L’utero è mio e lo cancelletto ioNel dibattito sull’aborto, assieme al senso del ridicolo abbiamo abolito la biologia

È molto difficile essere abortiste nell’Italia 2020, non solo per le decisioni della giunta leghista dell’Umbria ma anche per le scemenze secondo cui sul tema possono parlare solo le donne, per lo stupore che chi lo considera un omicidio provi a evitare l’infanticidio e per le banalità sull’orologio biologico. E nessuno mai che rimpianga di averli fatti, i figli. Come invece capita in Nebraska

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È molto difficile essere abortiste nell’Italia del 2020. E no, non sto parlando dell’Umbria – giuro che poi all’Umbria ci arrivo, prima datemi tempo di divagare. Sto parlando della maledizione che incombe su qualunque individuo voglia sostenere una posizione di sinistra (qualunque cosa significhi sinistra) nell’epoca dei social network: un’epoca che ti condanna a constatare ogni giorno, più volte al giorno, che di qua sono persino più scemi che di là.

Da qualche giorno il tema che si porta è l’aborto (è comunque un progresso rispetto alle statue, converrete), e a me tocca leggere ogni giorno: uomini che ci dicono la loro subito dopo averci detto che non avendo un utero non hanno il diritto di dire la loro, come se si ragionasse con le contrazioni d’un organo molto più in basso del cervello; uomini che ci spiegano quanto sono femministi e che per loro solo le donne hanno il diritto di decidere, come se le più invasate antiabortiste non fossero donne e dire «decidano le donne» fosse garanzia d’un immediato «libere tutte»; uomini che chiedono alle donne quale sia la posizione giusta da avere sull’aborto (direi: seduti comodi, come per affrontare qualunque tema, possibilmente coi piedi sollevati e qualcosa di freddo da bere).

Tutto questo viene detto sempre – sempre, sempre – premettendo che devastante dolore sia la scelta di abortire. La società laica contemporanea ha sostituito, per le povere neonate con fiocco rosa, il «partorirai con dolore» con l’«abortirai ma lo rimpiangerai tutta la vita»: comunque ti giri, bambina, su quella culla un anatema ti tocca.

In quegli anni in cui era il più bravo a spiegarci i nostri tic (prima che i suoi tic gli brasassero la carriera), a un certo punto il comico americano Louis CK ha portato in giro uno spettacolo in cui per qualche minuto parlava d’aborto. E faceva notare una cosa interessante di quelli che lì sono i picchetti fuori dalle cliniche antiabortiste, e qui sarebbero le varie manifestazioni pro life (sul linguaggio, hanno già vinto gli altri: vorreste farvi definire contro la vita?).

Riassumo le conclusioni di CK. Certo, diceva, voi li trovate inopportuni e insensibili, ma quelli credono che tu stia uccidendo un bambino. Se per te l’aborto è uccidere un bambino, cosa devi fare, avere un atteggiamento blasé e dire sì ma ora mica posso rovinare la giornata a quella che sta entrando in clinica a uccidere un bambino?

La cosa più interessante dell’Umbria è che la governatrice è una donna. Come la mettiamo col primato dell’utero, con la superiorità della sensibilità femminile, con la convinzione che se decidessero le donne l’aborto sarebbe depenalizzato? Era una stronzata anche prima, per carità (lo era perché tutto ciò che è identitario, e che dà diritto di decidere su qualcosa solo se quel qualcosa *ti riguarda*, è giocoforza scemo; e lo era anche perché se sono sterile o in menopausa ma ho comunque un utero, come la mettiamo? Sono nella squadra dei maschi senza potere decisionale o in quella delle interessate anche se non posso venire interessata dalla decisione?).

Però che tutti i pensierini sul primato femminile vengano formulati per contestare la decisione d’una donna farebbe ridere gente col senso del ridicolo – che credo sia stato abolito all’altezza dell’invenzione dei social.

