Buddha barLa musica del Dalai Lama va bene per quando si va dal dentista

Il disco punta a diffondere precetti buddhisti nel mondo e a devolvere il ricavato in opere di carità, ma non convince. La qualità è bassa, mentre il messaggio sembra ridursi a una spiritualità new age

PUNIT PARANJPE / AFP

Se non fosse che nel buddhismo non esiste, la parola “peccato” sarebbe perfetta per commentare il primo album del Dalai Lama, intitolato “Inner World”. Un’occasione mancata. Per molti aspetti incomprensibile.

Arrivato all’età di 85 anni, il leader spirituale tibetano (in esilio dal 1959) si lancia, ma a fini benefici, nel mondo della musica. Secondo i meglio informati, avrebbe soltanto ceduto alle richieste della sua allieva neozelandese Junelle Kunin, che chiedeva melodie per accompagnare la meditazione e favorire le indagini interiori.

Dopo molte insistenze ha detto sì, decidendo di firmare (con tanto di figura intera in copertina) tutto il cd. Anche se, delle 11 tracce che lo compongono, per un totale di 42 minuti e rotti, ci mette solo la voce e soprattutto non canta.

Recita versi, richiama mantra e dispensa precetti base del buddhismo. L’obiettivo, con cui era stato convinto dalla stessa Kunin, era «far bene alle persone», soprattutto «quelle che si trovano in una situazione di stress». Per questo motivo l’album sembra perfetto per essere suonato dal dentista.

Per carità, il tappeto sonoro funziona: soavità di flauti, corde pizzicate in un’atmosfera trasognata, ritmi pacifici da massaggio, qualche cimbalo a distanza.

E, va detto, alcuni brani sono davvero evocativi, come “Compassion” e più ancora “Ama La”. Qui, dopo le parole del Dalai Lama, che racconta il legame tra madre e figlio, si elevano le evoluzioni con il sitar di Anoushka Shankar, trasportano in un mondo di sicuro diverso, se non proprio quello interiore evocato dal titolo.

In tutta l’atmosfera rarefatta del volume, oltre ai mantra, c’è spazio anche per strumenti a fiato (“Protection”), che accarezzano con sfumature jazz l’orecchio occidentale, ma anche per qualche passaggio sul pianoforte (“Purification”), sullo xilofono (“Children”), insieme a ondate di violini.

Tutto il disco sale e scende i gradini della new age, a volte si affaccia su slanci sintetici alla Sigur Ros, ma sta bene attento a restare nell’ambito del cliché.

L’obiettivo è rilassare, non perturbare. Ma che l’impronta occidentale sia prevalente e, per certi aspetti, anche fastidiosa, lo riesce a notare perfino la recensione di Clash, che pure si preoccupa di dare una buona valutazione del lavoro sia per l’intento benefico sia per pura superstizione.

Certo, nella sua semplificazione (necessaria), il karma diventa una sorta di terza legge della dinamica, per cui «a ogni azione corrisponde una reazione», per cui meglio parlar bene di ”Inner World” perché non si sa mai. Ma, aggiunge, «peccato», perché «compaiono pochi esempi di musica tradizionale tibetana».

È, insomma, un album debole dal punto di vista artistico, ma – e questo è forse il lato peggiore – si presenta come una riduzione dei principi base del buddhismo, che diventano una versione caramellata da Era dell’Acquario. Buono per fare da sfondo a pratiche di cristalloterapia e sessioni di tonglen, ma con la voce autorevole del Dalai Lama.

In generale, i leader religiosi dovrebbero astenersi da sortite del genere. Il format che unisce la loro voce (di solito presa mentre recitano preghiere o celebrano riti) a musiche di vario tipo non è una novità.

Tornano in mente gli album, tutti dimenticati, di Papa Giovanni Paolo II (ne pubblicò tre: “Papa Giovanni Paolo II canta al Festival di Sacrosong”, del 1979, “El Rosario Del Papa”, del 1994 e “Abba Pater”, del 1999). Oppure quello che doveva dare una svolta rock al Vaticano, cioè “Wake Up!” di Papa Francesco, del 2015.

A questa tassa non è sfuggito nemmeno Benedetto XVI, il meno pop di tutti, che almeno ha contenuto i danni: il suo “Alma Mater”, del 2009, raccoglie brani di musica sacra eseguiti dalla Royal Philarmonic Orchestra e dall’Accademia Filarmonica Romana, che accompagnano la sua voce registrata.

Tutti “peccati”, verrebbe da dire. Veniali, sì. Ma che alla lunga dimostrano come il mondo spirituale (sia cattolico che orientale) e quello musicale, negli ultimi anni, si siano allontanati senza rimedio.

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