Paco RocaLa Francia non ha più l’egemonia del fumetto europeo

Intervista al fumettista spagnolo Francisco José Martínez, in libreria con “Il tesoro del cigno nero”, un graphic novel “di genere” a metà tra Tin Tin, Corto Maltese e House of Cards: «Si è creata una maggiore diversificazione e ora anche Spagna, Italia, Germania, Gran Bretagna hanno prodotto nuovi autori che funzionano e nuove estetiche»

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Come si forma un’identità, qual è il peso dei ricordi, cosa resta di ciò che è stato, abbiamo diritti di proprietà sulla memoria? Aveva tentato di rispondere con “Rughe” – che lo fece conoscere in tutto il mondo e diventò un corto animato candidato agli Oscar -, ora Paco Roca immerge quelle stesse domande nei codici dell’avventura e del thriller internazionale. Il risultato è “Il tesoro del cigno nero” (Tunué), graphic novel all’apparenza lontanissimo dai toni intimistici e sperimentali delle opere per cui è celebre, ma ad esse accomunato da alcuni temi sotterranei ricorrenti.

Tra i maggiori fumettisti mondiali, Francisco José Martínez Roca, detto Paco, nato a Valencia nel 1969, autore tra gli altri di “L’inverno del disegnatore”, “Memorie di un uomo in pigiama”, “La casa”, “Il bivio”, questa volta illustra una storia che affonda – letteralmente – nel passato imperiale spagnolo e si ispira a una vicenda realmente accaduta nel 2007.

Il cigno nero è un evento unico e straordinario, in questo caso il ritrovamento del più grande tesoro marino di tutti i tempi. A portarlo a termine dopo attenti calcoli fu l’Odyssey Marine Exploration, un’impresa statunitense di cacciatori di tesori che dietro l’apparente slancio romantico nascondeva interessi di tutt’altra natura. 

Il tesoro in questione, ritrovato nelle acque di Gibilterra, apparteneva però a una fregata spagnola affondata a inizi Ottocento dalla flotta britannica. Ne nacque una battaglia legale che permise di riportare in Spagna più di 500.000 monete antiche in oro e argento. La sceneggiatura è di Guillermo Corral, diplomatico che seguì in prima persona la vicenda.

Paco Roca ha affermato più volte che il fumetto occidentale è stato succube dei generi e, salvo rare eccezioni, incapace di affrontare temi realistici, per i quali bisognava invece guardare ai manga e agli anime giapponesi. Eppure in questo graphic novel trionfano i generi: dall’avventura al thriller. 

«All’inizio non è stato facile trovare il tono giusto: Guillermo Corral voleva una storia in stile Tintin e Corto Maltese», conferma Roca. «Mentre la mia carriera è sempre stata lontana da quella produzione. Credo che alla fine nel graphic novel le influenze siano bilanciate». 

«Da una parte c’è l’avventura, che si rifà a Tintin, Corto Maltese, ma anche i racconti di Stevenson, Emilio Salgari, Indiana Jones. Dall’altra il realismo utilizzato per raccontare l’intrigo politico e la vicenda giudiziaria, che guarda piuttosto alle serie e ai film inglesi e americani, come “House of Cards”».

Lo stesso fumetto occidentale è molto diversificato al suo interno, si può parlare oggi di un fumetto europeo? «Sul fumetto europeo fino a pochi anni fa c’è stata un’influenza egemonica della BD (acronimo che sta per bande dessinée) francese, perché la Francia era uno dei mercati più forti e questo ha condizionato gli altri. Chiunque volesse lavorare nel mondo del fumetto doveva farlo a quella maniera, con quell’estetica, quei temi. Quindi accadeva che ci fossero autori come Vittorio Giardino che, pur essendo italiano, lavorava meglio in Francia».

«Da un po’ di anni a questa parte si è creata una maggiore diversificazione e ora la tendenza del graphic novel – che è forte non solo in Francia, ma anche in Spagna, Italia, Germania, Gran Bretagna – ha prodotto nuovi autori che funzionano e nuove estetiche. C’è più possibilità per gli autori, che possono creare uno stile più personale, connessioni nuove con il pubblico. In tutti i Paesi europei si sono sviluppate produzioni più autoctone: per esempio Zerocalcare in Italia».

Se in “Rughe”, dedicato a un anziano malato di Alzheimer che trascorre gli ultimi anni della sua vita in una casa di cura, era centrale il tema della memoria individuale, nel “Tesoro del cigno nero” protagonista diventa la memoria collettiva.

«La memoria è importante non solo per riconoscersi come membri di una famiglia, di una società, di un Paese, ma anche per capire qual è la propria identità oggi. Per questo essa è centrale a livello individuale e privato ma anche collettivo». 

