Una Cina, un sistemaPer salvare Hong Kong c’è bisogno della comunità internazionale, dice Joshua Wong

Da quando l’Assemblea Nazionale del Popolo ha approvato la legge sulla sicurezza nazionale, per l’ex colonia britannica è reato minare l’autorità di Pechino. L’attivista: «Dobbiamo fare in modo che la nostra voce venga ascoltata in tutto il mondo»

«Quello che stiamo cercando di fare è trasformare l’impossibile in possibile. Ecco perché è tempo di combattere». Non tradisce esitazioni la voce dell’attivista di Hong Kong Joshua Wong, da noi raggiunto telefonicamente, nel commentare la discussa decisione cinese di introdurre una legge sulla sicurezza nazionale e l’ultima “fiammata” di proteste nella città.

Joshua, classe 1996, aveva solo 15 anni quando, insieme al compagno di scuola Ivan Lam Long-yin, fondò il gruppo di attivismo studentesco Scholarism. Il movimento era nato per protesta contro l’adozione, negli istituti scolastici di Hong Kong, della cosiddetta “Educazione Morale e Nazionale”, un curriculum di studi non molto diverso da quello che veniva già insegnato nella Cina continentale, considerato dagli attivisti un vero e proprio “lavaggio del cervello”.

Nell’agosto 2012, il gruppo lanciò l’occupazione della piazza dove ha sede il palazzo del Governo di Hong Kong, da lì ribattezzata Civic Square. A settembre, furono le autorità a fare un passo indietro: si decise, infatti, di rimettere la scelta se adottare il curriculum o meno alle singole scuole. 

Sono trascorsi 8 anni, e Joshua Wong è diventato uno dei volti più simbolici della tormentata battaglia di Hong Kong per la democrazia. Nel 2014, fu tra i principali promotori dello storico Movimento degli Ombrelli, che occupò la città per 79 giorni, chiedendo un vero suffragio universale ed elezioni più trasparenti.

Il 27 settembre di quell’anno, Joshua guidò una nuova occupazione di Civic Square, e fu tra le 78 persone arrestate quella notte: nel corso degli anni, sarebbe stato detenuto altre sette volte. Nel 2016, fu tra i fondatori del partito politico pro-democrazia Demosistō. 

E ancora, nel settembre 2019, nel corso delle nuove proteste scoppiate contro un emendamento, poi ritirato, alla legge sulle estradizioni, parlò davanti alla Commissione Congressuale Esecutiva USA sulla Cina a Washington: in quell’occasione, l’allora 23enne esortò il Congresso ad approvare, come poi avvenne, l’Atto per i Diritti Umani e la Democrazia a Hong Kong, che obbliga il Dipartimento di Stato a vigilare sullo status politico del territorio e il governo USA a imporre sanzioni alle autorità locali o continentali in caso di violazione dei diritti umani.

Nel frattempo, il TIME, Fortune, Prospect e Forbes lo hanno inserito nella lista dei leader mondiali più influenti, e nel 2018 è stato nominato per ricevere il Premio Nobel per la Pace. Per Joshua, l’ultima iniziativa di Pechino non fa altro che «erodere ulteriormente la politica dell’un Paese due sistemi, rovesciandola in un Paese un sistema». 

Non solo: la legge sulla sicurezza nazionale, tesa a vietare «qualsiasi atto o attività» che possa mettere a rischio la sicurezza della Cina, «ha rotto la promessa suggellata nella firma della Dichiarazione congiunta sino-britannica», sottolinea. 

Quell’accordo sancì, a partire dal 1997, il passaggio di Hong Kong da protettorato britannico a regione amministrativa speciale nella sfera di influenza di Pechino, ma conservava al territorio un certo grado di autonomia per quanto riguarda il suo sistema giuridico almeno fino al 2047, soprattutto in riferimento alle libertà di pensiero e al diritto di manifestare. 

Ma secondo i movimenti pro-democrazia, le politiche cinesi tradiscono ormai da anni la volontà di intaccare e indebolire progressivamente tale assetto ben prima del tempo.

