Petrodollari feliciTutta la rete di finanziamenti occulti del Venezuela di Chávez e Maduro

Non sappiamo ancora se il documento di ABC sui soldi ai Cinquestelle è vero o falso, ma sappiamo che da sempre il regime tanto caro ai grillini cerca di esportare la rivoluzione bolivariana con le valigette piene di banconote

Maduro Venezuela
Venezuelan Presidency / AFP

Dopo le smentite di Cinque Stelle e autorità venezuelane, arrivano varie osservazioni su difetti formali che potrebbero dimostrare la falsità del documento della Dirección General de Inteligencia Militar (Dgcim) sul finanziamento da 3,5 milioni di euro ai Cinque Stelle da parte del regime chavista attraverso una valigetta passata per il Consolato di Milano.

Da una dicitura di «Ministero de la Defensa» secondo una formula precedente a quel decreto con cui dall’8 gennaio del 2007 a tutti i dicasteri fu aggiunto «del Poder Popular»; al timbro con un cavallo la cui testa guarda a destra invece che a sinistra, come era prima che Chávez cambiasse il simbolo nazionale su richiesta di una figlia a cui sembrava «innaturale»; a un timbro e una firma che sembrerebbero aggiunti.

E sulla cosa starebbero indagando infatti i Servizi: sia l’Aise che l’Aisi. In varie interviste l’autore dello scoop Marcos García Rey ha però insistito di aver fatto tutte le verifiche necessarie, che è pronto ad andare in tribunale, e che comunque prima di scrivere l’articolo dopo tre mesi di richieste aveva chiesto ai Cinque Stelle di rispondere sui dubbi, e che non aveva avuto alcuna risposta.

Tuttavia, al di là della ovvia necessità di dimostrare questo episodio, il fatto che il regime venezuelano inaugurato da Chávez e continuato da Maduro abbia pompato il consenso su di sé distribuendo petroldollari a destra e a manca non è affatto un mistero. E ci sono anche riscontri accertati, anche se il grosso del quadro è largamente ipotetico.

In particolare Orlando Zamora, ex-capo di divisione dell’analisi di rischio cambiario del Banco Central de Venezuela, ha affermato in un suo libro di aver visto dati sui sussidi dati dal governo all’estero per un valore di 24,7 miliardi di dollari, ma che potrebbero ascendere a 35 miliardi aggiungendo altri stanziamenti non resi noti. L’opposizione venezuelana ha presentato un dossier in cui ha stimato tra 2005 e 2012 ben 70 miliardi di sussidi: in testa tra i beneficiari Cuba con 23,2 miliardi e il Nicaragua con 12,9. Oltre al denaro ci sarebbero 200.000 barili destinati direttamente a Cuba e ad altre isole dei Caraibi.

Ovviamente, questa pioggia risale soprattutto ai tempi delle vacche grasse, prima che il Venezuela entrasse in crisi. Nella narrazione simpatetica per Maduro si sostiene che il disastro economico che ha costretto almeno 5 milioni di venezuelani ad andarsene è effetto delle sanzioni.

In realtà queste per parecchio tempo hanno riguardato solo gerarchi del regime, e solo dopo l’insediamento di Guaidó la disputa su quale fosse il governo legittimo ha investito gli asset del governo all’estero. Dalla società statunitense Citgo all’oro custodito nella Bank of England. E la crisi è precedente.

Non c’entra neanche il crollo dei prezzi del petrolio, che sicuramente non ha provocato danni analoghi in altri Paesi pesantemente dipendenti dall’export di greggio tipo Arabia Saudita, Kuwait o Emirati Arabi Uniti. Il problema è stato essenzialmente in una cattiva gestione che ha fatto precipitare la produzione: dai 3.239.000 barili al giorno del 1990 ai 2.937.000 del 2000, 2.725.000 del 2010, 2.359.000 del 2012, 1.190.000 del 2017, 870.000 nel 2019, 374.000 secondo i dati di questi giorni.

Malgrado ciò, l’invio di petrolio gratis a Cuba non si è mai arrestato. Viene ricambiato con l’invio di medici e soprattutto personale di sicurezza, che si è inserito ormai solidamente nei gangli del potere. In base all’accento testimoni a vari livelli individuano cubani che si fanno passare per venezuelani sia tra chi gestisce l’anagrafe, sia tra le guardie al confine.

Gran parte di questo flusso di risorse è andato direttamente a governi amici. Altre risorse sono state investite in spese di rappresentanza. A esempio, quel Forum Sociale Mondiale del 2006 che contribuì potentemente a accreditare Chávez nel mondo no global ed a lanciare lo slogan del Socialismo del XXI secolo.

Altre risorse sono state destinate a attività benefiche con risvolto propagandistico: da quelle a favore di poveri negli Stati Uniti a quelle per disastrati in Perù. Va detto che si tratta di un Soft Power abbastanza simile a quello fatti da altri governi: a partire da quello degli Stati Uniti.

