Come va, come va, come va?Saranno i distratti a salvare l’economia

Ormai di soldi in tasca non ne ha più nessuno. Chi lavora nella moda ha solo da lamentarsi, i ristoratori ancora di più, per non parlare di chi organizzava concerti e ora rimborsa con i voucher. Ma c’è almeno una categoria che sta bene, quelli che si dimenticano di aver comprato i biglietti

Pixabay

«Adesso come va, come va, come va»
Soldi, Mahmood, Sanremo 2019.

Vi sarete accorti che non ha più una lira nessuno (noi anziane chiamiamo ancora il denaro «lire», dovete avere pazienza). Se conoscete uno stilista, l’avrete sentito sospirare – un minuto dopo aver dichiarato ai giornali che la moda deve rallentare, non si possono fare dieci sfilate l’anno – che sì, bella la decrescita felice, telegenica, romantica, ma lui gli stipendi come li paga, se ogni modaiolo che comprava dieci cose l’anno inizia a comprarne una?

Se conoscete qualcuno che si occupi di concerti, l’avrete sentito sbuffare che la polemica per i voucher dei biglietti è ridicola: gli organizzatori di concerti aspettano la fine del blocco dei licenziamenti per mandar via decine di persone, nessuno sta lavorando, nessuno sta incassando, e ora dovremmo ridare i soldi a te che avevi comprato a tua figlia i biglietti per Anastasio (chiunque egli sia)?

Se conoscete un ristoratore, l’avrete sentito prefigurare scenari che in confronto il «ci batte pure la pizza di fango del Camerun, siamo al baaaaratro» della signorina Vaccaroni era ottimista: a ottobre chiudiamo tutti, e comunque appena si può licenziare di nuovo tutti licenzieranno in massa, Le quattro settimane di cassa integrazione – che il governo ha rimandato a settembre perché adesso non ha soldi – a ottobre diventeranno indennità di disoccupazione, e chi più ne ha più evochi terrore e miseria.

«L’aaaaapocalisse, si salvi chi può, fàteve mormoni, rinunciate ai beni teréni, staccate il telefono, comprate le candele» (previsioni per il 1993 di Cinzia Leone, nel ruolo della signorina Vaccaroni, in una puntata di Avanzi, varietà del 1992).

Tutto è relativo, figuriamoci se non è relativo il «non c’è una lira». Non c’è per il ristoratore che è stato chiuso tre mesi, per lo stilista cui nessuno comprerà più una borsetta perché tanto sto in casa e se esco e voglio fare la frivola investo in mascherine con logo (oddio, che avesse ragione Zingaretti quando diceva che sarebbero diventate un accessorio modaiolo? «Ragione» e «Zingaretti» nella stessa frase: accadono miracoli).

Ma, per esempio, l’organizzatore di concerti che ha fatto i voucher, lui si tiene per un anno e mezzo i soldi del biglietto che hai comprato sei mesi fa per il concerto cui andrai tra un anno, no? Piano, bisogna fare dei distinguo. Il voucher è perlopiù un’opzione offerta in alternativa ad altre (una nuova data, che poi bisogna vedere se verrà mantenuta, o un rimborso).

Tuttavia, mettiamo che uno se lo faccia andar bene, questo voucher (parola che non porta con sé un bagaglio di felici esiti, in Italia: gli ultimi “voucher” erano quelli per pagare il lavoro a giornata che causarono quasi più polemiche dello spostamento tra regioni degli insegnanti). Egli riceverà il voucher e l’importo non sarà quello che ha speso. Intanto, non ci sono i 9 euro e 90 (i trucchi per non dire 10 sono l’anima del commercio) di spedizione: io i biglietti te li avevo spediti, non è che ci possa rimettere il prezzo del corriere solo perché il concerto è stato annullato.

Poi mancano anche i «costi di commissione», che stanno al biglietto d’un concerto come il MacGuffin stava al cinema di Hitchcock: nessuno sa precisamente cosa siano, ma servono a far salire il prezzo (nel caso di Hitchcock: a far avanzare l’azione).

I costi di commissione non sono i diritti di prevendita, eh: quella è un’altra voce ancora (il cui senso è: ti punisco perché mi stai dando dei soldi in anticipo permettendomi di pagare i miei dipendenti, invece di comprarti i biglietti il giorno prima), e quella voce lì viene accreditata.

I MacGuffin invece nel voucher non ci sono. Tu hai speso 165 euro (più prevendita, più commissioni, più spedizione) per due biglietti di Baglioni a Caracalla, e io ti ridò 190 euro invece di 211. Ne hai spesi 86 (più eccetera eccetera) per Paul McCartney, e io mi tengo 16 euro tra commissioni e consegna.

Non ha più una lira nessuno, quindi, tranne i venditori di biglietti che, con questi soldi messi nel porcellino e mai restituiti, potrebbero almeno pagare il personale cui s’è azzerata la stagione, quelli che nei concerti trasportano le scenografie o strappano i biglietti, i famosi lavoratori della musica che le popstar sottintendono quando dicono che non è mica per loro stesse che si lamentano. E invece al massimo si pensa a organizzare eventi il cui ricavato vada in beneficenza a queste seconde file degli spettacoli sospesi: abbiamo sostituito le garanzie per i lavoratori con l’elemosina, e dire che l’America sembrava lontana, dall’altra parte della luna.

La buona notizia è che c’è un’altra eccezione al non avere una lira, a quanto pare. Dicono, ma senza fornire percentuali esatte, che le richieste di rimborso siano in realtà una minoranza. Che chi è abbastanza benestante da comprare un biglietto sei mesi prima lo sia anche abbastanza da poi, se in quei sei mesi scoppia una pandemia, dimenticarsi del biglietto e non chiederne rimborso o sostituzione.

Saranno i distratti, che salveranno l’economia.

«Aprite le finestre a nuovi sogni, alle speranze, alle illusioni».
Loredana Berté in Bambole, non c’è una lira, varietà del 1977.

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