In ginocchio a PechinoLo sconcio discorso filo cinese di un deputato dei Cinque stelle alla Camera

L’onorevole Pino Cabras ha parlato da innamorato delle politiche del governo di Xi Jinping nei confronti di Hong Kong, neanche fosse Casaleggio. Se l’è presa con l’Occidente perché, dice lui, fa peggio dei cinesi. Esempio? La repressione contro i gilet gialli. E poi ha spiegato che l’Italia non conta niente, quindi meglio occuparsi d’altro. Su questo ha ragione: con lui e i valletti a Cinquestelle al potere, contano solo i cinesi. Anche nelle aule del nostro Parlamento

ISAAC LAWRENCE / AFP

Pubblichiamo il testo del discorso del parlamentare  del Movimento 5 stelle Pino Cabras pronunciato lunedì 20 luglio alla Camera dei Deputati.

Grazie Presidente, il tema di Hong Kong ha colpito molto l’immaginario collettivo negli ultimi mesi: in tutto il mondo occidentale è diventata una notizia di grande rango, di grande importanza, ha spesso aperto le news dei grandi canali televisivi di mezzo Occidente ed è un tema che colpisce l’Occidente in modo particolare, perché quella grande città, una grande metropoli globale, che è stata protagonista dello sviluppo dell’Asia orientale, è l’interfaccia fra la Cina e l’Occidente, è un luogo di grande valore simbolico perché, dopo l’epoca del colonialismo, ha trovato una soluzione per essere una città che rientrava nell’alveo della sovranità piena della Cina, trovando anche una soluzione creativa come quella dei due sistemi all’interno di uno Stato e, quindi, di una sovranità.

Questo elemento è giuridicamente importantissimo e politicamente da non dimenticare, in qualsiasi riflessione noi facciamo su questo argomento, perché molte volte invece si dimentica, si entra nella cronaca, si va a confondere un po’ la posta in gioco, la situazione reale sul campo e si dimenticano alcuni fondamentali. Due sistemi, un popolo, due sistemi, una nazione, è un principio che ha una sua pesantezza giuridica sul piano internazionale enorme e non va dimenticato neanche in questa circostanza storica.

Si affronta il tema della Cina con molti luoghi comuni, perché nonostante la Cina, negli ultimi quarant’anni, sia diventato un Paese di fondamentale importanza per gli equilibri mondiali, un Paese che è cresciuto fino al rango di potenza planetaria, che incide su tutti i principali dossier del commercio, della politica, degli equilibri militari, degli equilibri geopolitici, del futuro dei continenti che si aprono a nuove forme di sviluppo economico, nonostante questo ruolo enorme, viene vista ancora come quella potenza minore, sì, minacciosa, sì, pericolosa, sì, da guardare con sospetto, con cui è meglio non avere affari e quindi anche una vicenda controversa, in cui ci sono alcuni contorni molto chiari, su cui l’Europa si è già pronunciata e su cui ci pronunciamo anche oggi con una specifica mozione, anche su questi fatti si fa una lettura legata al grande sospetto nei confronti della Cina, inquadrandola all’interno di un criterio che è quello di una nuova Guerra Fredda.

E questo è pericoloso, perché la Guerra Fredda significa una fortissima polarizzazione a livello internazionale, c’è il rischio che ogni possibilità di compromesso venga rigettata in nome di una lotta superiore, si rischia di non leggere i difetti nostri facendoli sovrastare dai difetti altrui, in questo caso i difetti della Cina. Prima ho sentito dal collega il de te fabula narratur e questo deve valere davvero e un po’ c’era anche in quella frase che ha citato Wong.

Molte delle critiche che noi stiamo rivolgendo in questo momento alla Cina, sono critiche che potrebbero ricadere tranquillamente su di noi, sul nostro modello di vita, sul nostro modello di organizzazione del controllo, del controllo sociale, del controllo politico, degli apparati, perché certo, portiamo l’attenzione su Joshua Wong, facciamolo, ma nessuno porta l’attenzione su Julian Assange, che langue in un carcere britannico in questo momento ed è una figura che assieme ad altre, come Edward Snowden, ha rivelato quanto anche nel nostro sistema ci siano forme di controllo estreme, se tutte le nostre email, tutte le nostre comunicazioni sono in mano ad entità centrali che controllano tutto, che le possono confrontare, che possono trattare i big data, che prendono delle decisioni in base a questo.

Ebbene questo è un problema che abbiamo anche noi, ed è un problema molto grave, molto serio, ce l’abbiamo nel nostro cuore occidentale. E dobbiamo evitare il rischio di una Guerra Fredda, perché concretamente ci sono i rischi di una guerra calda: nel Mar Cinese meridionale si stanno accumulando tensioni molto forti, spinte al riarmo molto forti, la Cina si è riarmata molto in questi anni, ha fatto recentemente delle esercitazioni nel Mar Cinese Meridionale, ci sono rivendicazioni territoriali che stanno creando tensioni, allo stesso modo ci sono esercitazioni da parte degli Stati Uniti, congiuntamente con altre potenze, che esercitano una pressione in quell’area e possono creare il casus belli per rendere più calda una guerra che oggi è ancora una Guerra Fredda.