In particolare, teme Joshua, «la legge sulla sicurezza nazionale, nel contesto di un regime autoritario» si tradurrà nel «silenziamento delle voci dei manifestanti, di cittadini, giornalisti e leader religiosi». Non a caso, il 4 giugno, giornata di nuove proteste e scontri con la polizia, l’attivista ha twittato: «Questo potrebbe essere l’ultimo anno in cui gli abitanti di Hong Kong potranno parlare di piazza Tiananmen». 

Le proteste sono state fin qui uno strumento fondamentale perché i cittadini potessero far sentire la propria voce e il proprio dissenso. Eppure, secondo un recente articolo pubblicato dal New York Times, il movimento starebbe oggi affrontando la sua ora più buia: la nuova norma costringerà infatti le forze pro-democrazia e gli attivisti a ricalibrare la propria strategia, mentre diversi di loro starebbero già iniziando a cancellare i propri account social e a ponderare la decisione di scendere in strada e protestare. 

E nonostante mesi di manifestazioni, le loro richieste, tra cui quella a favore del suffragio universale, restano ancora inascoltate. Secondo Joshua, che è oggi segretario generale di Demosistō, è ora più che mai fondamentale «cercare il sostegno della comunità internazionale, per fare pressione su Pechino». 

«Mark Zuckerberg ha dichiarato che si augura di poter mantenere i servizi di Facebook e WhatsApp per gli utenti di Hong Kong anche dopo che la legge sarà implementata», spiega l’attivista. «Quindi, non parliamo solo di una minaccia ai diritti politici, ma anche al libero flusso di informazione. Dobbiamo continuare la nostra battaglia, sia che lo facciamo per le strade della città, sia a un livello più globale». 

E ribadisce: «Non dobbiamo fermarci. Quando migliaia di cittadini di Hong Kong sono scesi in strada a fine maggio, questo ha colpito e incoraggiato molti altri cittadini». 

Nessun arretramento, insomma, nonostante i rischi per chi protesta si facciano sempre più seri: «Sono già stato arrestato otto volte», ricorda Joshua. «Non mi stupirei se accadesse di nuovo. Ma questa volta, in virtù della legge sulla sicurezza nazionale, potrebbero detenermi non in una prigione di Hong Kong, ma in Cina».

E sulla forte presa di posizione del Segretario di Stato USA, Mike Pompeo, che ha osservato come «nessuna persona ragionevole» possa «sostenere che Hong Kong mantenga lo stesso grado di autonomia dalla Cina», Joshua commenta: «Le azioni parlano più forte delle parole». 

Ora, in virtù dell’Atto sui Diritti Umani e la Democrazia a Hong Kong, gli Stati Uniti valuteranno l’imposizione di sanzioni e il Congresso dovrà stabilire se rivedere gli accordi commerciali ed economici ad oggi vigenti. Eppure, osserva Joshua, «noi non facciamo affidamento solo sugli USA, ma su una più ampia alleanza internazionale». 

Già in passato, l’attivista si era più volte augurato che l’Italia decidesse di ripensare i propri rapporti di cooperazione con la Cina. «Pechino ha potuto rompere la promessa sancita nella Dichiarazione sino-britannica su Hong Kong», afferma ora; «non mi stupirei se finisse per non rispettare anche gli impegni presi nell’ambito dell’iniziativa della Via della Seta, mettendo in difficoltà il vostro Paese», sottolinea. 

Ma per arrivare a ottenere il supporto globale necessario, il giovane segretario di Demosistō guarda anche al Palazzo di Vetro: «Credo che le Nazioni Unite saranno una delle piattaforme cruciali per mettere Hong Kong sotto i riflettori a livello internazionale». 

Il grande scoglio, naturalmente, è il peso della Cina in Consiglio di Sicurezza, che già di recente si è opposta alla proposta americana di tenere una riunione aperta sul tema. Ma per Joshua, al di là dei granitici equilibri del Consiglio, la priorità, ora, è tenere accesa l’attenzione sulla questione: «Speriamo di poterlo fare anche attraverso la Commissione Onu sui Diritti Umani, per poter ottenere ulteriore sostegno». 

E osserva: «Dobbiamo fare in modo che la voce di Hong Kong venga ascoltata nella comunità globale. È un momento difficile per noi», ammette, «ma stiamo provando, come sempre, a fare del nostro meglio».

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