La fine del mondo americano?Non abbiamo mai provato pietà per gli Stati Uniti. Ora sì, e per Washington è un problema

L’Atlantic ha scritto un lungo articolo per analizzare la difficilissima fase che affronta l’America, sempre meno credibile come leader del mondo libero. C’entra Donald Trump naturalmente, ma il presidente ha estremizzato alcuni fenomeni in corso da tempo, che stanno dando una grande mano agli avversari dell’Occidente

MARIO TAMA / GETTY IMAGES NORTH AMERICA / AFP

È la fine del mondo americano? Difficile rispondere, scrive in un lungo articolo la rivista americana The Atlantic, di certo il sentimento globale nei confronti degli Stati Uniti è cambiato come mai prima d’ora: «È difficile sfuggire alla sensazione che questo sia un momento umiliante per l’America. Come cittadini del mondo creato dagli Stati Uniti, siamo abituati ad ascoltare coloro che detestano, ammirano o temono l’America (a volte provano tutti e tre i sentimenti allo stesso tempo). Ma che qualcuno provi pietà per l’America? Questo sentimento è nuovo: oggi gli Stati Uniti semplicemente non sembrano il paese a cui il resto del mondo dovrebbe aspirare, invidiare o ribattere».

L’autore dell’articolo, Tom McTague, guarda il suo paese da un angolo privilegiato: è basato a Londra, e si concentra quindi sulla percezione che degli Stati Uniti hanno i paesi alleati, in particolare gli europei. E comincia con la citazione di uno dei romanzi più famosi di John le Carré, “Tinker Tailor Soldier Spy” (La Talpa, in italiano), in cui la talpa sovietica infiltrata nei servizi segreti inglesi, Bill Haydon, motiva il suo tradimento come, in parte, guidato da un senso «morale». 

Un giudizio negativo che, scrive Mctague, è al centro di questa fase complicata per gli Stati Uniti, scossi dall’omicidio di George Floyd e dalle proteste che ne sono conseguite, in patria e ovunque nel mondo occidentale. Le immagini del poliziotto che uccide senza alcuna pietà il cittadino afroamericano sono talmente brutte, violente e ributtanti che oscurano tutto ciò che l’America rappresenta, e forniscono un fortissimo argomento a chi si oppone agli Stati Uniti.

Haydon, il personaggio di Le Carré, tenta di giustificare il suo tradimento con un lungo discorso politico, ma la vera motivazione è: «estetica, d’istinto», scrive McTague. «Haydon – classe superiore, istruito, colto, europeo – non sopportava l’America. Per Haydon e molti altri come lui nel mondo reale, questo odio viscerale si dimostrò così grande da accecarli sugli orrori dell’Unione Sovietica, che andarono ben oltre l’estetica»

Le riflessioni di Le Carré sulle motivazioni dell’antiamericanismo valevano nel 1974, quando alla Casa Bianca c’era Richard Nixon, e valgono anche oggi, negli Stati Uniti retti da Donald Trump, «una caricatura di ciò che gli Haydon di questo mondo già disprezzano: sfacciato, avido, ricco e irresponsabile». 

Tutto ciò mostra un’immagine distorta dell’America, confermando i pregiudizi che gran parte del mondo già ha e che adesso può sfruttare per oscurare le proprie ingiustizie, le proprie ipocrisie e il proprio razzismo.

Gli Stati Uniti hanno attraversato altri momenti di vulnerabilità, sostiene l’Atlantic, ma questi venivano compensati dal mito del suo esercito e dalla sua capacità economica e politica: «In passato sembrava che l’idea stessa dell’America fosse sufficiente, un motore che la guidava sempre e comunque. Qualcosa è cambiato. Gli Stati Uniti sembrano impantanati, la loro stessa capacità di reagire è messa in dubbio. Sul palcoscenico mondiale è emersa una nuova potenza, la Cina, con un’arma che l’Unione Sovietica non ha mai posseduto: la possibilità di portare lo scontro a un livello talmente alto da assicurare la rispettiva distruzione economica».

E mentre la Cina, a differenza dell’Unione Sovietica, è in grado di mostrare al mondo di essere capace di offrire una (relativa) ricchezza, vitalità e progresso tecnologico – gli Stati Uniti sembrano in grado di offrire soltanto una società divisa e incapace di risolvere le proprie contraddizioni.

Se l’America fosse una famiglia, scrive McTague, sarebbe il clan Kardashian: una strana famiglia, disfunzionale ma di grande successo che sta però soffrendo una sorta di collasso su vasta scala. E per gli Stati Uniti così come per i Kardashian, «ciò che li ha resi grandi sembra non essere più sufficiente a impedirne il declino».

Il problema è che l’agonia degli Stati Uniti coinvolge anche gli altri Paesi del mondo, soprattutto quelli europei: i manifestanti hanno marciato scandendo il motto «Black Lives Matter» a Berlino, Londra, Parigi, Auckland. Cosa c’entra il comportamento della polizia britannica con quello degli agenti americani? Com’è possibile che sia stato necessario un fatto accaduto negli Stati Uniti per spingere il Belgio a mettere in discussione le statue di Leopoldo II?