Allora, noi dobbiamo inquadrare correttamente i fatti e stare molto attenti proprio agli equilibri costituzionali in gioco. Facciamo bene a dire che vanno difesi i diritti umani e quindi ogni tribuna che lo faccia è importante per noi, lo abbiamo fatto all’interno di decisioni che sono state prese dal Parlamento europeo e che sono state richiamate anche nella mozione.

È importante che si trovino le sedi multilaterali in ambito Onu, nominando un incaricato speciale che studi il caso, perché è uno dei casi che sono emersi all’attenzione di questi anni, però dobbiamo stare attenti, ripeto, a quali equilibri noi stiamo andando a toccare i fondamentali, perché la questione delle autonomie locali e del modo in cui si sviluppano è un tema non solo di Hong Kong, ma è un tema mondiale ed è un tema molto ravvicinato.

In Catalogna c’è stata una forte spinta per l’indipendenza, ci sono state anche repressioni da parte dello Stato centrale e ci sono dei politici di primo piano, catalani, che sono in carcere da anni e quello che avevano organizzato era un referendum, non hanno organizzato atti di sedizione violenta, non hanno assaltato le gendarmerie, però c’è questo problema che abbiamo nel cuore dell’Europa, un fatto che abbiamo nel cuore dell’Europa.

Ci sono stati cicli di repressione che hanno riguardato molti Paesi nel mondo, anche se non hanno avuto altrettanta tribuna: in Francia, in Bolivia, in Cile, negli stessi Stati Uniti, in Iran, in Venezuela, in Libano, la stessa Catalogna abbiamo detto, in Ucraina c’è una situazione di guerra civile legata a delle questioni irrisolte costituzionali molto importanti per l’autonomia di alcune regioni, c’è il problema di Israele e Palestina; la recente richiesta di annessione da parte di Israele, cioè decisione di annessione di un pezzo della Cisgiordania, non ha avuto una mozione altrettanto maggioritaria nel Parlamento italiano e così è accaduto in tanti luoghi.

Ci sono diversi livelli di attenzione sui fatti. Potrei citare quello che sta accadendo in questi giorni in Azerbaijan, in Armenia, dove ci sono anche i morti e la situazione di tensione fra India e Pakistan. Voglio dire che abbiamo numerose – numerose – situazioni di tensione nel mondo e non tutte hanno lo stesso livello di attenzione.

Su molte ci muoviamo con prudenza, perché le situazioni locali non vedono l’Italia come il soggetto dirimente ed è giusto che sia così, proprio perché non possiamo essere dirimenti, possiamo richiamare giustamente l’attenzione su tante situazioni.

Però dobbiamo tenere conto della realtà effettuale ed è giusto che la forte minoranza di cittadini di Hong Kong che scende in piazza e rivendica un diverso livello di autonomia e contesta la legge del grande soggetto forte della sovranità, la Cina continentale, è giusto che abbia il suo spazio e sia tutelata nei suoi diritti e che non sia repressa con violenza e che ci siano gli istituti che consentono che non sia repressa con violenza o con una limitazione della libertà di espressione.

Però dobbiamo sapere che c’è anche una consistente quota di cittadini di Hong Kong che viene spesso dimenticata ma conta in queste decisioni, conta perché, quando queste cose sono state trascurate, in altri Paesi si sono commessi errori di valutazione politica che hanno portato alla guerra civile e hanno portato a drammatiche conseguenze che poi sono ricadute anche sull’Occidente che non ha più saputo governare quelle situazioni.

Lì c’è una parte di cittadini consistente e importante che esprime consenso rispetto alla legge nazionale. Cosa facciamo, ignoriamo questo fatto per il solo fatto che esiste o perché non ci piace? Questo non si può ignorare. Questa non è la giustificazione per le minoranze. Il fatto che possa esistere una democrazia è che le minoranze siano tutelate, altrimenti non è una democrazia e questo è un principio base che rivendichiamo a tutte le latitudini. Rivendichiamo però che ci sia un quadro di attenzione piena nei confronti della situazione che si gioca sul campo, un’attenzione rispetto a tutti gli attori in gioco e a tutte le interferenze che ci sono.

Certo l’interferenza macroscopica che conosciamo è quella della Cina continentale che è il Paese nel quale è inserito come sovranità il sistema dell’autonomia di Hong Kong ma anche interferenze nostre, occidentali. La National Endowment for Democracy è un ente che appartiene al Congresso degli Stati Uniti che investe denari e li mette anche a bilancio per sostenere le lotte di Hong Kong.

Questa cosa ha delle conseguenze e dobbiamo sapere come viene percepita; dobbiamo metterci anche dall’altro lato per capire che tipo di lotta si sta svolgendo lì e ciò deve spingerci a capire anche dove devono essere posti i nostri limiti di interferenza. Certo noi dobbiamo rivendicare con forza che ci sia un ruolo attivo dell’Onu al pari di altri Paesi perché non ci siano violazioni dei diritti umani, perché si affermi con forza l’autonomia di Hong Kong come un caposaldo delle relazioni internazionali che non deve essere alterato.

