Un anno dopo le europeeQuel che resta dei sovranisti, dopo la pandemia

Lo Chaire Citoyennet di Sciences Po de Saint-Germain-en-Laye ha analizzato la parabola dei partiti populisti di destra nel Continente. L’arrivo di Steve Bannon è stato un flop, Le Pen e Salvini non hanno chiarito chi debba dettare la linea e i partiti nazionalisti litigiosi sono stati incapaci di allearsi per creare una visione comune

Afp

Populismi, un anno dopo. All’inizio del 2019 guardando alle elezioni europee si parlava solo dell’ondata populista che stava per abbattersi sul continente: un’ordalia alla quale non sarebbero sopravvissute le famiglie politiche tradizionali e forse il sogno stesso dell’Europa unita. Non è andata così, lo sappiamo. Secondo l’ultima analisi del Chaire Citoyennet di Sciences Po de Saint-Germain-en-Laye, la pandemia ha messo a nudo tutti i limiti dell’«internazionale sovranista»: un ossimoro sgretolatosi a forza di «prima gli italiani/francesi/olandesi» contrastanti, senza la capacità di creare una agenda comune, né alleanze che vadano oltre il rifiuto di qualcosa.  

Nel maggio 2019, Matteo Salvini riuniva in una piazza Duomo bagnata dalla pioggia il “meglio” che la destra euroscettica avesse da offrire. Da Marine Le Pen, leader del Rassemblement National, all’olandese Geert Wilders, fondatore del Pvv, il Partito per la Libertà. Il leader leghista aveva l’Italia in mano: agitando il rosario si affidava al «cuore immacolato di Maria». Avrebbe trionfato alle elezioni europee (con il 34%), ma – fallita la scommessa sulla caduta del governo – in dodici mesi ha perso per strada quasi 10 punti percentuali nei sondaggi. Ora la Lega è al 25%.

Degli «amici e alleati», così li definiva sui social dopo la passerella milanese, nessuna traccia. Anzi, gli opposti sovranismi hanno mostrato il loro egoismo nazionalista durante la pandemia. A fine febbraio Le Pen si è detta favorevole subito al controllo delle frontiere con l’Italia, e Wilders si è opposto a qualsiasi aiuto economico verso i Paesi del Sud Europa. 

C’è un dato che però accomuna i sovranisti che sognavano di picconare l’eurozona: i loro avversari vanno bene nei sondaggi. In Francia, il presidente Emmanuel Macron ha recuperato consensi durante la fase più drammatica della crisi. Stando a Politico, il suo tasso d’approvazione oggi si attesta sul 38% contro il 32 di gennaio. In Germania, la destra di Alternative für Deutschland è scesa al 9 per cento nelle rilevazioni rispetto al 13% sul quale erano stabilmente prima dell’emergenza, mentre la Cdu-Csu della cancelliera Angela Merkel è risalita dal 27 al 39 per cento. 

Altrove – con l’eccezione rilevante di Vox in Spagna che raddoppia nelle intenzioni di voto – se non crollano, i sovranisti non crescono neppure. Come dire: forse la marea non era una bufera, ma risacca. Il malumore per esempio in Italia è travasato: l’erosione di consensi della Lega è bilanciata – nella stessa area politica – dall’aumento nei sondaggi di Fratelli d’Italia di Giorgia Meloni, al 14% nelle intenzioni di voto. 

Lo studio di Sciences Po dà una risposta per capire la mancata primavera euroscettica. Cosa è andato storto? Da un lato, la litigiosità delle famiglie identitarie. Tuttora spezzettate anche nei gruppi parlamentari, fra ECR – Consercatori riformisti europei, dove si trovano per esempio il partito di governo in Polonia, Dritto e Giustizia (PiS), oltre a allo spagnolo Vox e Fratelli d’Italia, e Identità e democrazia costituito in maggioranza dagli eurodeputati di Lega e Rassemblement national (RN), con anche il FPÖ austriaco. Invece Fidesz di Viktor Orbàn, modello illiberale di certa destra nostrana, siede (ancora) nel Partito popolare europeo, anche se risulta sospeso. L’ultimo spin-off di Nigel Farage, il Brexit Party, è stato una meteora: i suoi trenta europarlamentari sono rimpatriati il 31 gennaio, con l’uscita del Regno Unito. 

Un altro errore marchiano, sempre secondo l’analisi degli accademici Jean Yves Camus e Nicolas Lebourg, è stato lo «sbarco» di Steve Bannon. L’ex ideologo di Donald Trump si era istallato in un’abbazia benedettina (Trisulti) vagheggiando di formarci i quadri dell’internazionale sovranista. A quanto è dato sapere, la sua opa sull’alt-right continentale è fallita. Secondo il report, la fratellanza di facciata fra i partiti storici – Lega e RN – nasconde una competizione per l’egemonia. Nel declino degli ex padani, Sciences Po, vede l’ostinata difesa dei vertici di Regione Lombardia, mentre la ribalta dell’opposizione al governo veniva occupata da Meloni.

Soprattutto all’estero l’elettorato sovranista è volatile e incline al frazionarsi in più sigle, una caratteristica di solito ritenuta prerogativa della sinistra radicale. Al contempo, però, queste forze sono penetrate in profondità nella classe operaia, sottraendola ai suoi interlocutori storici (socialdemocratici). Hanno saputo intercettare anche il malumore dei settori meno istruiti della popolazione, che si sono sentiti abbandonati dalla politica tradizionale. Anche se scendono nei sondaggi, il malumore che li ha portati ad avere molti voti resta vivo in tanti elettori. 

Infine, per entrare nella stanza dei bottoni di Bruxelles, c’è l’incognita della presentabilità, anche geopolitica. I modelli sociali di Visegrad – famiglia tradizionale, oltranzismo cattolico, esasperato nazionalismo – magari vendono sul fronte interno dell’Europa, segnatamente centrale e orientale, ma sono un trittico fuori fase rispetto a un continente multietnico e globalizzato. 

Per non parlare dei rapporti controversi della Lega con la Russia di Vladimir Putin, in questo molto simile ai francesi del Rn e gli austriaci del FPÖ. Proprio il sovranista austriaco Heinz-Christian Strache si è dimesso dal governo austriaco dopo la pubblicazione di un suo video a Ibiza in cui accettava offerte di corruzione da una sedicente nipote di un oligarca russo (in realtà una giornalista). Questo caso come il Russiagate italiano non ha portato molti benefici ai leader sovranisti. «È un’ironia della storia che i partiti di estrema destra dell’Occidente – scrivono i ricercatori – che, durante la guerra fredda, si legittimarono proclamando la volontà di liberare l’Europa dell’Est dal giogo sovietico ora vogliano presentare i russi come potenziali partner». 

Il documento segnala l’attività di frange violente neofasciste più o meno in tutti gli Stati membri: hanno percentuali da zero virgola alle elezioni, ma crescono all’ombra delle formazioni di palazzo, che spesso dialogano a distanza con loro. E quando i gruppuscoli fomentano violente di piazza i «fratelli maggiori» possono invocare politiche securitarie e spacciarsi per rispettabili garanti dell’ordine. 

Le radici dell’«illiberalismo», conclude Sciences Po, risalgono fino ai totalitarismi del ventesimo secolo. Se i nazionalisti del terzo millennio accusano il «mondialismo» della pandemia, sta anche alle risposte europea (già dispiegatasi) e globale (da sbloccare) smentirli. Per l’ennesima volta.

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