Tutto questo riflette, secondo il giornale americano: «La straordinaria presa culturale che gli Stati Uniti continuano a esercitare suL resto del mondo occidentale».

L’Atlantic dà anche un giudizio molto duro sull’Europa, che, nonostante questo periodo complicato nelle relazioni euroatlantiche «continua a essere culturalmente, economicamente e militarmente dominata da parte degli Stati Uniti».

Molti europei non hanno capito che le difficoltà nei rapporti transatlantici non termineranno con Donald Trump, nonostante ciò che pensano molti leader del continente: «La strategia dell’Europa sembra limitarsi a un’attesa, quando Trump terminerà il mandato tutto tornerà come prima. Non è così, e a Londra e a Parigi, per esempio, si nota una sempre maggior comprensione del cambiamento strutturale che si sta verificando in questi anni». 

Per scrivere la sua lunga analisi, McTague ha parlato con molti diplomatici, politici e consiglieri degli Stati alleati. Ciò che emerge è «incomprensione sbalordita, i decisori politici e i loro stretti consiglieri appaiono incerti su cosa accadrà, cosa significa e cosa dovrebbero fare». 

Certo, scrive il giornale americano, non tutti i problemi possono essere attribuiti a Donald Trump. La politica «cinica» di Barack Obama è stata in qualche modo ereditata e portata all’estremo dall’attuale presidente, un ritiro dagli affari del mondo causato dalla reazione eccessiva post 11 settembre da parte dell’Amministrazione Bush. 

Ciò che unisce tutte le persone con cui McTague ha parlato è «la sensazione che il posto e il prestigio dell’America nel mondo stiano ora subendo un attacco combinato da questa improvvisa unione di forze domestiche, epidemiologiche, economiche e politiche».

Michel Duclos, ex ambasciatore francese in Siria e oggi consigliere del think tank Institut Montaigne, è molto netto nel suo giudizio: «Abbiamo sempre pensato che la capacità di reagire ai propri errori da parte americana fosse quasi illimitata. Oggi sto cominciando ad avere dei dubbi su questo»

Il mondo si è spesso opposto agli Stati Uniti nel Novecento, e anche gli alleati storici non hanno fatto mancare le loro critiche. George W. Bush è stato «ampiamente deriso, insultato e osteggiato all’estero. Ma mai come accade oggi con Donald Trump, anche perché Bush non si è mai allontanato dall’idea che esistesse una sorta di “canzone occidentale” con i testi scritti a Washington. Trump oggi non sente alcuna musica, solo il ritmo noioso del suo interesse personale».

Il più grande danno che sta facendo il presidente all’immagine degli Stati Uniti nel mondo è il suo relativismo, che spinge l’America allo stesso livello morale dei suoi avversari. Non c’è paragone tra i difetti di Washington e la brutalità di Pechino, scrive McTague, eppure Trump ripete spesso che in fondo non esistono buoni o cattivi. Nel 2017 sostenne in un’intervista a Fox news  che Putin era un buon presidente, che guidava il suo paese nella lotta al terrorismo islamico. 

All’osservazione del giornalista, che obiettò dicendo «Putin è un killer», Trump rispose in modo molto franco e inedito per un presidente in carica: «Ci sono molti killer. Noi abbiamo molti killer. Lei crede che il nostro Paese sia davvero così innocente?»

Bruno Maceas, ex ministro portoghese degli Affari europei, commenta con l’Atlantic la fase che stanno attraversando gli Stati Uniti e trae una conclusione inequivocabile: «Il collasso dell’impero americano è un dato di fatto. Stiamo soltanto cercando di capire cosa lo rimpiazzerà».

Non tutti la pensano così, riporta l’Atlantic, in particolare Tony Blair, ex primo ministro britannico, che dà alla rivista americana tre motivi per dimostrare che il declino americano è molto lontano dall’essere una realtà: «In primo luogo, sostiene Blair, c’è molto più supporto per la sostanza della politica estera di Trump di quanto appaia. Lo dimostra la volontà europea di partecipare maggiormente alle spese militari. In secondo luogo, gli Stati Uniti sono ancora un paese molto resistente grazie alla forza della loro economia e del loro sistema politico. Infine, spiega l’ex primo ministro britannico, è la Cina stessa a essere sopravvalutata in questo momento».

Tom McTague conclude il lungo articolo citando un altro scrittore britannico, Charles Dickens che ha molto ragionato sul fenomeno americano, disprezzandolo: «Sono deluso. Questa non è la repubblica della mia immaginazione», scrisse in una lettera. E ancora una volta, in Dickens come in le Carré, nota l’Atlantic, torna il carattere principale dell’antiamericanismo: l’estetica, l’istinto.

E anche l’ipocrisia: «Negli Stati Uniti, il mondo vede se stesso, ma in una forma estrema: più violenta e libera, ricca e repressa, bella e brutta. Come Dickens, il mondo si aspetta di più dall’America. Ma come ha osservato le Carré, è anche, in gran parte, una cosa estetica – non ci piace ciò che vediamo perché se guardiamo bene vediamo noi stessi».

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