A 150 anni dalla morteCharles Dickens non è uno scrittore per l’estate

Il grande scrittore inglese ha saputo creare un mondo, un’atmosfera e una tradizione: quella del Natale. Per le altre stagioni non gli è riuscito, a parte qualche accenno sporadico in alcuni diari di viaggio

Se esiste un autore stagionale, quello è Charles Dickens. Poeta della nebbia, del fango, della brina, è l’uomo che «inventò il Natale», ricamandolo con un’atmosfera di buoni sentimenti, magia e, soprattutto, nevicate. Un fatto questo tuttora incomprensibile, dal momento che a Londra non nevica – né ora, né nel XIX secolo, quando semmai aleggiava la fuliggine e l’oscurità.

Per gli storici si deve scavare nell’infanzia dello scrittore, che crebbe in età “impressionabile” durante la Piccola Era Glaciale, quando il Tamigi rimase ghiacciato.

Eppure morì in un giorno d’estate, il 9 giugno 1870. Si sa anche l’ora, le 18:10, nella sua tenuta di campagna a Higham, nel Kent, dove per scrivere teneva in giardino un piccolo chalet svizzero, forse per l’atmosfera.

D’estate si tiene anche il bizzarro festival dedicato a lui, in California, a Santa Cruz. Ogni anno studiosi dell’autore inglese, insieme a curiosi e appassionati, si ritrovano per una settimana di seminari, discussioni, spettacoli, feste a tema e momenti di classico gossip accademico.

Uno dei passatempi principali, racconta in un articolo del 2011 la storica Jill Lepore, è il gioco delle somiglianze. «Questo somiglia a Tom Pinch». «Quest’altro a Martin Chuzzlewit», riferendosi ai personaggi dell’opera dickensiana.

Nonostante quest’anno ricorrano i 150 anni dalla morte, il coronavirus ha fatto saltare anche il “Dickens Camp”. Nella necessità, scrivono gli organizzatori in una laconica nota, «di preservare la sicurezza della comunità». Se andrà bene, tutto è rimandato al 2021.

L’attesa, si sa, avrebbe indisposto lo scrittore, sempre impegnato in un’attività febbrile. In 58 anni avrebbe scritto circa 200 libri, tra romanzi lunghi e brevi, commedie, alcuni saggi, libri di non-fiction, racconti, articoli (tantissimi) e un’infinità di lettere. Infaticabile, si dannava per rispettare le scadenze, per pubblicare, scrivere, vendere e guadagnare (soprattutto).

Sempre inquieto, Dickens incarnava il desiderio di espansione, conoscenza e catalogazione della sua epoca.

In quest’ultimo senso, anche il popolo dei suoi personaggi altro non è che un catalogo dei viventi, una raccolta di tipi umani che per Harold Bloom, il critico dei critici americano, veniva superata solo da Shakespeare – e che risultata forse un filino grottesca, ironica, caricaturale e sopra le righe.

E sempre in questo senso, Dickens viaggiò molto. Nel 1842 andò negli Stati Uniti (ma mai a Santa Cruz) per incontrare i suoi fan. Sbarcò a Boston, che in suo onore veniva ribattezzata in quei giorni Boz-ton (Boz era lo pseudonimo con cui aveva iniziato la sua carriera di giornalista), solo per rimanere deluso. Una questione di soldi, ma anche di incompatibilità caratteriale.

Ne nasce un diario di viaggio, le “Note americane”, dove riversa la sua frustrazione – e per lo scrittore americano Edgar Allan Poe rappresenta «una delle produzioni più suicide mai pubblicate». Finì così.

Per rinfrancarsi viaggerà in Francia e in Italia, nel 1863, dove si mostrerà più interessato – anche qui – ai tipi umani, alle manifestazioni folkloristiche, alle tradizioni, e meno ai monumenti. Ne ricaverà un altro diario di viaggio, “Impressioni dall’Italia”, ancora meno considerato dalla critica a causa di uno stile troppo ruvido e dal contenuto disomogeneo.

Di buono, però, c’è che documenta alcuni esperimenti di scrittura. Dickens in Italia gioca con il “pittoresco” e lo traduce in letteratura, prendendosi più di una deviazione dalla realtà.

Per questo Venezia diventa quasi un gioco comico, mentre Piacenza sarà stroncata: «Una città marrone, decaduta, vecchia. Un luogo deserto, solitario, in cui cresce l’erba tra i bastioni in rovina», dove «soldataglia addormentata e mal tenuta si aggira senza meta, con la doppia maledizione della povertà e della pigrizia. Che strano sonno, metà sofferente e metà delizioso, muoversi in questi posti andati a riposare e che restano stesi al sole». Lui è un uomo di movimento: nel caldo le atmosfere dickensiane non vengono bene.

E allora, in assenza di un romanzo estivo – strano, anche perché le vacanze al mare nascono proprio in quell’epoca, con i mesi passati lontano dalla città piena di carbone – gli rimarranno molti romanzi invernali.

Compresa la creazione della magia del Natale, da cui trarrà soldi, successo e una fama imperitura: non è un caso che il festival di studi estivo è saltato, ma la Charles Dickens Fair di San Francisco, dove si rivivono le atmosfere vittoriane e dove «è sempre Natale», sia ancora in programma: dal 21 novembre al 20 dicembre, per chi volesse andare.

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