Lezioni sul futuroL’evoluzione del pensiero politico post-pandemia

Emergeranno tre grandi filoni, uno conservatore e nazionalista, uno tecnologico e uno socio-democratico, liberale e internazionale. Quale prevarrà? Non si può dire. Ma si può sperare

Afp

Tutti vogliono sapere che aspetto avrà il mondo nel futuro post-pandemia. Io posso offrire una previsione: non sulla geografia delle realtà sociali ed economiche, che mi è impossibile discernere, bensì sul quadro nebuloso di idee e teorie che prenderanno forma sopra di noi.

Un quadro di idee e teorie che, noto, è facile da prevedere perché alcuni pensieri stanno già fluttuando intorno a noi. Si condensano, in modo indistinto, in cumuli e nubi, e ne formano almeno tre, a mio avviso.

È facile immaginare allora che, dopo un po’, queste condensazioni nuvolose finiranno per guardarsi con sospetto l’un l’altra, come fanno talvolta le nuvole. Questo sarà il futuro.

Ci sarà un dibattito. Il suo tema riguarderà la crisi sanitaria-economica e le sue lezioni. La discussione si scomporrà, a sua volta, in interpretazioni che tenderanno a essere di destra, altre che tenderanno più o meno ovunque, e altre che tenderanno invece a sinistra.

Traduco: un’interpretazione conservatrice nazionalista, una industriale – che influirà sulla cultura digitale – e una interpretazione socio-democratica e liberale internazionalista. Quest’ultima sarà la mia.

Ognuna di queste interpretazioni convincerà qualcuno, a partire da quella conservatrice nazionalista, i cui sostenitori avranno lo speciale vantaggio di essere, qui e là nel mondo, al potere.

Si dimostrerà anche più persuasiva perché, in questi primi mesi della crisi, assistiamo ad alcuni sviluppi importanti. Alcune di questi contribuiranno a rafforzare la loro opinione, specificamente su questo o quel particolare.

Il panico per i rifornimenti, prima di tutto. A nessuno è sfuggito il fatto che, sui prodotti medici essenziali, ci possa anche essere un buon motivo per rimarcare un principio di sovranità nazionale. Alcune cose devono essere prodotte in casa, senza badare ai costi.

Però, come capita spesso, i tentativi dell’Amministrazione Trump di affrontare il problema – con tariffe sui prodotti medici cinesi – hanno soltanto contribuito a provocare il disastro della risposta iniziale americana alla pandemia – anche se poi, per alcune misure, l’Amministrazione ha fatto marcia indietro.

Certo: la gestione della crisi non si è dimostrata uno dei cavalli vincenti della Casa Bianca. Eppure, almeno in astratto, tutti oggi sono costretti a concordare che, per quanto riguarda alcuni specifici beni necessari, il buon senso e la spinta nazional-sovranista verso l’autonomia sono riusciti a incastrarsi bene.

In più, il punto di vista nazionalista-conservatore oggi sembra prevalente perché si presta a numerose versioni.

In quella del presidente Trump assume una piega folcloristica e demagogica, nello stile della paranoia pupulista – è lo storytelling delle Brave Persone Americane finite sotto l’attacco dell’Organizzazione Nemica Straniera del Partito Comunista Cinese, della tetra e internazionalista Organizzazione Mondiale della Sanità, che conta tra i suoi perfidi alleati le Persone Cattive dell’Élite americana, per non parlare dell’Obamagate, della “bufala russa” e così via.

Le proteste dei confederati che sventolano la bandiera con i fucili non hanno aiutato a dare autorevolezza a questa posizione, ma sarebbe un errore ridurre l’opinione nazionalista-conservatrice alle sue versioni più idiote e alle teorie del complotto.

Faccio l’esempio del professor Russell A. Berman di Stanford, uomo distinto e di sani principi, direttore emerito di “Telos”, la rivista filosofica della Scuola di Francoforte.

Russel Berman ha perorato la causa della riaffermazione di un nazionalismo statalista e forse populista (anche se preferisce la parola “patriottismo”) in un saggio pubblicato sulla sua stessa rivista, che si scopre essere una ristampa di un contributo scritto per un magazine più apertamente politico, chiamato “American Greatness”.

