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La nuova geografiaDi Vico: «Volete capire il lavoro nel post-Covid? Toglietevi giacca e cravatta e salite su una bicicletta»

I mesi di lockdown hanno rivelato una grande capacità dei lavoratori di adattarsi a nuovi modelli organizzativi, ma hanno anche messo in evidenza l’importanza di settori spesso sottovalutati come quello dei rider

(Foto: Afp)

L’eredità del Covid-19 rischia di essere pesante. I mercati cambieranno pelle, i modelli organizzativi volto e il mondo del lavoro deve attrezzarsi subito. Come? Con formazione e valorizzazione, spiega l’inviato del Corriere della Sera Dario Di Vico, tra i più attenti osservatori dei mutamenti in corso nell’organizzazione del lavoro.

Che cosa sta accadendo nel mondo del lavoro?
I passaggi avvengono giorno dopo giorno. Possiamo dire cosa è accaduto, ma fare previsioni è difficile, forse impossibile, di certo non è conveniente. Quando si parla delle questioni del lavoro si tende a cercare una chiave unica, ma proprio questa tendenza rischia di portarci sulla strada sbagliata.

Proviamo dunque a fotografare cosa è successo, per non imboccare strade a senso unico…
Durante il lockdown sono emerse alcune figure importanti di novità. La prima riguarda i cosiddetti remoters che, con una velocità inaspettata e insospettabile, si sono adeguati a un cambiamento di scenario organizzativo straordinario. Davanti a questa novità, attorno allo smart working, bisogna selezionare una serie di nodi critici. Un nodo riguarda il cambiamento organizzativo. Un secondo nodo critico riguarda il cambiamento della prestazione. Un terzo nodo riguarda gli effetti, prodotti dal fatto che i lavoratori rimangono a casa, sulla mobilità e i consumi nei centri storici delle grandi città. Personalmente credo che, una volta preso atto degli effetti, la nostra attenzione e il nostro ragionamento debbano concentrarsi sui cambiamenti organizzativi generati dalla crisi del coronavirus.

La seconda novità riguarda i cosiddetti essenziali: il lavoro durante il lockdown ha mostrato l’importanza dei lavoratori delle reti, ossia di coloro che nei giorni più duri hanno assicurato gli approvvigionamenti. Non solo gli approvvigionamenti materiali, ma le reti intese come trasporti, reti elettriche, reti tecnologiche.

Potremmo far rientrare i rider nel comparto di lavoratori essenziali?
Certamente sì: si tratta di una categoria in sofferenza, ma che proprio in questo periodo ha vissuto una profonda trasformazione. Prima del lockdown portavano il cibo, ora sono diventati una rete privata a tutti gli effetti. Almeno due giornali nazionali fanno fare le loro consegne attraverso un servizio di rider, le farmacie hanno cominciato a recapitare medicinali e via discorrendo. Una struttura creata per la consegna di cibo a domicilio è diventata una rete a tutti gli effetti, anche se rimane completamente aperto il tema della regolazione dell’attività dei rider. Dal punto di vista sociologico, poi, dobbiamo registrare che negli ultimi mesi la composizione dei rider è cambiata.

Come è cambiata la composizione nel settore delivery?
La percentuale dei giovani rider italiani è calata drasticamente. Questo apre una terza questione: l’occupazione. Abbiamo avuto un’occupazione congelata grazie a due dispositivi: blocco dei licenziamenti e uso massiccio della cassa integrazione. La cassa integrazione, che era stata la chiave di volta nella tenuta della crisi 2008-2015, ha tenuto anche questa volta. Ma attorno alla cassa integrazione c’è una necessità di riforme, tanto che il presidente del Cnel Tiziano Treu ha proposto di rivedere integralmente il sistema. Altri propongono una via di mezzo che trasformi la cassa integrazione da strumento unicamente volto a proteggere il lavoratore in una data impresa a strumento che lo protegga ma al contempo lo guidi verso un altro lavoro qualora l’impresa non stia più in piedi.

Quest’ultima è l’opzione proposta da due economisti del lavoro come Maurizio Del Conte e Andrea Garnero…
È l’ipotesi di chi vorrebbe togliere il divieto di cumulo tra cassa integrazione e altri lavori. In questo modo si creerebbero le condizioni-ponte per il passaggio a un impiego nuovo che non verrebbe più coperto dalla cassa. Una terza questione, poi, è quella del collegamento tra cassa integrazione e formazione: tutti, a parole, sono d’accordo, ma nei fatti il nostro Paese è in ritardo. Partendo dal fatto che non tutti i posti di lavoro di prima verranno salvati, bisogna creare le condizioni affinché una parte consistente della forza lavoro sia in grado di transitare verso altri lavori.

Questo transito può essere assicurato solo dalla formazione…
Dalla formazione e dalla capacità di trasferire competenze nuove a quei lavoratori che avessero alle spalle un’impresa fallita. Finora abbiamo parlato dei lavoratori dipendenti, ma il tema dei lavoratori autonomi non può passare in secondo piano. L’ampia galassia del lavoro autonomo e, quindi, delle partite Iva (che erano smart worker già prima…) è il grande tema che dovremo affrontare.

Questi lavoratori erano più abituati a una certa modalità di lavoro “agile”, ma la loro remunerazione dipendeva in qualche maniera dai modelli organizzativi delle aziende e da quanto le aziende esternalizzassero o meno. Oggi, però, dobbiamo essere onesti e ammettere che nessuno sa come evolveranno davvero, nel concreto, i modelli organizzativi delle aziende. Si può capire qualcosa, ma è ancora presto perché non abbiamo una casistica così ricca da poterci indicare davvero le linee di tendenza. Resta dunque aperta la questione: i modelli organizzativi che adotteranno le imprese avranno degli effetti ben oltre il perimetro delle aziende stesse.

Per iniziare a navigare se non a lungo, almeno a medio raggio, che cosa serve?
Più che una riflessione sul lavoro con la maiuscola, io penso servano tre cose: un’indagine sul campo sullo smart working; nell’ambito dei lavoratori essenziali ci serve una riflessione su come risolvere la questione dei rider e come premiare lavori con bassi salari che hanno dimostrato di essere cruciali per la tenuta delle reti di una società; in terzo luogo dobbiamo far partire la formazione. Più che un dibattito “filosofico” sul lavoro, serve un approccio pragmatico. Solo se partiamo da elementi di analisi su elementi concreti possiamo fare un passo in avanti.

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