Chi mena le danzeLe mie canzoni sono giochi di prestigio, dentro nascondo parole segrete

Ogni pista è come un coperchio sull’abisso. Si balla con la stessa intensità con cui si vuole vivere perché il senso di entrambe le cose è tutto nella metrica e nel ritmo

FRANCOIS GUILLOT / AFP

Rendo ballabile la vita. Spingo la mia clientela ai bordi della pista, attraente come il baratro, e la sollecito a fare il passo avanti, un passo di ballo, per lasciarsi andare a quella specie di volatilità figurata che appunto è il ballare.

Ogni pista da ballo m’è sempre parsa un coperchio sull’abisso. Su quella spianata vedi muoversi, come raramente altrove, ora i corpi ora le anime ora i desideri, i corpi come anime, le anime come corpi, i desideri come gli uni e le altre, anche nel tutt’uno fluttuante di una treccia fumosa e carnale, in un’unione rara nella vita, anche perché il ballo, si sa, è tutt’altra vita in questa.

Io non ballo, canto, la gente mi ascolta coi piedi, coi fianchi, con le guance, con gli omeri, con le clavicole, con le scapole, coi petti e i pettorali, con le natiche, con le cosce, coi malleoli, come stesse eseguendo un ripasso di antichissime e primordiali lezioni di anatomia al ritmo di motivetti tribali, per più facilmente ricordare di quali ossa siamo fatti e muscoli e nervature.

Tutto è in infusione nella musica e, come un cucchiaio, il ballo gira e rigira l’infuso: è una tazza da ballo la pista, oltre a essere un coperchio.

Il ballo e le canzoni soddisfano le aspettative di tutti i deficienti, i mancanti, coloro che col ballo e le canzoni si illudono di venir meno alla vita come vita subita e barcollando percorrono tratti illusori di vita esibita su quel campo aperto e rischioso che è la spianata da ballo e da ascolto.

In guerra (e io l’ho fatta) l’ascoltatore abbattuto da playlist, con cuffie o senza, l’avremmo definito “uomo a terra”.

Declino al maschile perché i maschi sono meri dati statistici. La donna invece no, ognuna è una. Guardando la clientela ballare mentre canto ovvero mentre ho tutto il tempo per pensare a altro, mi pare che la vita vissuta sia una parodia del vivere, invece qui si balla ovvero si vive la vita come essenza, non esclusa l’esalazione, ma vivere ballando è un po’ impossibile, perché i locali chiudono a una certa piccola ora, e non aprono nemmeno tanto presto.

Canto come un guastatore, piazzando candelotti di parole sotto il passaggio del convoglio delle frasi, ma dove, come e quando, lo so solo io, perché agisco da solo, cioè quelle parole sabotatrici le canto io soltanto.

Non creo problemi né coinvolgo in rischi inutili chi volesse farmi l’onore di cantare i miei brani.

Mi tengo pronto, ho il rimedio, ho le tasche piene di canto e di voce. Allora, c’è questa parola che io solo posso cantare, il nuovo interprete la legge perplesso, interdetto, ma è gentile, mi chiede se penso che il pubblico…

Non penso mai che il pubblico… Nominato il pubblico, l’interprete e io diventiamo coppia comica, facciamo avanspettacolo, facciamo il varietà.

Insomma, ho le tasche piene di pezze a colore, sono un prestigiatore, rivolto le tasche, le estendo con due dita strette all’apice, come fossero orecchie di coniglio. Sono io il coniglio con le orecchie sui fianchi, e chiedo: cosa vedi? Non vede il coniglio.

Fodere colorate, è la risposta. Ho le fodere delle tasche colorate per fare questa dimostrazione. Sono un po’ dandy nel segreto delle fodere, io.

Voce e canto, dico, porto in tasca sempre un po’ di voce e un po’ di canto, non si può mai sapere. Il fatto è che io lo so.

Mettetevi comodi, ballate, in questo bel locale chiamato LinKiesta vi cantiamo Dondolan.

C’è una parola che è soltanto mia, la canto solo io. Questa parola è “uccello”: … “va il mio uccello nel cielo… il mio uccello nel cielo…”.

