Politica illogicaI tre segreti di Giuseppe Conte che Pedro Sanchez non ha ancora capito

Italia e Spagna hanno sofferto la stessa crisi sanitaria e sociale, ma perché il presidente del Consiglio italiano sale nei sondaggi e il premier spagnolo scende? Il socialista è incastrato in quella tragedia greca di Podemos che potrebbe intitolarsi: suicidio alla Varoufakis. Iglesias con lui farà come Bertinotti con Prodi

Afp

Se la lotta contro il coronavirus fosse una partita di calcio, l’Italia sarebbe un centravanti vecchio stile in una formazione 5-4-1. Un attaccante di punta isolato, stracolmo di colpi ricevuti, che non molla e cerca il momento fortunato per segnare un gol da solo contro tutta la difesa. Come un Pippo Inzaghi scatenato ai bei tempi.

La mia Spagna, invece, marcava l’Italia a uomo come un buon difensore centrale degli anni ’80, colpi ai parastinchi compresi. Appena vi muovevate, noi vi seguivamo. Controllo degli aeroporti, chiusura delle scuole, vietati gli spostamenti, lockdown totale… e via dicendo. Ogni volta queste misure sono state prese in Spagna esattamente una settimana dopo che l’Italia le aveva annunciate.

Stando ai fatti, non c’è stata differenza alcuna nell’approccio spagnolo e italiano di fronte alla pandemia. Piuttosto, siamo stati il vostro “copione”. Noi giornalisti spagnoli eravamo quasi più attenti alle conferenze stampa di Palazzo Chigi che a quelle del Palacio della Moncloa (sede del governo spagnolo, ndr) per capire ciò che sarebbe arrivato nel nostro paese.

È stata dunque grande la sorpresa quando ho letto su Linkiesta che il vostro presidente del Consiglio Giuseppe Conte è salito nei sondaggi. Mentre da noi, in Spagna (paese “coronagemello” dell’Italia per tempi, mortalità e stragi del Covid-19), il socialista Pedro Sanchez non riesce a prendere neanche un voto in più. Anzi. In certi sondaggi viene già quasi raggiunto dalla destra del Partito Popolare. Perché? Benvenuti nella politica illogica.

E non è solo una sensazione degli spagnoli: «La rabbia contro Pedro Sánchez sta distruggendo la Spagna» è stato, questa settimana, il titolo-martello di Bloomberg. Ma anche il New York Times, il Guardian e il Financial Times hanno criticato la gestione spagnola della crisi Covid. Su Conte, invece, solo fiori e applausi.

La metafora calcistica non è stata fatta a caso: una partita di calcio italo-spagnola, Atalanta-Valencia, e stata individuata come uno dei focolai originari per lo spargimento del virus. Diciamo che la partita a distanza Conte-Sanchez è finita più o meno come quella volta a San Siro: 4-1 e grazie. Poteva essere un risultato peggiore.

Ci sono tre cause che spiegano questa percezione così diversa, piuttosto antagonistica, di ciò che hanno fatto l’Italia e la Spagna. Ricordiamo che le misure prese in entrambi paesi sono state quasi uguali, almeno i primi mesi. Se la soluzione non si trova sul terreno dei fatti, allora come tutte le risposte contemporanee bisogna cercare in quello della percezione. È così la nuova politica: non importa ciò che accade ma come si percepisce.

La prima causa ce l’ha spiegata Mario Ferretti, 71 anni fa, nella tappa Cuneo-Pinerolo del Giro d’Italia 1949. «C’è un uomo solo al comando». Conte non è Fausto Coppi, ma la debolezza del suo arrivo, come un ponte sullo stretto M5S-Lega, è diventata ora una forza.  Conte non ha un partito. E la diffidenza attuale verso le organizzazioni, le istituzioni e i partiti (quella sorta di pandemia politica che ci massacra da anni, ben prima del Covid) è stata un vantaggio per lui.

Il coronavirus ha imposto una solitudine di massa. Siamo tutti un po’ personaggi dipinti da Edward Hopper. Soli. Malinconici. Un po’ allo sbando. E per questo un governante che non ha una sigla dietro le spalle risulta affidabile. Un partito che parla al paese rappresenta, già nel nome, “una parte”. Un uomo che parla al paese è uno di noi. Un Giovanni Soldini della politica. Un altro solitario.

Siamo a casa, un po’ stufi, lavorando fra i figli che gridano e cercando uno minimo spazio vitale tra marito e moglie. Come non provare solidarietà con Conte che sente Di Maio urlare in sottofondo, Renzi muoversi per apparire nella foto e Zingaretti e Orlando che cercano di sfilargli la poltrona.

