, sono avvenute perché – e parlano del fatto che – la pandemia di Covid-19 ha, ancora una volta, messo in luce le profonde ferite dell’America, che parlano di insanabili disuguaglianze sociali e di persistente razzismo anti-black. Cos’hanno effettivamente fatto le catene di fast-food per prendersi cura dei propri lavoratori? Proprio la settimana scorsa, i dipendenti di un McDonald’s a Oakland hanno scioperato dopo aver saputo che sarebbero stati costretti a indossare mascherine fatte con pannolini per cani, dato che quattro lavoratori si erano dimostrati positivi al Covid-19 nei giorni precedenti. Questa è solo l’ultima delle proteste che nelle settimane precedenti hanno visto protagonisti i lavoratori di McDonald’s, Taco Bell, Burger King: considerati essenziali eppure obbligati a operare all’interno di un sistema altamente sfruttatore, che nemmeno forniva loro le dovute protezioni.

I problemi, purtroppo, vanno però oltre il livello corporate e investono allo stesso modo la rete franchising. Lo scorso 18 maggio, Insider ha raccontato che James Bodenstedt – la cui società gestisce i franchising di Wendy’s, Taco Bell e Pizza Hut – ha donato 440mila dollari alla campagna per la rielezione di Donald Trump, e avrebbe partecipato alla disgraziata tavola rotonda (indetta dallo stesso Trump) per cercare di salvare l’industria della ristorazione. Che, come hanno riportato parecchie testate, dal Washington Post al New York Times, era composta da dirigenti di ristoranti e leader del settore per la maggioranza bianchi, nonostante le enormi difficoltà degli imprenditori afroamericani nel portare avanti le loro imprese e i loro business. Di conseguenza, Wendy’s è stato criticato da migliaia di utenti su Twitter, che hanno espresso la loro delusione e hanno richiesto un boicottaggio a suon di hashtag #WendysIsOverParty; Taco Bell invece s’è sentito in dovere di pubblicare un tweet per dire che la società non fa donazioni a campagne presidenziali e non ha alcun controllo sulle donazioni dei suoi franchisee.

Non è per nulla facile concludere con una frase a effetto o con un paio di righe che riescano a trasmettere speranza: qualsiasi dichiarazione fatta nei giorni scorsi è pure auto-promozione volta a nascondere comportamenti orribili, che ormai si protraggono dalla notte dei tempi e che continuano a serpeggiare indisturbati. Un sistema marcio – che negli ultimi giorni sta ributtando tutta la sporcizia accumulata in anni e anni di menefreghismo da parte delle istituzioni – per risultare vagamente sostenibile andrebbe azzerato e ripensato da zero. Non ci è dato sapere, per ora, se l’eventuale elezione di un nuovo Presidente potrebbe aiutare nel cambiare le cose: vero è che, a parità di condizioni, anziché un post furbetto e opportunista su Twitter o Instagram avremmo di gran lunga preferito il silenzio. Almeno, sarebbe stato più coerente.