Ornela VorpsiL’Europa è un sogno da toccare, l’Italia è blu e l’Albania è il paese in cui non si muore mai

Intervista alla scrittrice albanese segnalata tra i migliori 35 autori del Continente. Ha lasciato Tirana a 22 anni per studiare arte a Milano. In Erasmus a Parigi ha scoperto che poteva scrivere solo in italiano, e ora solo francese. «Mi sento in un traffico di lingue abbastanza difficile da gestire»

Ogni lunedì Europea vi porta alla scoperta dei più originali scrittori di successo in Europa, ma poco conosciuti in Italia.

Ornela Vorpsi più che cercare una lingua e un’identità, sembra sempre fuggirle. Nata in Albania nel 1968, lì ha vissuto un’infanzia e adolescenza dolorose, che ha raccontato nel suo primo romanzo, “Il paese dove non si muore mai” (minimum fax). A 22 anni si è trasferita in Italia per studiare pittura all’Accademia di Brera di Milano. 

“M’avessero chiesto di quale colore fosse l’Italia, quando vivevo in Albania, avrei risposto che l’intera Italia è blu. Mettendo i piedi sulla terra italiana, non ho trovato il blu che mi immaginavo”, scrive Vorpsi nella nota del 2018 al romanzo. 

Quegli anni a Brera sono difficili e caotici. Era fuggita dal paese “dove non si muore mai, dove il corpo è forte come il piombo”, patriarcale e misogino, in cui si rispetta l’altro solo quando è morto (“Vivi che ti odio e muori che ti piango”, è un detto che ricorre nel libro), e in cui “una ragazza bella è troia, e una brutta – poverina! – non lo è”. Ed era arrivata nel paese in cui a morire sarebbero stati i suoi sogni. 

“Oggi direi che a Brera ho vissuto il niente”, scrive. “Incontrai un professore che asseriva con certezza la morte dell’arte. Vieni per il corso di pittura?, mi aveva detto, perché avevo portato un quadro. Ma la pittura è morta! Io, quel giorno, davanti a quel professore, nello stesso istante in cui terminò di pronunciare quella frase, sono morta à mon tour e non so dirvi per quanto tempo”.

Sei anni dopo si trasferisce a Parigi, all’inizio per un Erasmus, poi per restarvi stabilmente. Nella capitale francese Vorpsi trova una città “più luminosa di Milano” ma si sente persa. Un giorno, “quando il mio corpo non ne poteva più di tanto sonno”, si siede in un bar e butta giù il suo primo racconto. In italiano.

È a Parigi che Vorpsi scopre non soltanto la scrittura, ma anche di poterla praticare solo in una lingua nuova, diversa da quella della sua infanzia. Ne nasce “Il paese dove non si muore mai”, scritto in Italiano, pubblicato nel 2003 da Einaudi e nel 2018 ripubblicato da minimum fax. 

“Una lingua svestita d’infanzia. E perché priva d’infanzia la potevo modulare, formulare, manipolare, potevo raccontare quello che altrimenti non avrei potuto raccontare, aiutata anche dall’incoscienza di non possederla. I miei racconti portano ancora il processo di quell’avanzare a tentoni. Sempre cercando di giustificare la mia esistenza a me stessa, anche se nessuna esistenza ne ha forse bisogno”, scrive nella nota alla nuova edizione. 

Seguiranno altri quattro romanzi, tutti scritti in italiano e in Italia pubblicati da Einaudi e nottetempo. Nel 2010 viene segnalata tra i 35 migliori autori europei nell’antologia Best European Fiction curata da Aleksandar Hemon. Quella lingua “svestita di infanzia” e malleabile nelle sue mani si apriva a possibilità insolite, potenti proprio perché inattese alle orecchie di un madrelingua. Nella sintassi a volte grezza e ciottolosa, nelle scelte lessicali non comuni, l’italiano acquisiva una forza diversa, straniera.

“Un ventre riempito che non puoi nascondere da nessuna parte, mica puoi saltar via da te stesso. Sei timbrata”, scriveva ne “Il paese dove non si muore mai”. “Quella pancia riempita voleva dire: chiavata nei cespugli (per mia zia e mia cugina le chiavate illecite si facevano sempre nei cespugli, apparentemente quello era il luogo ideale per le scopate nell’anonimato); voleva dire: nutrire vermi di vergogna, cibare un embrione che deformandoti il corpo esibiva la scopata concretizzata”.

