La vita scrive a se stessaHo conosciuto questa ragazza, ha vent’anni meno di me

Chi legge un libro è solo e chi scrive è ancor più solo, però ha un grande potere: in ogni caso quelle lettere, quelle parole, quelle pagine, ruotano intorno a un perno, che è proprio chi scrive

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Questo testo che leggerete è uno dei 40 (ma in tutto saranno un centinaio) che il poeta, filosofo e paroliere romano Pasquale Panella ha deciso di pubblicare a puntate su Linkiesta. Costituiscono il repertorio di un misterioso Vito Taburno, che ne sarebbe il vero autore. Vero o falso che sia, ma forse più vero del vero, a sentire lo stesso Panella (nota de Linkiesta)

Signore e signori, sono Vito Taburno, cantante centenario, cantante che canta in questo bel locale chiamato Linkiesta. Ho conosciuto questa ragazza, ha vent’anni meno di me. Vi canto una canzone tratta dalla sua vita scritta, canto con Lina Agostini. Ha scritto la sua vita. Non un libro sulla sua vita, casomai la sua vita su un libro, distesa su un libro come su un divano, quando tutti se ne sono andati e la vita resta sola, sola e sfacciata.

A un certo punto succede, la vita si scrive, la vita scrive a sé stessa ossia a chi l’ha vissuta: ti ricordi di me? Lei ricorda, e ricorda a ultrasuoni (i suoni che sfuggono agli umani) perché ha un orecchio finissimo che, forse, è proprio quello “quasi sordo”. L’altro, quello buono, è per le frasi meramente grottesche di ogni giorno.

È vero o no che ogni giorno ascoltiamo frasi meramente grottesche? È vero. Insomma ricorda a sibili di brevi frasi, spifferi di versi, «se ascolto, sento voglia di parole al vento». Anche frasi che sono bei titoli e non c’è bisogno di leggere sotto perché tutto è detto nel titolo, appunto.

Se un ultrasuono è troppo oltre, basta avere un cane accanto, ecco che il cane drizza le orecchie e l’avverte. I cani, eh? I cani, che se li tradisci sanno che li tradisci perché lo sai tu. I cani, che più degli esseri umani sanno quello che sai, conoscono la vita, sono grandi giornalisti con in più il vero fiuto, sanno che nella chiacchiera e nel pettegolezzo è detto e scritto già tutto, e nessuno si preoccupa del cane che ascolta la voce del padrone e della padrona e delle amicizie e della amanticizie.

Chi legge è solo, chi scrive lo è di più. I libri assolutizzano le vite di chi le scrive e di chi le legge. I diari sono il massimo, hai in mano, oltre il libro, il potere, soprattutto il potere d’essere sola o solo a governare la dispotica solitudine dello scrivere per chi ti imiterà col leggere (le eventuali tante copie non fanno testo, il testo è uno, come una o uno è volta a volta chi legge, è questa la faccenda singolare).

Chi non ci crede continui pure a socializzare ossia a stramazzare sotto quella botta in testa di vita che sono le presentazioni o a sfinirsi in un parlar di libri, anche questo un parlare meramente grottesco: ascoltato un avvio conosci tutto il resto e non vorresti riascoltarlo. Non sai niente di niente ma sai già tutto quello che qualcuno ti vorrebbe far sapere.

Grottesco: nel senso che a parole sappiamo fare le nostre figure parietali, spiaccicate alla luce delle nostre tremolanti vite. Voglio dire, cantare: se questa sua vita l’avesse scritta prima di averla vissuta… sì, è impossibile… ma se l’avesse scritta prima… se l’avesse scritta prima non l’avrebbe vissuta così come l’ha scritta, la sua vita.

Non gliel’avrebbero fatta vivere così come scritta. Tutti gli altri personaggi, diciamo le persone viventi, sarebbero state messe in allarme, avrebbero evitato di finire in un libro. Finire in un libro è alle volte veramente la fine.

Lei stessa scrive questo suo diario per bruciare “senza tristezza né gioia” nelle ultime pagine il suo altro libro, il primo, il libro dal quale nasce il diario, libro introvabile e scandaloso, poi però ritrovato alla fine (sempre la fine), a pagina 196 su 199 più sette righe e mezzo (come il gioco a carte, importante nel libro), un libro di nome “Giorgina”.

E l’unico amore per sempre? Finisce per sempre all’inizio, e mai niente tra noi: «Non ci siamo mai nemmeno sfiorati». È Montgomery Clift, di nome Angelo, oppure il contrario: è Angelo, come Montgomery Clift nei film o in fotografia. Infatti nel diario appare come al cinema: in campo lungo e su uno schermo lontano. E nemmeno potrà ricordarsi di lei, perderà la memoria, perderà la parola regredendo dal sonoro al muto. «L’Alzheimer ti fotterà e io perderò il mio storico della terza C».

Non c’è niente da fare: uno è il diario, nel quale va tutto a finire. Il resto è vite senza fine, come fosse spanata la vite. La scrittura della propria vita è un prefinale, è la premessa alla fine del libro, e la fine del libro è la fine di tutto. «Finale: la vecchiaia ci appartiene».

