Misteri italianiRiaprono le discoteche, ma l’Inps resta sempre chiuso

Il paese riparte, centinaia di migliaia di persone sono ancora senza cassa integrazione e sussidi, ma le sedi dell’istituto di previdenza restano inaccessibili fino a data da destinarsi. Le linee telefoniche sono irraggiungibili

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G. è parrucchiera. A marzo il suo datore di lavoro l’ha messa in cassa integrazione, ed è da quella data che non vede un euro. Ha chiamato l’Inps innumerevoli volte, ma non risponde mai nessuno. L’unica volta che è riuscita a mettersi in contatto con il call center, la voce dell’operatore era coperta da un brusio che impediva di capire alcunché.

L’unica volta che è riuscita a mettersi in collegamento con qualcuno, dopo svariati minuti in attesa l’operatore le ha risposto che nella sua pratica «non c’è nulla». Una pagina bianca. Mentre cercava di chiedere più informazioni, in mezzo al brusio, l’operatore ha riattaccato il telefono.

M., olandese, è ricercatrice all’università a Milano. Da inizio maggio ha chiamato l’Inps 51 volte (le ha contate). La linea è quasi sempre occupata. Ha necessità di iscriversi alla gestione separata, che le serve anche per fare la residenza. Non ha un pin valido, ma per farne uno nuovo ha (manco a dirlo) bisogno di una residenza registrata. Delle volte in cui è riuscita a parlare con qualcuno, c’è chi le ha suggerito di aprire uno Spid, chi di rivolgersi alle poste, chi di prendere un appuntamento agli uffici. Ma un appuntamento non è mai riuscita a prenderlo: le sedi sono tutte chiuse (aperte solo per i servizi “indifferibili”) e ancora non si sa quando riapriranno. Nelle 51 telefonate di M., le volte che la linea era libera, è scattato un messaggio di attesa che dopo una manciata di minuti ha fatto automaticamente cadere la comunicazione.

Da che mondo è mondo, le procedure Inps sono un inferno. La digitalizzazione, che avrebbe dovuto semplificare i passaggi sembra averli solo complicati. E con il coronavirus, la situazione è peggiorata. Quelli di G. e M. solo due casi dell’enorme mole di persone che, per un motivo o per un altro, hanno bisogno di mettersi in contatto con l’istituto di previdenza. Comprese quelle che non hanno ancora ricevuto i sussidi previsti dal Governo.

Secondo l’Inps stesso, attualmente sono circa 120mila coloro che ancora non hanno ricevuto la cassa integrazione, ma per la Cgil sarebbero «almeno mezzo milione». Addirittura, secondo Il Giornale ci sarebbero alcuni documenti interni dell’Inps in cui emergono fino a 1 milione di persone ancora in attesa dei contributi di marzo e aprile.

Intanto, come riportato da Linkiesta, le Regioni hanno finito i soldi e, se il terzo decreto con i nuovi fondi da parte del ministero del Lavoro non arriva in fretta, le persone continueranno a non ricevere alcun sostegno. A questo punto c’è chi, come Carlo Calenda, chiede le dimissioni di Pasquale Tridico, presidente dell’istituto: «In un Paese normale si va a casa per molto meno», ha dichiarato il leader di Azione.

Certo, i rallentamenti sono dovuti anche a una mole di “furbetti” che stanno facendo di tutto per approfittarsi della situazione. Sono stati, in questi giorni, gli stessi investigatori Inps a diffondere i numeri delle richieste “irregolari”: fra aziende fantasma create da un giorno all’altro, parenti e conoscenti assunti e fatti figurare come dipendenti e tentativi di frode di vario genere, solo ad aprile e maggio gli ispettori hanno bloccato 2.549 aziende a rischio frode. In testa la Campania con 506 imprese fittizie, seguita dalla Sicilia (333) e la Lombardia (163).

È chiaro che la situazione non è facile, l’emergenza rimane emergenza, e sicuramente l’Italia non si distingue per l’integrità dei propri cittadini. Ma il tema rimane pressante. Agli Stati generali dell’economia, il neo presidente di Confindustria Carlo Bonomi non ha mancato di citarlo nel suo discorso.

Giuseppe Conte, del resto, si è affrettato ad annunciare una riforma del sistema della cassa integrazione: «uno strumento che si è rivelato farraginoso», ha detto. C’è poi chi nota che la questione non si limita all’emergenza, e che «i problemi veri nascono da una legislazione barocca e inadeguata all’emergenza», nelle parole di Vincenzo Silvestri, consigliere nazionale dell’ordine dei Consulenti del lavoro.

Ma mentre si discute delle grandi riforme, mentre riaprono i bar e i negozi, la gente torna al cinema, nei musei e persino in discoteca (siamo ormai in fase due integrata), la domanda sorge spontanea: uffici aperti e linee telefoniche libere, non sarebbero da considerarsi servizio essenziale?

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