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La rivincitaLa lezione delle piccole scuole durante l’emergenza Coronavirus

L’isolamento straordinario imposto dal Covid-19 non ha sconvolto le 8mila scuole di montagna o delle isole, che con l’isolamento territoriale convivono da sempre. Ecco le tre parole chiave di un modello da esportare

Pixabay

La rivincita delle piccole scuole. Non c’è alcuna gara, ovvio, ma di fatto nell’emergenza legata al Coronavirus i piccoli plessi scolastici sparsi nelle aree interne, nelle aree montane e sulle isole hanno avuto un certo margine di vantaggio rispetto alla necessità di “inventarsi” soluzioni di didattica innovativa e a distanza. L’isolamento straordinario imposto dall’emergenza sanitaria infatti non ha trovato impreparate le scuole che ordinariamente convivono con l’isolamento territoriale, che avevano già fatto delle alleanze territoriali e della tecnologia due punti di forza della loro didattica.

Il Movimento delle Piccole Scuole è nato ufficialmente nel 2017 a Favignana: a febbraio la rete contava 300 istituti aderenti, saliti a 400 (per circa 1.800 plessi) proprio durante il lockdown. Il Movimento ha un vero e proprio Manifesto, con tre punti chiave: la scuola-comunità; le tecnologie e l’inclusione sociale; le pluriclassi come risorsa. Tutti temi che oggi si impongono come driver di un cambiamento necessario per la scuola tout-court, da qui a settembre.

Jose Mangione, ricercatrice Indire, è la referente della struttura di ricerca Indire per le Piccole Scuole. «Le piccole scuole in Italia sono oltre 8mila, per quasi un quinto della popolazione studentesca: numeri tutt’altro che minori», chiarisce subito. «Il Movimento delle Piccole Scuole in questa situazione non ha promosso una “fuga” verso la tecnologia, ma ha fatto qualcosa più. Possiamo dire che l’esperienza consolidata, unita al supporto solidale delle scuole fra loro e da parte di Indire, ha permesso l’elaborazione di modelli di didattica che superassero l’isolamento sociale e la gestione distribuita delle classi sul territorio».

La prima parola-chiave è «leadership distribuite»: una piccola scuola può essere un istituto con 18 plessi, su frazioni distanti, per cui «la collegialità in rete si faceva anche prima», spiega Mangione. La seconda parola-chiave è «sinergia», innanzitutto con il Comune e con le associazioni del territorio: «la piccola scuola, per garantirsi il ruolo di presidio culturale, ha da tempo coprogettazioni partecipate con Comuni, associazioni, imprese, fondazioni: grazie a questa rete, nessuno è rimasto indietro. Inizialmente si è trattato di una collaborazione nell’individuazione del provider tecnologico migliore, adesso di ragionare su come il Comune può far parte della scuola e gestire in modo compartecipato gli spazi dive si farà scuola. Ci sono musei che rendono disponibili i loro contenuti, le webradio… Gli ambienti di apprendimento allargato sono il core del movimento, da anni». La «didattica flessibile a distanza» è la terza parola-chiave e per molti era già routine: non solo fra classi-rete (cioè fra le classi che lavorano per percorsi, “gemellate” con classi di altre scuole, ad esempio a Favignana c’è una pluriclasse gemellata con Sassello, in provincia di Savona) ma anche fra la classe e la casa, perché nelle piccole scuole non è così raro avere alunni costretti a fare scuola da casa, sia per l’assenza di strade o servizi (vedi le zone colpite dal terremoto, ancora oggi), sia per degenze in ospedale o malattia.

Come ha reagito al Coronavirus la rete delle Piccole Scuole? E cosa può insegnare alle scuole più grandi? «È subito nata una rete solidale, con i docenti e i dirigenti che si sono messi in gioco e hanno costruito un palinsesto virtuale quotidiano, con 40 webinar e 8mila colleghi formati», racconta Mangione. «Nella prima fase si è parlato di strumenti, piattaforme, risorse… poi c’è stato salto qualitativo, affrontando nodi come la privacy, come fare un collegio docenti virtuale, come mantenere la relazione educativa e come rivederla. Tutto questo ha permesso di guardare la Didattica a Distanza non solo come dispositivo tecnologico, ma come modello pedagogico».

Aprile e maggio hanno visto un ulteriore salto: «Le scuole chiedevano aiuto sui contenuti». Il team di Indire si mette in gioco e Jose Mangione, insieme a Laura Parigi e Giusy Cannella, si inventano due laboratori, “Spaesi. Un laboratorio di geografia fantastica” e “Dove sta di casa la scuola”, per riscoprire le case come territori da esplorare e ricchi di “fatti educativi”, da valorizzare per una scuola dell’emergenza “a bassa intensità digitale”, dal momento che in molti territori la connettività risulta complicata.

«I due laboratori sono tasselli della visione che le Piccole Scuole portano avanti, quella della scuola-comunità e della scuola diffusa, così come è declinata nel Manifesto, per cui l’ambiente naturale e cultuale può rappresentare una risorsa nel momento in cui si lega l’apprendimento alla realtà. Come può una cosa sporca tornare pulita? Possono i libri diventare strumenti musicali? Domande così, aprono un mucchio di attività didattiche, in cui la casa diventa laboratorio.

Il terzo step si snoderà sul mese di giugno e va oltre la didattica: si chiamerà “A scuola di prossimità” e vuole essere un modo «per dare visione di cos’è la scuola diffusa e di come si possa concretizzare a partire da settembre. Insieme alle scuole parleranno Comuni, associazioni, le reti che già esistono, chi da sempre parlano di città educante e chi potrò spiegare come si fanno i patti territoriali. Serve capire come rivedere il curriculum e cosa vuol dire far entrare il territorio nel curriculum scolastico», conclude Mangione. Una sfida non facile, ma questa che abbiamo dinnanzi è, per la scuola, anche una grandissima opportunità di innovazione.

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