La vita come diritto, finale, di proprietà. Vita mia non di tutti. Solo io vissi, solo io avrei vissuto se gli altri avessero saputo. Saper prima le cose è forse, nella realtà, non viverle? Allora la realtà è un dopo, dopo non aver mai saputo? Non solo gli altri, anche il mondo, se il mondo avesse saputo cosa pensavo del mondo, addio mondo, buttandola in una canzone che campa d’aria, perché è tutt’aria il canto, insomma un bel respiro: «…ero passata a dedicarmi alle canzonette. Più tranquille e senza rischi».

Infatti, io sto cantando di cantare, aria finissima e vette tenorili. «Desocializzazione, ci prepariamo alla morte disimpegnandoci gradualmente». Già, più che l’impegno di vivere, il disimpegno dal far vivere se non tra le righe di un romanzo. Ve l’avessi raccontata prima la mia vita, avrei risparmiato a voi la vostra, o personaggi che non siete altro.

«La nostalgia di qualcuno che mi cammini dietro o a fianco come fa un cane che ti ama è stata sempre più forte della fatica di tenerlo con me». Più nostalgia senza chi che nostalgia di chi. Se non è canzone questa. La nostalgia, ecco, la nostra cagna che finalmente vive, giusti giusti, esatti esatti, tutti i nostri anni consapevoli, para para a noi, un po’ alle spalle e un po’ a fianco, un agguato complice.

Perciò ti senti dire «malvissuta», perché tu stai scrivendo la tua vita, e come in un film di Capra però non natalizio scolorano dalle foto le altre vite. Se l’avessero letta prima di conviverla, questa vita scritta dopo gli addii… sì è un assurdo ma è anche una dimostrazione, e la dimostrazione per assurdo non è assurda.

«Ora credo che il bene non esista perché sarebbe eterno», infatti è eterno quel che non esiste. Cos’è indimenticabile? Il lamento di un cucciolo d’orso che morde i ferri di una gabbia da coniglio, standoci dentro. L’immagine visibile nel tempo di un lampo, come insegna Hugo, e un verso fulminante.

La vita è un romanzo che non è la vita. E come chiuderlo, il romanzo che non è? Con una bugia. Con l’eutanasia di un cane, fatta passare, forse, per morte naturale. Lei non dice quale fu la bugia con la quale truccò la morte. Giura solo che non ha mai mentito ma una bugia l’ha detta nella vita.

Sta parlando del romanzo fedele che si fida di lei? Non per dimenticarlo ma perché il cane dimentichi. E solo allora, sì, «dimentichiamoci. Dimentichiamoci per sempre. Il cuore e non la geometria come scienza esatta, e come vita». E questo è un gran bel cantabile.

E come aprirlo, il romanzo? Con una menzogna in corsivo: «I personaggi che appaiono in questo romanzo sono di fantasia. Ogni riferimento a fatti o a persone reali è puramente casuale».

Però forse no, non è una menzogna intera, è una menzogna a metà (vissi metà per me e metà per caso), c’è quell’aggettivo: casuale. Il riferimento lo è e le persone e i fatti pure. Il casuale è quel che veramente accade, non a caso.

Lei non vuole fare letteratura, è bravissima a non farla, lei scrive. E scrive questo romanzo nel quale la vita è un riferimento puramente (una certa castità nel rapporto con la realtà) casuale. Così come, alle volte, per caso un ricordo riaffiora rotolando come i dadi o i rulli della slot machine (un caso che è calcolo, magari delle probabilità ma calcolo), e per un attimo è nitido, centrale, poi, come i cerchi in acqua o il centro dei bersagli, si espande fino a rarefarsi sulla superficie di tutta la vita, sulla quale galleggiano anche tutte le pagine scritte, migliaia, «di trenta righe per sessanta battute» (pag. 165).

«Negli anni ho scritto migliaia di pagine sulle persone che avevano mondi diversi da raccontare». Ah, ecco: mondi diversi. Non ci inganniamo con il mondo unico, col mondo che sia uno, per tutte e tutti lo stesso. Solo il caso alle volte è uno per due, esattamente.

Chi scrive per davvero ha questo potere: che, come le giri le giri, le pagine sempre più ruotano intorno a un perno, il perno è chi scrive, chi attiva il calcinculo al luna-park, e tutto quel che gira è una scia di fatti, persone, mondi diversi roteanti. E non credo proprio che i libri si scrivano per ricordare, casomai i ricordi servono per scrivere.

Poi quel che è scritto ruota intorno a un perno, aspettiamo che si sganci il seggiolino che regge frasi, paragrafi e personaggi e, centrifugo, se ne voli, e il nostro piacere è là che sta, nel veder volare il seggiolino con sopra le parole colorate e colorite. E battiamo anche le mani per il divertimento.

Si battono le mani perché lo spettacolo è finito, finalmente. A teatro, per esempio, tante volte applaudiamo il sipario perché la compagnia bella s’è tolta dai piedi, e quel suono di carrucola è musica, la scodinzolante musica di coda, contenta perché ha capito che si esce, si esce.

Il libro che ho cantato ha per titolo “Diario scandaloso di una vecchia” di Lina Agostini, 2020, La Tartaruga edizioni.

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