Nel suo scritto Russel Berman lancia attacchi contro i globalisti senza cervello, fa qualche elogio della pronta risposta di Donald Trump alla pandemia (non lo dipinge per nulla inetto e catastrofico, ma anzi coraggioso e lungimirante, proprio come vi aspettereste dal magazine “American Greatness”), fa sfoggio di lealtà parlando del «virus di Wuhan», offre qualche parola in aiuto di Sebastian Kurz, il Cancelliere austriaco.

Nonostante tutto, resta comunque possibile leggere questo saggio, chiaramente andando in direzione contraria alle intenzioni del suo autore, come se muovesse una critica al presidente americano: il nazionalismo conservatore, nella versione di Russel Berman, richiede infatti forti istituzioni nazionali in grado di prendere le difese dei cittadini.

Il trumpismo, per come abbiamo imparato a conoscerlo, è invece un attacco populista allo Stato (o, più precisamente, il trumpismo è la pulsione verso una leadership autocratica per ottenere uno Stato indebolito).

Non è tutto. La posizione conservatrice nazionalista può essere presentata anche in maniera giocosa, perfino utopista, come suggerisce John Gray in un intervento di qualche settimana fa su “New Statesman”. «Perché questa crisi è un punto di svolta della storia», scrive, prestando particolare attenzione alla situazione britannica.

Oppure può giocare la carta, – ben più attraente, alla Churchill – di una resistenza sprezzante, ed è ciò che Boris Johnson è riuscito a fare in modo rimarchevole al momento della sua prima apparizione pubblica dopo essere uscito dall’ospedale (enfatizzando l’orgoglio britannico per il servizio sanitario del Regno Unito, esempio ammirevole di socialismo).

O, ancora, questa stessa opinione può essere declinata secondo una dimensione anche più ampia, come avviene in un libro dell’anno scorso, scritto dal teorico politico israeliano Yoram Hazony, dell’Istituto Herzl.

È “Le virtù del nazionalismo”. Un libro inquietante, secondo me, e di un’ingenuità senza scampo per quanto riguarda le ovvie conseguenze dell’idea di dividere il mondo in diversi nazionalismi conservatori.

Un libro che non riesce nemmeno a immaginare un nazionalismo liberale o di riconoscere l’esistenza di un autentico internazionalismo liberale – ed eppure (questa è la parte inquietante) è un libro molto ammirato nei circoli conservatori, sia in America sia in Israele. Perché?

Perché rielabora, con il linguaggio della filosofia politica, la posizione di Gore Vidal contro l’America moderna, cioè l’idea secondo cui gli Stati Uniti siano stati una repubblica anche interessante nei tempi andati, almeno finché erano nobilmente isolazionisti, e che siano poi diventati, in seguito alla vittoria nella Seconda Guerra Mondiale, un tiranno imperialista. È un modo come un altro per rifiutare l’ordine mondiale del Dopoguerra.

A me sembra invece un grande errore, per un israeliano, aver preso quella direzione. Ma riconosco che le sue argomentazioni hanno una certa forza, anche solo perché sono rivolte sia alle persone della sinistra radicale sia a quelle della destra conservatrice.

Certo, anche in Francia il filosofo di destra Michel Onfray sta per lanciare un nuovo magazine che ha un nome di sinistra (“Front populaire”) e si fa promotore di una visione nazional-sovranista, secondo una formula che, promette, andrà bene allo stesso tempo sia alla destra sia alla sinistra. Si appoggia al sostegno del vecchio politico socialista radicale Jean-Pierre Chèvenement e, ancora, di figure della destra estrema, finanche del medico Didier Raoult, il campione francese dell’idrossiclorochina.

Eccola, allora, la nuova formazione intellettuale che prende forma proprio in questo momento. Dalla rivista “Telos” in California, con le sue origini nel campo della sinistra, a un saggio su “New Statesman”; dal primo ministro britannico, all’istituto Herzl, fino al nuovo magazine “Front Populaire”, insieme ad altre pubblicazioni che avrei dovuto menzionare.