 

I protagonisti della vicenda del “Tesoro del cigno nero”, spagnoli o americani che siano, vedono invece nel tesoro da recuperare un bene essenzialmente economico: la cultura è solo un pretesto, quando non diventa senza mezzi termini “il nostro petrolio”. 

Lo stesso errore di prospettiva che si fa oggi nel dibattito pubblico quando si parla di cultura. «Invece il valore del tesoro da recuperare non era economico, ma culturale. Così come oggi il grande tesoro di ogni paese che andrebbe tutelato è la sua cultura: i suoi scrittori, pittori, poeti, gli unici che parlano effettivamente dell’anima dei cittadini».

Eppure se si prendesse alla lettera la vicenda storica alle basi dell’affondamento, la memoria spagnola avrebbe radici anche nella storica inimicizia che oppose Spagna e Gran Bretagna. Ad affondare il galeone Merced, nel 1803, furono infatti le navi inglesi, dopo che Manuel Godoy, favorito del re spagnolo, firmò un’alleanza con la Francia di Napoleone per cercare di preservare i possedimenti iberici in America. 

«Tutto il passato ha ramificazioni che arrivano fino a oggi. La Spagna ha una tradizione di antipatia per la Gran Bretagna, che nasce dal fatto che sono stati nostri nemici per molto tempo. Lo stesso accadrà in Gran Bretagna con altre nazioni. Però credo che questa visione del passato conti più per la politica e i media che per le persone comuni. Il novanta per cento degli spagnoli e degli inglesi non sente questa inimicizia. Spesso il passato si usa come uno strumento politico, per consolidare una visone che magari non funziona più, è fuori luogo, ma ricalca cliché utili».

«Questo è anche il tema del mio prossimo fumetto: come ereditiamo il passato. Nasciamo senza nulla, semplici esseri umani, e subito veniamo caricati di un’eredità culturale. Nascere in Spagna significa avere una certa identità nazionale, significa sapere chi sono stati tuoi alleati e nemici. È il problema che sta alla base dei nazionalismi, perché queste imposizioni identitarie sono spesso infarcite di pregiudizi, ideologie. Ed è quello che abbiamo visto prendere forma nel Regno Unito con la Brexit».

Così come in Gran Bretagna resta la nostalgia di un Impero perduto, anche la Spagna potrebbe rimpiangere l’epoca in cui controllava mezzo Mondo. L’identità spagnola è fatta anche di questo rimpianto? «Adesso nella società spagnola molti tendono a difendere o enfatizzare questo grande Impero spagnolo del passato, cercando di recuperare quei valori “che sono andati perduti”: è un’idea nazionalista che non ha ragioni di essere». 

«Nel “Tesoro cigno nero” si vede che l’ordine alle fregate spagnole di andare a Lima a recuperare le casse di oro e argento veniva in realtà dalle necessità della corona spagnola di armare l’esercito contro un eventuale attacco inglese: nulla di cui le persone comuni sapessero qualcosa. L’Impero è stato grande solo nei libri di storia e nella testa dei nazionalisti, nella realtà era molto diverso».

Se i popoli sono sempre stati più uniti di quanto non fossero le nazioni, unire il popolo europeo sembrerebbe più facile di quanto si pensi. «Il sentimento europeo in realtà è molto astratto», obietta Roca. «Io credo nel progetto europeo, ma riconosco anche la difficoltà nel trovare punti in comune tra uno spagnolo e un polacco».

«D’altra parte la stessa appartenenza a un Paese è oggi importante quanto in realtà artificiale. A mano a mano che i nuclei sociali sono cresciuti, per cercare di tenerli insieme è stato necessario trovare elementi in comune, quindi ci si è inventati una bandiera, un territorio, una lingua, un inno, un passato glorioso con eroi da celebrare». 

«Senza questi elementi, che però sono stati costruiti artificialmente, non avremmo nulla in comune con altri spagnoli o italiani, o allo stesso tempo potremmo dire di avere tutto in comune con qualsiasi altro essere umano. Il sentimento di appartenenza a un paese è artificiale quanto quello di appartenenza a un continente». 

Nessuna caratteristica condivisa che possa puntellare la creazione di questo sentimento collettivo? «Quando presentai l’adattamento cinematografico di “Rughe” negli Stati Uniti, un giornalista fece notare che il senso di colpa verso i familiari per il fatto di aver lasciato il genitore in un ospizio che si racconta nella storia era qualcosa di molto europeo: un nordamericano non avrebbe mai provato quel sentimento con la stessa intensità». 

«Negli Stati Uniti, anche per le dimensioni del loro territorio, i nuclei familiari si frammentano con più facilità: spesso già nel momento in cui i figli vanno a studiare in Università lontane. Questa idea dell’unione familiare è molto più avvertita in Europa e in particolare nell’Europa mediterranea».

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