Poi di nuovo la svolta, lo scarto. Quando sembrava aver trovato la sua lingua della scrittura, ecco ancora la necessità di cambiare e passare al francese, con cui ha scritto gli ultimi due libri. Perché? «Dopo quei cinque libri scritti in italiano ho cominciato a titubate, avere paura», racconta oggi da Parigi. 

«Ho avuto anche qualche critica dall’editore che mi diceva che facevo dei francesismi. Mi sono detta: poiché conoscono il francese, riconoscono questi influssi e li ritengono meno carismatici e affascinanti, ma di sicuro anche prima facevo albanesismi, solo che non potendo decifrarli li giudicavano più innovativi».

«Con il francese sono passata a un’altra sintassi ancora: le lingue latine sono false sorelle, somigliano non assomigliando. Così oggi mi sento in un traffico di lingue abbastanza difficile da gestire quando scrivo: sono delle conoscenze spesso litigiose che si scansano l’una l’altra per offrirmi gelosamente quello che è il meglio secondo loro».

Tradurre in italiano il suo primo libro scritto in francese, “Tu convoiteras”, richiedeva quindi uno sforzo di equilibrio enorme, che tenesse conto della nuova lingua adottiva, della sua voce italiana e della sempre presente influenza albanese, che increspava la sintassi di entrambe. 

«Ginevra Bompiani, che amava molto la mia scrittura e aveva acquisito i diritti per la casa editrice nottetempo, provò una dozzina di traduttori per questo piccolo libro e non trovò la voce adatta. Quindi lo tradusse lei stessa». Il libro è uscito nel 2015 per nottetempo con il titolo “Viaggio intorno alla madre”. L’ultimo libro di Ornela Vorpsi invece – il secondo scritto in francese, “L’Été d’Olta” – è uscito nel 2018 in Francia per Gallimard e presto sarà pubblicato negli Stati Uniti. 

Come le calza questa nuova lingua? «Il mio francese non è quello puro e limpido di un madrelingua. I francesi hanno tutto un loro rapporto con la bellezza della lingua, sono ancora molto legati alla frase magnifica, preziosa. Lo giustificano con la grande eredità della tradizione letteraria. Io non mi iscrivo assolutamente su questa scia, poiché ho una relazione ossessionata con la bellezza in tutte le sue forme e mi interessa cercarne una che viene sempre messa in questione, terremotata». 

La tradizione francese le impone più vincoli? «Sì, in Francia non mi lasciano fare tanto ciò che voglio perché la lingua francese è molto normativa. Hanno lasciato fare tutto quello che si poteva a Ferdinand Céline, o perfino Marguerite Duras, molto criticata all’inizio perché voleva smuovere i limiti della lingua. A loro lo hanno permesso perché erano francesi, padroneggiavano la lingua. Per me è diverso». 

«Gli americani non hanno questo problema, penso per esempio a Philip Roth: nella loro letteratura si trovano anche frase molto semplici, una parola potrebbe essere ripetuta due o tre volte nella frase. Mentre i francesi starebbero a pulire e ripulire all’infinito per ottenere frasi senza ripetizioni, perfette».

«È emblematico il caso di Giacomo Casanova, che aveva scritto le sue memorie in un francese ricco di italianismi, ma il suo testo era stato ripulito nella pubblicazione, trasformando Casanova in un francofono puro. Adesso invece si sono resi conto che quella lingua non era così male, hanno ripristinato la prima versione e dicono “Ah, quanto era charmant Casanova con i suoi italianismi”. Quindi voilà, questa è la storia dell’umanità».

L’italiano invece permetteva una libertà maggiore? «Con l’italiano avevo lo stesso approccio che ora ho con il francese: era l’italiano che avevo imparato tardi, non era quello di Gadda o Celati che, avendo padronanza assoluta della lingua, potevano permettersi di spostare altri limiti rispetto a quelli che cercavo di spostare io». 

«Ma al contrario dei francesi, gli italiani sono un popolo estremamente pronto al gioco, che abbraccia la dimensione dell’assurdo, anche nella scrittura. Per questa ragione, pur essendo anche loro legati alla bella frase, era più facile trasgredire. Mentre i francesi sono molto seri: temono che la dimensione dell’assurdo metta in pericolo la loro figura di intellettuali». 