È sufficiente però dire che, nell’epoca di Trump, il nazionalismo conservatore ha prodotto una manciata di filosofie che sopravvivranno allo stesso Trump. E lo faranno perfino sembrare quello moderato.

II.

Tuttavia, ciò che accade nel mondo sembra confermare anche la seconda interpretazione, quella della crisi e delle sue lezioni, che definisco “industriale”.

L’influenza Spagnola del 1918 non ha provocato nessuna particolare trasformazione tecnologica, non ha nemmeno avuto un grande impatto sulla cultura.

Il Covid-19, invece, in poche settimane ha sospinto l’intera civiltà nel mondo della trasformazione digitale e delle sue conseguenze culturali. Avevano appena annunciato il lockdown che, nello stesso pomeriggio, centinaia di milioni di persone stavano già guardando le nuove e curiose app sul loro device elettronico, chiedendosi: “Riuscirò a usarle”? Ci sono riusciti.

Le lezioni scolastiche online, i seminari universitari, le cene su Zoom e i Seder di Pesach (io e lo schermo del mio computer abbiamo partecipato a uno di questi), compreso tutto il resto, possono anche essere state accettate in quanto misure di emergenza.

Tutti però hanno capito in pochi giorni, come capiterà alle varie idee conservatrici nazionaliste, che parecchie di queste soluzioni sono destinate a sopravvivere all’emergenza.

La telemedicina, finora marginale, è stata “consacrata”, come dicono i francesi. La robotizzazione dell’industria che, come l’invecchiamento, è una strada a senso unico, ha ricevuto il maggior sostegno di sempre.

In uno schiocco di dita abbiamo scoperto che una grande quantità degli spostamenti che facevamo ogni giorno non sono più necessari. Ovviamente il lavoro di ufficio, con presenza fisica, non scomparirà. Nessuno però dimenticherà che è stata trovata una soluzione al traffico delle ore di punta, cioè il telelavoro.

E poi, nell’epoca di Zoom e Skype, chi sarà ancora costretto a intraprendere viaggi di lavoro faticosi e dispendiosi? Certo, ci saranno sempre buone ragioni per continuare a farli, ma non saranno più così ovvie e indiscutibili come si credeva.

E cosa succederà ai quartieri finanziari delle città, nell’epoca degli incontri digitali? Lavorare da casa ucciderà gli abiti da lavoro. Forse le città sopravvivranno come centri culturali. I concerti saranno una attrazione, ma d’altra parte la Metropolitan Opera ha dimostrato, al suo “At Home Gala” di aprile, che un concerto su Skype, fatto con musicisti sparsi nelle loro case in tutto il mondo potrebbe anche avere le sue qualità, e la cosa è particolarmente vera per il teatro. Siamo pronti a scrivere nuovi capitoli della storia delle arti performative.

E però, tutti questi sviluppi, e queste fantasie ancora più utopistiche della fantascienza, significano solo un cosa: il trionfo di alcune aziende del big tech. E dei loro proprietari. Queste organizzazioni, nel giro di poche settimane, hanno accumulato un nuovo straordinario potere sull’intera società.

Questo sviluppo, che avviene di fronte ai nostri occhi, è destinato prima o poi a provocare un conflitto enorme.

Sarà lo stesso conflitto che si crea ogni volta che nuove tecnologie o nuovi modelli di produzione conquistano il mondo. I trionfi di Cornelius Vanderbilt e i suoi battelli a vapore e le strade ferrate hanno segnato la strada, come enunciato nello slogan immortale di quel “porco capitalista” di suo figlio: «Il pubblico vada all’inferno».

Era una strada terribile, nel 19esimo secolo. Una strada disseminata di guerre di classe, rese ancora più disperate dalle ricorrenti crisi e dai panici. Anche la nostra sarà così terribile? Anche le nostre lotte saranno rese più rabbiose dalla catastrofe economica?

Saranno in ogni caso battaglie che, come in passato, sventoleranno bandiere di ogni genere: anti-monopoliste, socio-egalitarie, sindacaliste, moraliste, libertarie, autoritarie, individualiste, comunitarie, nazionali, lungimiranti, passatiste, intelligenti, apocalittiche o qualsiasi cosa, finché ci sarà ostilità nei confronti dei nuovi colossi digitali, da poco saliti alla ribalta. Ma tutto questo avverrà in futuro.