Sanchez, invece, è il capo indiscusso del Partito Socialista. Viene visto come tale. E siccome non ha la maggioranza assoluta, nemmeno assieme al suo socio di governo Podemos, ogni votazione in aula dello stato di allarme (ben sei per il momento) è diventata una negoziazione politica a geometria variabile tra nazionalisti baschi, catalani, i centristi dimezzati di Ciudadanos, altre formazioni di sinistra come Más País o Compromís, regionalisti come Teruel Existe, due formazioni delle Isole Canarie, eccetera. E questo paragrafo, che stanca solo a leggerlo in Italia, ha conseguenze devastanti in Spagna. Nessuno capisce più nulla.

La seconda spiegazione del diseguale duello Conte-Sánchez l’ha scritta G. K. Chesterton, nel 1911, fra le righe di What’s wrong with the world: «Se i nostri uomini di Stato fossero visionari, si potrebbe magari riuscire a fare qualcosa di pratico».

In un’epoca così emozionale e così poco razionale come la nostra, c’è bisogno di simboli. E l’assoluta necessità di “tradurre” ciò che si fa o si può fare. L’unica via d’uscita per un politico impantanato nel presente è aprire una finestra sul futuro. Ecco la virtù del piano Colao (un altro uomo lontano dai partiti). Nel calcio si chiama “palla lunga”.

Il piano Colao è stato essenziale. Non per lo smart working. Non per le tasse rinviate. Non per la riqualificazione dei disoccupati. La prima cosa è perché c’è un piano. Quelle 121 slide offrono un orizzonte. E questo già non è poco. Saranno fatte quelle misure? Verrano approvate? Chi lo sa. Non importa tanto. C’è un futuro. E qualcuno l’ha dipinto.

Emmanuel Macron, un altro che non si trova tanto bene nei sondaggi (ma in Francia i motivi sono ben diversi e meriterebbero un altro articolo), ha fatto una cosa simile e ha incaricato di stilare un rapporto a un groupe de sages con ben 26 economisti fra qui 3 premi Nobel. Purtroppo le président non ha capito l’urgenza e ha aggiunto che lo vuole sul suo tavolo dell’Eliseo prima di Natale.

In Spagna, purtroppo, qualcuno si è dimenticato del futuro.

La terza causa della “vittoria” di Conte non l’ha annunciata ancora nessuno. Si potrebbe spiegare come una regola matematica della nuova politica illogica: «Uno sta politicamente dove lo piazza la dichiarazione più altisonante del suo schieramento politico, alleati compresi». Mi spiego meglio.

Ci sono sempre stati i cani da guardia nei partiti. Servivano a mordere e far sembrare i loro leader come uno più moderato. La Lega, ai tempi, aveva Mario Borghezio. Fini e Berlusconi avevano Ignazio La Russa. Così come ora a sinistra ci sono Francesco Boccia o Michele Anzaldi. Così come nel Movimento Cinque Stelle ci sono… tutti. È un po’ come la barzelletta di quello che usciva sempre con amici più brutti pur di sembrare un po’ più bello. Ma i tempi sono cambiati. Oramai, la dichiarazioni fuori dalle righe sono cibo politico che i talk show digeriscono in 24 ore. L’eccezione è diventata la norma. E la scenata è diventata sceneggiatura.

In questa politica raggrinzita non ci sono più le sfumature. Non esiste il grigio. Sanchez non viene visto come il leader più moderato della politica spagnola, pur essendolo. Ma come l’alleato di Podemos. Senza il premio di maggioranza che esiste da voi, la Spagna è diventata l’Italia degli anni ’90. Sanchez non solo dipende politicamente dagli independentisti catalani e dai 300 partiti sconosciuti che ho citato prima, ma soprattutto è ostaggio dell’unico partito seduto con lui al consiglio di ministri: Podemos.

I ragazzi simpatici di 5 anni fa sono diventati un partito paleocomunista che farebbe sembrare innovativo pure Bersani. Il partito del sorriso è diventato quello del broncio. Vivono bene nel fango. E fanno soffrire ai socialisti tutti i loro errori e le loro dichiarazioni massimaliste.

Una settimana fa, Pablo Iglesias, vicepremier, ha dichiarato che alla estrema destra di Vox «piacerebbe un colpo di Stato» in Spagna. Non a caso, l’ha detto nella commissione parlamentare di ricostruzione della Spagna post-Covid. La sua compagna, Irene Montero, ministro pure lei, ha accusato la destra del Partido Popular di voler istigare l’insubordinazione dei militari. Oramai, la politica vive nella trincea populista. E Pedro Sánchez è incastrato in quella tragedia greca di Podemos che potrebbe intitolarsi: suicidio alla Varoufakis. Tutti sanno che prima o poi Podemos fara con Sánchez come Bertinotti con Prodi. L’unica domanda è quando.

Nel frattempo, Conte ha i suoi problemi. Non sono pochi. Ma è un uomo solo al comando. E questo, oggi, non è mica poco.

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