«Ho incontrato un solo scrittore francese che flirta come un matto con l’assurdo e la derisione, ma anche lui viene da un’altra cultura, quella degli ebrei lituani: è Romain Gary». 

La sua lingua è un traffico che non sa ben definire, ma anche la sua identità non scherza: «Mi fa un male folle la parola “identità”, anche se pare necessaria. Sentendola all’overdose e soprattutto intrufolata tra parole e luoghi politicamente corretti, mi ha creato un rigetto. Non m’interessa nulla l’identità albanese, francese, italiana o europea». 

«Se dovessi per forza utilizzare la parola identità la riferirei al concetto di essere umano, al lavoro che questo fa su se stesso e con se stesso per sedersi bellamente nel mondo».

Al suo paese di origine non fa sconti: racconta una società piena di rancore e odio verso il prossimo. «L’Albania che ho vissuto è stata controumana. Porto delle cicatrici – chi non ne porta? – e l’inferno ha contribuito a farmi essere quella che sono. Pare che la sofferenza sia un maestro d’eccellenza. Ma credo a questa frase fino a un certo punto». 

È più tornata in Albania? «Torno ogni tanto, ci torno. La mia terra ha delle caratteristiche che mi toccano in lacrime: la generosità o l’apertura al gioco e alla dimensione dell’assurdo per esempio. Ma quando torno a Tirana i demoni del passato mi vogliono divorare». 

«In generale non sono un gran viaggiatore, ho smesso di amare i viaggi proprio quando ho lasciato l’Albania. Penso di aver vissuto l’atto di chiudere la porta e partire come una scossa di un terremoto micidiale». 

«Mi ricordo ancora il terrore delle prime notti in una Milano di glaciale estraneità: macchine che mi sfioravano il corpo, l’incontro violento con la proprietà privata, il panico di un’altra forma di libertà, gli animali domestici di razze pure. Prima di emigrare ero come tutti, affamata di partire e scoprire questo vastissimo mondo: partire per sempre ha cambiato tutto».

Vive a Parigi da più di vent’anni ormai: da qui sembra non voler più fuggire, giusto? «Mi è successa la stessa cosa che descrive Enrique Vila-Matas: una volta che hai vissuto a Parigi ti diventa impossibile vivere altrove. Ho provato a stare un anno a Berlino: mi avevano detto mi sarei innamorata e mi ci sarei trasferita. Ma non è stato così. Parigi ti conquista con la sua bellezza evidente, è una città che si può percorrere a piedi. Mentre Berlino l’ho trovata invalicabile, come Roma».

Ha trovato Berlino simile a Roma? «Sì, è strano come possano essere vissuti in modo simile due luoghi così diversi. Ho trovato difficile muovermi in entrambe: mi ci voleva tanta energia per farlo. La bellezza di Roma e Berlino poi è meno omogenea di quella di Parigi: trovi un posto bellissimo e due strade dopo un luogo anonimo, lacerato».

Eppure, stereotipo vorrebbe che da albanese avrebbe dovuto trovare più familiarità con gli italiani che con i francesi. «È stato proprio così: la spontaneità, la generosità, il calore accomunano albanesi e italiani. I francesi non brillano in questo, sono molto più distaccati. Eppure – ora dirò una cosa che nessuno capirà, né tra francesi né tra albanesi, tanto è assurda e paradossale – ho trovato l’Italia estremamente straniera dal punto di vista degli odori, dell’architettura. Mentre a Parigi ho trovato la vecchia Tirana».

Parigi simile a Tirana? «Qui nel Marais ci sono queste grandi porte cochère e le travi a vista degli appartamenti che mi ricordano la Tirana profonda, casa mia. Anche a Milano o Roma ci sono i portoni ma sono perfetti, mentre qui sono un po’ maldestri, hanno una familiarità molto sotterranea che mi viene incontro».

Dal 2014 l’Albania è candidata a entrare nell’Unione europea. Cos’è l’Europa unita vista da questo suo peregrinare strano, tra città che più sono diverse più si somigliano, e tra lingue che più sono parenti più vogliono distinguersi? «Un sogno che porta dei frantumi. Come l’umanità – da fare, disfare, educare. Mentre dall’Albania era un sogno da toccare».

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