III

Per quanto riguarda il terzo partecipante dei prossimi dibattiti: i sostenitori di una interpretazione social-democratica e internazionalista sono quelli che si sono fatti sentire meno vigorosamente, finora.

Eppure ciò che è accaduto finisce per dare ragione anche alla loro lettura del mondo, forse anche con più forza. «L’epoca di uno stato “pesante” è finita», aveva detto Bill Clinton nel 1996. E nel marzo 2020 è finita anche l’epoca in cui le persone dicono questo genere di cose.

Perfino i tedeschi, che non pochi anni fa avevano dato ai greci lezioni molto arroganti sull’economia dell’austerity, hanno adottato un tono diverso. I tedeschi che dopo aver danneggiato in passato l’Unione Europea evitando di assumersi responsabilità nei confonti dei Paesi più poveri – ed evitando di immaginare l’Europa come una collettività autentica – si sono offerti, contro ogni previsione, di unirsi ai francesi per fortificare quello che fino a quel momento avevano indebolito.

Lo stesso tipo di svolta a “U” lo ha rappresentato la velocità con cui negli Stati Uniti il Congresso ha adottato programmi per circa tremila miliardi di dollari, con il CARES Act e con altre misure.

Naturalmente le somme messe a disposizione sono ben lontane da essere sufficienti, e sono già state rese ancora meno efficaci da quello che sembra essere una vera e propria passione dell’Amministrazione Trump: la corruzione. Perfino le spese messe nella sanità pubblica, data la natura della Casa Bianca, finiranno per dare benefici più alle corporation degli ospedali privati che al sistema sanitario in sé.

Le migliaia di miliardi di dollari messi a disposizione, però, rappresentano un evento storico. Le persone “economicamente ortodosse” amano pensare, al contrario, che si tratti solo di una risposta pragmatica ed eccezionale a una circostanza insolita, non certo una rivoluzione nel pensiero politico ed economico del mondo.

Ma la crisi economica resterà con noi a lungo. Insieme a lei, le nuove contromisure di tipo keynesiano. A un certo punto, un’eccezione di lunga durata smette di essere eccezionale.

Non solo. C’è qualcosa, in queste ultime mosse, che suggerisce che si vada oltre il pragmatismo. La crisi ha dato origine a uno spirito pubblico, all’inizio evidente in Italia, poi anche altrove. Uno spirito di ammirazione collettiva verso gli operatori della sanità, uno spirito di volontariato. Uno spirito, insomma, di altruismo e generosità.

Negli Stati Uniti è diventato facile fare spallucce verso chi martella sulle pentole alle sette di sera o canta e grida dai balconi. Ma c’è chi mette davvero in dubbio la loro sincerità? Non è stata cosa da poco vedere, durante i giorni peggiori della crisi, i volontari sulle loro ambulanze venire da tutta l’America qui a New York, per prendere il loro posto in quello che, in tempi di guerra, sarebbe il fronte.

Tutti hanno apprezzato quegli attimi. Rappresentavano una nuova espressione di quello spirito sorto spontaneamente nelle ore successive agli attacchi dell’11 settembre.

Proprio come in quel momento, anche stavolta ha suscitato un doppio sentimento: un riconoscimento per le masse di persone che insistono a contribuire, con il proprio lavoro, alla sicurezza della società; e, collegata a questo, l’improvvisa consapevolezza che la società, nella sua interezza, è fatta vivere proprio da chi si sporca le mani.

Forse questo spirito esprime una cosa in più, cioè l’idea che la vita non possa essere soltanto una lotta per ottenere il vantaggio personale. L’idea che rischiare la morte nella battaglia contro la morte di massa rappresenta, al suo livello più profondo, il senso di società. Un senso di sobrietà morale. Un approfondirsi dell’idea di umanità.

E tutto questo, dal punto di vista politico, pende verso una certa direzione. Verso quell’impulso che da diversi anni fermenta nel Partito Democratico.

