Come in un film di John FordLa storia di Mafia Capitale ha ancora più interrogativi che certezze

Per circa 5 anni le circa 400 pagine della sentenza hanno riempito le prime pagine dei giornali e creato grandi serie televisive. Ma la Cassazione, a differenza di quel che si pensa di sapere, stabilisce che il doppio sodalizio incriminato di mafioso non aveva nulla perché mancavano gli ingredienti base

mafia capitale
ALESSANDRO DI MEO / POOL / AFP

Diceva John Ford, il grande regista di western americano, che solitamente «se la leggenda incontra la realtà vince la leggenda». Può essere dunque che le poco meno di 400 pagine di motivazioni della sentenza della VI sezione penale della Corte di Cassazione non seppelliscano definitivamente il mito di Mafia Capitale, una sigla e un brand di successo che per circa 5 anni hanno riempito le prime pagine dei giornali e le trame di qualche applaudita serie televisiva, nonché innalzato la fiducia dell’opinione pubblica verso i magistrati della Procura di Roma prima dell’arrivo dei colleghi del Csm al proscenio.

Come le intercettazioni di Palamara sui media erano state pubblicate, quelle di Massimo Carminati che filosofeggiava sul “mondo di mezzo”, ed esattamente come poi avrebbe fatto l’ex presidente di Anm, dichiarava che quella frase «era estrapolata dal contesto».

Può essere che oggi molti giornali e commentatori, quelli che hanno pubblicato e ragionato solo sui verbali dell’indagine disertando accuratamente le udienze del processo, si affannino a spiegare che a ben vedere la Cassazione conferma l’esistenza delle «due associazioni» ( quella di Buzzi , “il padrone delle cooperative” degli ex detenuti, e quella usuraia di Massimo Carminati) e di diversi reati gravi come estorsioni e qualche cospicua corruzione.

Si consoleranno ma ciò che scrive la Suprema Corte è chiarissimo e stabilisce che quel doppio sodalizio di mafioso non aveva nulla perché mancavano gli ingredienti base ed irrinunciabili. Mancavano il controllo del territorio e l’intimidazione mafiosa che puntualizzano “gli ermellini” non può essere esercitata da un unico o pochi qualificati soggetti ma deve essere invece il marchio di fabbrica del gruppo: non può essere la fama sinistra del boss Carminati l’unica arma, ma avrebbe dovuto esserla tutta la banda, ammesso che esistesse.

Ovviamente tutto è consegnato alla storia e allo studio degli accademici e dei giusperiti che compulseranno le pagine e i fascicoli ,ma intanto ci sono due pagine nella sentenza che vanno
“estrapolate dal contesto”, quelle in cui la Cassazione spiega perché ha cambiato idea sulla tesi dell’accusa prospettata dalla Procura guidata da Giuseppe Pignatone.

Era accaduto, infatti che la stessa sezione, con un diverso collegio, subito dopo i clamorosi arresti, si fosse pronunciata come “giudice cautelare” sulle misure detentive applicate agli imputati arrestati.

In quella sede la Corte aveva detto che l’associazione, unica, presentasse i caratteri della mafiosità, ancorché di tipo nuovo, collegata al monopolio economico ed imprenditoriale esercitato sugli appalti del comune di Roma.

Come si può spiegare questo cambio di rotta? Molti si meraviglieranno.

La Corte dice semplicemente che nel frattempo è successo altro: una cosa chiamata processo, tenuta a Roma per quasi tre anni e 247 udienze in cui hanno sfilato centinaia di testimoni davanti a tre giudici che non avevano partecipato o conoscevano le indagini e si erano fatti un’idea ben diversa. Che la Cassazione ha confermato. E dunque era risultato che non fosse vero che le coop di Buzzi detenessero il monopolio degli appalti, altre catene di imprese avevano giri di affari più cospicui. Era una leggenda.

Ma, diranno i tifosi della procura, c’è stata la sentenza della Corte di appello che invece ha riconosciuto la mafia: vero ma è stata secondo la Cassazione una decisione «gravemente erronea» e «semplicistica» ( giudizi che una volta avrebbero danneggiato la progressione delle carriere) basata su di un’equazione sbagliata secondo cui i fatti presentati all’opinione pubblica e propagandati sulla stampa, riprodotti migliaia e migliaia di volte in filmati preconfezionati dal “reparto pubblicità”
(secondo una definizione al processo di un ufficiale dei Carabinieri del Ros) fossero la realtà dei fatti.

Invece erano solo indagini e ipotesi, erano il montaggio di una leggenda sapientemente propagandata, ciò che nella prima trionfale conferenza stampa della procura veniva diffuso sotto forma di estratti di intercettazioni era puro mito, mentre i giudici del Tribunale avevano incontrato la realtà ed avevano doverosamente preferito questa. La “cruda verità dei fatti” rifiutata dai giudici dell’appello che non avevano voluto sentire nessuno delle centinaia di testimoni che erano sfilati nel processo di primo grado e avevano rispettato la leggenda.

E forse la leggenda più grande era quella del boss regnante su Roma, mentre le immagini proiettate in aula e le intercettazioni rimandavano un attempato vitellone intento a passare il tempo sdraiato su una panchina vicino una pompa di benzina. Diciamo la verità: una sequenza crepuscolare come in un western di Sam Peckinpah, un “ultimo buscadero” all’amatriciana.

Come si conviene alla chiusa di un articolo “restano molti interrogativi”, ecco non sarebbe male se la stampa invece di aspettare la Cassazione cominciasse a porli già alle conferenze stampa delle procure e dei carabinieri. Per le serie televisive e la leggenda c’è sempre tempo.

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