Assieme al senso del ridicolo, abbiamo abolito la biologia. La settimana scorsa era J.K. Rowling, respinta dal consesso dei socialmente accettabili per aver fatto presente che esistono gameti maschili e femminili (una cosa che in quel secolo buio che fu il Novecento si studiava alle elementari). Sempre, debiologizzata è la fertilità femminile, che ormai viene ritenuto vessatorio non considerare un potenziale infinito. Nel suo Madri e no (Marsilio, esce il 2 luglio), Flavia Gasperetti dice che per una vita tutti le hanno detto che avrebbe cambiato idea circa il non volere figli, e fissa un’età alla quale secondo i diffidenti scatta l’orologio biologico e finisci in una clinica della fertilità a cercare di recuperare il tempo e gli ovuli perduti: 48 anni.

Ho sussultato, leggendo, per due ragioni. La meno importante è che le nostre bisnonne a 48 anni avevano già dei nipoti, e insomma forse una sana via di mezzo, ecco. La più importante è che a ottobre compio 48 anni, bramo la menopausa da quando ne avevo 38, e non posso pensare d’essere invece nell’età alla quale scatta l’orologio biologico. È come se m’avessero detto che domani mi verrà l’acne giovanile.

Gasperetti racconta il divario con le aspettative circa la fertilità maschile, riportando per gusto del paradosso anche studi abbastanza assurdi (secondo uno dei quali, la gravida di sperma anziano ha più probabilità d’avere il diabete gestazionale), e io penso a quel paio di miei conoscenti che hanno avuto figli quando avrebbero abbondantemente dovuto avere nipoti, e a come tutti gli amici notino il loro trovare lavori fuori città e scuse d’ogni tipo pur di non sottoporsi a quel lavoro usurante che è occuparsi d’un neonato quando hai sessant’anni. Aveva ragione Nora Ephron (altrimenti non la citeremmo tutte, quando si parla di questo tema): Charlie Chaplin ha avuto figli fino a settantatré anni, ma poi non riusciva a tenerli in braccio.

La biologia esiste ancora (non l’abbiamo fatta sparire a botte di trending topic: incredibile), ed è meno soggettiva del dolore. Quel dolore che secondo tutti gli uomini di sinistra intervenuti nel dibattito la governatrice dell’Umbria vorrebbe imporci non facendoci partorire a casa con comode pastiglie ma tenendoci tre giorni in ospedale. Quindi avere le contrazioni nel proprio bagno è meno doloroso che abortire in anestesia generale? Siamo sicure?

Siamo sicure che non sia una questione di principio e una guerra di posizionamento per tutti? Per lei che impone una regola assurda con cui il suo elettore – si presume antiabortista – mi paga tre giorni di degenza mentre uccido un bambino; ma anche per me, elettrice di sinistra, che fingo non si tratti d’una questione totalmente minoritaria. Per rendere più concreta la tesi: in Umbria gli aborti chimici sono il 6 e mezzo per cento del totale (dati dell’ultima relazione IVG disponibile). Dipenderà forse anche dal fatto che da noi, se vuoi abortire chimicamente, devi farlo entro la settima settimana, che in genere è più o meno quando t’accorgi d’essere incinta. (L’aborto chimico ha sempre termini temporali più ristretti rispetto a quelli concessi chirurgicamente: negli Stati Uniti dodici settimane, in Inghilterra dieci, ma lì si può intervenire chirurgicamente fino a sei mesi di gestazione, qui fino a tre; la biologia esiste, ma il suo tempo è relativo e cambia con la geografia).

Nel libro della Gasperetti ho scoperto un’istruttiva storia che non conoscevo. In Nebraska nel 2008 venne varata, causa aumento degli infanticidi, una legge che tutelava le madri che avessero voluto partorire e abbandonare il neonato. Solo che il legislatore dimenticò di specificare che i minorenni abbandonabili non dovevano superare una certa età, e i genitori iniziarono ad abbandonare tredicenni. Non ho ancora trovato risposte sufficientemente tranchant agli argomenti di sinistra, ma d’ora in poi so cosa rispondere all’argomento umbro (cioè, volevo dire: di destra) che ci si penta sempre d’aver abortito ma mai d’aver avuto un figlio. Risponderò con una sola parola: Nebraska. Se non capiranno e penseranno mi piaccia Bruce Springsteen, pazienza.

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