Per l’esattezza, verso il desiderio di un ritorno alle tradizioni progressiste e da New Deal dell’egalitarismo da Stato “pesante”, che sono la tradizione, appena ricordata, di Woodrow Wilson, e quella – ricordata meglio – di Franklin Delano Roosevelt e dei suoi eredi.

Joe Biden ha sconfitto Bernie Sanders alle primarie perché è riuscito a convincere molte persone che il Medicare for All immaginato da Bernie sarebbe stato più rischioso e più caro di una assicurazione a carico del datore di lavoro.

Ma ora, quando circa 39 milioni di persone – come dicono le ultime stime – hanno perso il loro datore di lavoro in poco più di due mesi, quella posizione contraria all’assicurazione a carico del datore di lavoro ha cominciato a sembrare un pochino più forte.

È stato incredibile vedere con quale velocità sia emersa, proprio ora, la consapevolezza delle disuguaglianze sociali di fronte alla pandemia, che ha colpito neri e latini, fino agli inscatolatori di carne ritratti più di un secolo fa da Upton Sinclair nel suo libro “La giungla”.

Insomma, si è rinvigorita la coscienza sociale anche in modo indipendente dalla svolta avvenuta sulle misure economiche. Questo rinvigorimento è ben visibile nel Partito Democratico e in alcuni giornali.

Ecco, allora, gli elementi per uno tsunami social-democratico: popolare, spontaneo, teorico, di massa, individuale, idealistico, pramatico, profondo, religioso e secolare, che si basa su riverite tradizioni delle riforme sociali americane, reso simpatico dai movimenti di massa dei giovani e che trova eco e supporto in tanti movimenti paralleli in Europa.

IV

La questione dell’internazionalismo, intesa come alternativa al nazionalismo conservatore, è più complicata. La ritirata degli Stati Uniti dagli impegni internazionali ha avuto una lunga gestazione.

Lo stesso presidente Barack Obama ne aveva dato qualche esempio, qualche anno fa, anche se si era limitato al medioriente in generale (sebbene sia rimasto risolutamente internazionalista per quanto riguarda le istituzioni globali e atlantiste, soprattutto per le questioni scientifiche, cioè la sanità pubblica e il cambiamento climatico).

Ma Trump è andato ben oltre. Tanto che, sotto il suo comando, gli Stati Uniti hanno smesso di opporsi alle dittature, anche solo pro forma. Gli Stati Uniti non offrono più alcun tipo di leadership e preferiscono, invece, vagare per il mondo come un Cavaliere solitario, concentrandosi su poche, ristrette questioni (le negoziazioni arabo-israeliane, l’Iran, la dittatura di Maduro in Venezuela) senza nemmeno fare finta di inseguire un principio.

L’ultimo passo in questa tendenza è stato togliersi, in stile “America First”, dal primo posto nel campo più importante di tutti oggi, cioè quello della scienza globale. Il simbolo è stato l’abbandono dagli accordi di Parigi sul cambiamento climatico, che hanno avuto luogo formalmente nel novembre 2019, proprio mentre nel wet market di Wuhan (così pare) stava avvenendo un importante evento biologico.

Ma la ritirata più importante è cominciata con la gestione dell’amministrazione Trump dei Centers for Disease Control and Prevention (Centri per il controllo e la prevenzione delle malattie).

Cioè con la nomina (fatta dal Segretario della salute e dei servizi umani di Trump, che, avendo sollevato sospetti di corruzione, era stato obbligato a dimettersi) di un nuovo capo dei Cdc, il quale, avendo sollevato i suoi rispettivi sospetti, è stato obbligato a dimettersi. Seguita da una nomina ad interim di una persona preparata, che si è dimessa, seguita ancora dalla nomina di ancora un altro capo, il dottor Robert Redfield, la cui risposta all’epidemia di Aids di qualche anno fa – risposta influenzata da una visione evangelica – ha sollevato un notevole sgomento tra gli specialisti di sanità pubblica americana, e molti hanno abbandonato i Cdc, come si poteva immaginare.