Ascoltate la magnifica nuova versione eseguita dal nuovo interprete che canta sulla mia antica traccia, non c’è l’uccello, c’è la voce e il canto, le pezze a colore, la parola voce, la parola canto al posto della parola uccello, “va il mio canto nel cielo…. la mia voce nel cielo”, ma la mia voce e il mio canto attenuato dicono “uccello”, si sente soprattutto nella seconda linea del primo inciso.

Capito come si scrive una bella canzone ossia come ci si diverte? Con un po’ di reticenza. Ma la mia voce, sotto sotto, dice quella parola, sempre la dice in tutti gli incisi.

Ascoltate con attenzione la canzone, la trovate su Youtube. È mai successo questo nella storia delle canzoncine?

Non lo so né significherebbe niente, anzi è una forma di maleducazione fare le cose per la prima volta, e io non sono maleducato, sono solo educato da me stesso, che è un po’ peggio. Voglio dire, l’uccello è l’uccello.

Sì, va bene, è anche lo storno che allevai e poi avviai al volo quando seppe volare, questo per fare un po’ di leggenda piumata: lo storno dal petto stellato. Però l’uccello è l’uccello.

Nella parafrasi scolastica la cosa sarebbe spiegata così: chi scrive intende con l’uccello, la parola uccello, dirci che in cielo vola il suo afflato lirico e non solo, va nel cielo il suo slancio fantastico e creativo, egli scaglia in cielo l’estro e anche l’ambizione e la protesta, forse solleva in cielo anche un dubbio, si alleggerisce di un peso, addirittura effonde un pensiero, emana lo spirito, sprigiona l’anima, infine leva in alto una preghiera.

Ecco, tante parole, e anche tante parole chiave come erranza e ascesi e sublimazione che, a volerle dire con una, si possono dire con una: l’uccello.

Quando si è delinquenti come me nell’intimo si tende a fare scherzi ecclesiastici, mistici, spirituali, addirittura edificanti, si tende a commettere infrazioni al contrario.

Così, per cortesia, affabilità e semplificazione dell’animo mio, taglio con garbo l’uccello e ci allungo il brodo. Invece di elevarlo come è vero in cielo, lo sostituisco con strisciate di parole appiccicose per arraffare il moschino di una penosa, arresa comprensione (il pubblico da sempre partecipa con assetata passione ai sacrifici).

Moschini che l’uccello invece mangia al volo con avida crudeltà naturale, per dire com’è diverso il trattamento e come diversamente le parole praticano la cattura. È una guerra tra parole la vita, sul mare, sulla terra e in cielo. Le canzoni sono i suoni del lamento e della lagna intorno.

Un’altra, ne racconto un’altra, se non vi ha già annoiato l’uccello.

Racconto la canzone con dentro il paguro bernardo, che fa della canzone la sua casa. La sceneggio per te, per te sola, lettrice, come se tu mi ascoltassi. La mia voce al tuo orecchio, nel tuo orecchio soltanto, ecco, adesso.

Da lontano non si capisce quello che dico perché io canto nel tuo orecchio, la mia voce è solo per te, il tuo orecchio è una conchiglia, mi si rompe la voce, quasi non ne ho più, ti dico: «Fammi posto nel tuo orecchio che per me, sai com’è, è come la conchiglia del paguro bernardo».

Sono in trattative con il nuovo interprete, perplesso ma nel giusto, dovendola cantare lui e non io. Ho estratto le orecchie del coniglio dalle tasche, le pezze a colore, sempre la voce e il canto: «Fammi posto nel tuo orecchio che per me, sai com’è, è come la conchiglia della voce e del canto».

«Del paguro bernardo» lo canto io, tu canti «della voce e del canto», è uguale, stessa misura, stessa condotta: cercano casa sia il paguro bernardo sia la voce sia il canto. Bello, no?

Cioè, perché farne un dramma se possiamo farne un melodramma, un’opera buffa?

Il senso della vita, se la canti, è tutto nella metrica e nelle rime. Poi, con paguro, chi scrive intendeva l’eccetera eccetera di quel che vi pare. Tutto finisce sempre bene comunque, è il bello delle canzoncine, con le quali va a finire sempre bene perché finiscono presto. Così abbiamo anche risolto la tormentosa questione sul bene e sul bello.

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