Aiutare movimenti politici stranieri è cosa ampiamente diffusa. Per far sì che il passaggio di denaro sia trasparente, in Occidente queste cose vengono fatte normalmente attraverso meccanismi pubblici. Negli stati Uniti, ad esempio, il National Endowment for Democracy è una ong che dirige fondi di provenienza anche pubblica attraverso quattro diramazioni controllate rispettivamente da Partito Democratico, Partito Repubblicano, sindacati e organizzazioni imprenditoriali.

Anche la Germania fa qualcosa del genere attraverso le fondazioni dei suoi partiti politici. Ovviamente ciò non esclude che qualcosa o anche molto possa essere indirizzato attraverso canali occulti, ma in teoria questi non sarebbero indispensabili.

A parte mettere sotto processo le ong che ricevevano alla luce del sole fondi degli Stati Uniti nel momento stesso in cui mandava soldi ai «poveri statunitensi», il Venezuela di Chávez queste operazioni le invece ha gestite su un piano di opacità assoluta. Uno dei massimi artefici dell’accreditamento presso la sinistra internazionale di un militare golpista con tratti chiaramente fascistoidi come Chávez fu ad esempio Ignacio Ramonet, con la sua influente rivista Le Monde diplomatique.

Secondo fonti antichaviste, lo avrebbe fatto soprattutto perché i petroldollari di Chávez avevano salvato il giornale dal fallimento. Ramonet sul punto andò in tribunale, e riuscì a far condannare un venezuelano antichavista per diffamazione. L’indennizzo fissato dal giudice, però, fu quello simbolico di un euro. Come dire: «sì, non può essere materialmente provato, ma non stiamo a prenderci in giro!».

Uno squarcio su certi sistemi arrivò il 4 agosto del 2007, quando l’imprenditore venezuelano-statunitense Guido Antonini Wilson, poco dopo essere arrivato dal Venezuela all’Aeroparque Jorge Newbery di Buenos Aires su un volo privato, fu fermato alla dogana con una valigia piena di dollari non dichiarati: 790.550 per la precisione, destinati a finanziare la campagna elettorale di Cristina Fernández de Kirchner.

Fu lo scandalo variamente denominato «escándalo de la valija», «escándalo del maletín», «maletinazo», «maletagate» o «valijagate». All’epoca ai cittadini venezuelani era proibito espatriare più di 10.000 dollari, e l’aereo era stato affittato dalla compagnia statale argentina di energia Enarsa. Quando il Senato di Buenos Aires votò per una indagine e un giudice argentino ordinò l’arresto di Antonini Wilson per riciclaggio e contrabbando, questi scappò a Miami e si mise a collaborare con l’Fbi, vuotando il sacco.

I due governi negarono ogni coinvolgimento e parlarono di complotto Usa, ma nel dicembre del 2007 l’Fbi arrestò in Florida tre cittadini venezuelani e uno uruguayano come agenti del governo venezuelano, accusati di aver fatto pressione su Antonini Wilson per non parlare. Tre si dichiararono colpevoli,  il quarto è stato condannato dopo un processo a quattro anni di carcere. 

Che la storia del Consolato di Milano sia vera o falsa, la valigia di Buenos Aires costituisce un precedente interessante. Se è vero, indica un sistema abituale. Se è fasulla, spiega come possa essere sembrata verosimile a chi ha architettato la patacca.

Nell’aprile del 2016 fu poi il giornale spagnolo El Confidencial a tirare fuori un documento ufficiale del 2008 firmato dall’allora ministro delle Finanze, Rafael Isea, secondo cui l’esecutivo di Chávez avrebbe pagato almeno 7 milioni di dollari ai futuri fondatori della spagnola Podemos Pablo Iglesias, Juan Carlos Monedero e Jorge Verstrynge.

Obiettivo: «favorire un governo in Spagna più affine con i valori della rivoluzione bolivariana», attraverso una fondazione Centro de Estudios Políticos y Sociales (Ceps). Ufficialmente rubricata come compenso per consulenze, la somma sarebbe stata ripartita negli anni: 2,49 milioni di dollari, nel 2008; 4,2 nel periodo tra il 2009 e il 2012.

Va detto che secondo Marcos García Rey, lo stesso autore dello scoop sui Cinque Stelle, ritiene che in questo caso non si possa parlare di un vero e proprio finanziamento a un partito. Nella sua analisi, fare i consulenti di un governo è cosa diversa che intascare soldi per creare un partito.

«Agenti chavisti» sono stati poi variamente accusati di essersi infiltrati in varie proteste latino-americane, degli ultimi mesi. Senza riscontri precisi, in realtà. Più precise sono le notizie su arresti di persone che a Miami sarebbero state pagate per partecipare alle proteste vincolate al caso Boyd.

Secondo quanto è trapelato dalla Procura di Miami, tra di loro ci sarebbero cittadini statunitensi, venezuelani, cubani, honduregni e haitiani. Avrebbero di avere ricevuto denaro per andare alle proteste, e in effetti sarebbe stato anche detenuto un venezuelano con nel portafogli 10.000 dollari in contanti, con cui stava facendo i pagamenti.

L’evidente sospetto è che si tratti di un uomo dei Servizi di Caracas, e anche un altro degli arrestati è sospettato di essere un uomo dei Servizi cubani. Ma le indagini sono tuttora in corso. 

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