I Cdc sopravvissuti, anche se malconci, all’inizio della crisi hanno preso una serie di cantonate molto gravi. Nel frattempo l’amministrazione ha assunto la folle decisione di diminuire le loro disponibilità, ritirando, nel corso del 2018 e del 2019, alcuni membri dello staff in Cina, scelta cui si aggiunge quell’altra, scellerata altrettanto, di smettere di finanziare proprio quel programma che aveva permesso ai membri dell’USAID (Agenzia degli Stati Uniti per lo sviluppo internazionale) di lavorare insieme ai ricercatori cinesi di Wuhan sulle zoonosi.

Con queste scelte, Trump ha strappato gli occhi all’America. Se ha continuato a permettersi di venire ingannato, o fuorviato, dalle rassicurazioni cinesi proprio nei primi giorni dell’epidemia (si è superato nell’arte di omaggiare i dittatori quando ha elogiato lo stesso Xi Jinping proprio mentre lui lo stava, fatalmente, ingannando) è stato perché le sue decisioni lo hanno reso vulnerabile e ingenuo.

Il truffatore ha scelto di essere un bersaglio. E la sua scelta di diventare bersaglio è stata, alla sua maniera, una decisione di principio, basata sul desiderio selvatico di sventrare lo Stato – che, in questa circostanza, comprendeva anche le agenzie di intelligence.

Allora, appena l’epidemia ha smesso di essere una questione soltanto cinese, il presidente ha adottato una politica coerente, sia dal punto di vista interno che internazionale, cioè abdicare a ogni tipo di responsabilità.

Dal punto di vista interno, in favore dei 50 governatori degli Stati. Da quello internazionale, in favore della leadership cinese (mentre sosteneva di essere il nemico della leadership cinese, ovviamente). Dal punto di vista morale, donando all’America il compito di essere, nella caccia globale di forniture mediche, un giocatore che fa ostruzione. E dal punto di vista scientifico, esaltando i ciarlatani e i pettegolezzi.

Il suo disprezzo per l’Organizzazione Mondiale della Sanità è diventato l’emblema di tutto questo.

L’Oms, che l’Amministrazione Trump ha danneggiato in tutta tranquillità (per esempio, non nominando per tre anni di fila un rappresentante medico senior al board, cosa che ha reso lo stesso consiglio più debole di fronte alle autorità cinesi, le quali hanno sfruttato questa occasione lasciando a lungo l’Organizzazione all’oscuro sul virus, cosa che a sua volta ha portato a un ritardo di una settimana prima di definire “pandemia” la “pandemia”, cosa che ha portato a fare calcoli errati e fatali in Italia, cosa che potrebbe avere contribuito, di nuovo, alla tragica diffidenza di Trump a comprendere la grandezza del pericolo).

Il disprezzo per questa istituzione si è dimostrato una scelta infelice perché ha spinto l’Amministrazione a ignorare gli scienziati americani che, attraverso i loro legami con l’Organizzazione nella sua sede di Ginevra, avevano saputo del Covid-19 – mi riferisco a quelli che hanno provato, senza successo, ad allertare Washington. Dove invece, ai suoi livelli più alti, non c’era nessuna intenzione di essere messi in allerta.

E allora, proprio questi massimi livelli hanno continuato sulla loro strada e hanno annunciato il congelamento dei contributi americani all’Oms, più o meno 400 milioni di dollari da aprile. Una decisione incredibile se presa nel mezzo di una pandemia. O, doppiamente incredibile, dato che, nel 1948 l’Oms era stato una delle istituzioni globali che l’America aveva contribuito a creare come segno del suo impegno, all’epoca, di porre le fondamenta di quel mondo migliore che Yoram Hazony, nel suo “Le virtù del nazionalismo” considera una disgrazia imperialista. Forse la Casa Bianca non è stata molto furba nemmeno quando ha rifiutato l’offerta di test da parte dell’Oms.

E così, perfino oggi noi negli Stati Uniti e le persone in tutto il mondo dipendiamo dall’Oms per il lavoro che sta facendo sul Covid-19 e altre malattie infettive diffuse nei Paesi più poveri (le quali, in Africa, continuano a esserci), ed è un Oms che, per decisione americana, è a guida cinese! Un nazionalismo americano, nella sua versione grottesca, che sta avendo il suo momento di gloria.

Eppure, la storia ha anche un’altra faccia. Il Partito Democratico si è dimostrato una bestia a due teste, almeno per quanto riguarda nazionalismo e internazionalismo.

Se si dovesse giudicare dai dibattiti delle primarie in autunno e in inverno, si potrebbe concludere che, nell’era di Trump, il partito internazionalista di Franklin Roosevelt e Harry Truman abbia scelto di voler mantenere un’adesione soltanto di facciata alla Nato e alle altre istituzioni globali, ormai vetuste, ma che non sia davvero interessato al resto del mondo, se non per il fatto di riportare il prima possibile a casa le truppe americane.

Ma, invece, se si dovesse giudicare dalle audizioni e dal processo per l’impeachment, i Democratici sembrano incarnare il senso di un partito internazionalista. Il disprezzo che sentono per Trump e le sue collusioni russe, compresi gli sforzi per abbattere la democrazia ucraina, è una emozione di parte, ma è anche una emozione democratica, con la “d” minuscola.

I Democratici sentono tutto questo perché, stando nel solco delle più antiche tradizioni americane, sono contrari alle dittature. O almeno, qualche volta. I loro cuori battono in solidarietà verso le persone democratiche che, nei più oscuri angoli del pianeta, soffrono. O, almeno, qualche volta succede, in scoppi aritmici che potrebbero far preoccupare qualche cardiologo.

La responsabilità globale: a volte la sentono. Il loro impulso internazionalista ha trovato la sua eco in Europa, addirittura. Nella decisione, sorprendente, di Angela Merkel (giusto per sottolineare che, perfino tra i conservatori, l’istinto trumpiano sia men che universale) di rafforzare l’Unione Europea.

Ma il nuovo grande impulso che spinge in direzioni internazionaliste riguarda la scienza. Il nazionalismo isola, la scienza internazionalizza. Le agenzie americane, sotto Trump, si sono ritirate dalle collaborazioni internazionali. Così gli scienziati, negli Stati Uniti, nel mondo e, in un certo limite, perfino in Cina, si sono buttati in collaborazioni internazionali.

Chiunque lo vede. Chiunque capisce che terapie e vaccini affidabili, se si riuscirà a crearli, emergeranno, quasi certamente, da un consorzio internazionale di qualche tipo, informale o no, anche se poi sarò un laboratorio individuale a fare la scoperta decisiva, e sarà un leader internazionale che se ne assumerà i meriti.

Sarà una conquista della Repubblica della Scienza, e di nessun altro. Una conquista dello spirito internazionalista, che è diventato una forza in tutto il mondo: non grazie a un’ondata particolare di fervore ideologico, ma perché la scienza è l’internazionalismo originario. E questa epoca vuole la scienza.

Tre grandi idee, allora. Che si condensano sopra di noi e che produrranno i prossimi dibattiti. Un nazionalismo conservatore, visto in varie versioni. Una ribellione che ribolle contro le aziende digitali, al momento appena visibile e ancora priva di definizione ideologica. E infine un passo verso la socio-democrazia e il liberalismo internazionale.

Sono grappoli di idee in contrasto tra loro ma che potranno avvicinarsi e trovare compromessi. Ma quando avranno raggiunto la loro piena forma, mostrando i rispettivi punti di forza e intensità, che aspetto avranno?

Quanto vorrei poter annunciare che i venti e le brezze soffiano a favore della mia inclinazione personale. E che gli egalitaristi socio-democratici sono destinati a vincere la battaglia economica e sociale.

Vorrei poter annunciare che i militanti, dotati di una disposizione liberale sono destinati a guidare la futura ribellione contro le grandi aziende del tech, e che i campioni dell’internazionalismo liberale, finalmente rinvigorito, saranno anche loro destinati al successo. E lo stesso vale per i principi della scienza. E, certamente, se mi guardo intorno, ci sono indicazioni che…

Ma no. Le profezie portano sfortuna. Lezione imparata nel 2016.

 

(Articolo pubblicato in inglese su Tablet)

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