Tuttavia dobbiamo sapere che la posta in gioco non può prevedere il passaggio della autonomia di Hong Kong a un altro tipo di sovranità, perché ciò avrebbe delle conseguenze, stante l’attuale dottrina politica delle scelte fondamentali di Pechino. Dobbiamo sapere a cosa andiamo incontro se affrontiamo certe scelte. Ho sentito, ad esempio, dei colleghi nelle scorse settimane che proponevano l’automatica attribuzione della sovranità britannica ai cittadini di Hong Kong: è come gettare benzina in un incendio che per il momento è sotto controllo.

È grave che possa anche solo essere pensato dal punto di vista della razionalità politica: poi liberi di pensarlo, però bisogna pensare alle conseguenze. Noi, in questi anni, abbiamo visto numerose situazioni di violazione dei diritti umani perché è un mondo in cui i soggetti gandhiani sono pochi purtroppo e abbiamo assistito molte volte però anche a un peggioramento delle situazioni a causa di un interventismo che è stato unilaterale, non attento alle situazioni locali, eccessivamente incentrato anche su qualche moda legata alla nostra auto-percezione e alla bolla referenziale del nostro sistema occidentale, senza capire che magari c’erano ragioni intorno al consenso di figure che non ci piacevano e in molti casi essere intervenuti ha peggiorato la situazione, l’ha peggiorata enormemente, ha creato guerre e il caos libico è uno di questi casi esemplari.

Ora la Cina non è la Libia, è un sistema di una forza diversa verso il quale dobbiamo sempre misurarci con autonomia, con indipendenza, creando le condizioni perché questo possa avvenire. Molte volte la posizione del MoVimento 5 Stelle, che è stata prudente e multilaterale, è stata confusa (malignamente mi viene da dire) da parte di diversi colleghi, da parte di certi giornalisti con una condiscendenza, una pavidità, un tremore verso la grandezza di questo grande soggetto che ha preso le redini di una parte del mondo. Io non credo che sia questo il tema.

Il tema invece è rapportarci con un grande soggetto che è una chiave. Lo dice anche l’Unione europea nei suoi documenti che, pur riconoscendo che è un partner, anzi una sorta di concorrente strategico, una figura che gioca su tavoli che possono essere potenzialmente ostili rispetto all’Europa, riconosce che comunque sui maggiori temi mondiali l’apporto della Cina, così come l’apporto degli Stati Uniti, è indispensabile e fondamentale.

Noi dobbiamo avere un rapporto da pari a pari con queste grandi entità e qui l’Europa latita perché molte volte si lamenta del potere che ha avuto la Cina, ad esempio, in Africa; però la Cina ha aumentato il suo peso in Africa anche per le latitanze e gli errori storici dell’Europa e allora agisca di più in Africa, l’Europa faccia qualcosa per il Sahel, intervenga, investa nel Sahel.

In quel modo il rapporto con la Cina potrà essere molto più lineare, più tranquillo, non sarà sovrastato. La Cina non fa solo land grabbing in Africa, costruisce la circonvallazione di Addis Abeba in quarantacinque giorni e non gliene possiamo fare una colpa. Certo che c’è un disegno imperiale dietro queste operazioni, però c’è anche la nostra assenza, c’è la nostra latitanza, il fatto che l’Europa non è più intervenuta su tanti dossier.

Ci possiamo lamentare della preponderanza tecnologica sull’intelligenza artificiale o sul 5G ma allora investiamo di più, facciamo un piano Delors, come si faceva un tempo, un piano di grandi investimenti. Su questo invece l’Europa latita tanto è vero che in questi giorni sta discutendo su un Recovery Fund che sta diventando di minuto in minuto più micragnoso. I Paesi frugali dovrebbero essere chiamati i Paesi avari: non i loro Paesi ma i loro governanti, perché vogliono perpetuare rapporti di forza in cui non giocano veramente sul peso dell’Europa.

Quindi anche una vicenda come quella di Hong Kong può essere affrontata all’interno di questo quadro. Non dobbiamo forzarla come la chiave per l’ennesima rivoluzione colorata in cui creiamo un cumulo di macerie; dobbiamo trasformarla in un’occasione per difendere i diritti umani, per preservare la funzione di una grande metropoli globale perché questo mondo è anche il mondo delle grandi metropoli globali che possono dialogare e che hanno molta libertà al loro interno. Questo deve essere preservato ma non inseriamolo all’interno di una nuova guerra di contrapposizione ideologica che vede i difetti nell’avversario e non riconosce i limiti enormi e sempre più gravi di un sistema che è in sofferenza oggi per l’economia ma anche per la tenuta delle democrazie.

Vorrei ricordare che la Francia che ha sofferto tutta la serie di manifestazioni dei gilets jaunes. È un Paese che ha pagato un prezzo legato ai limiti di questa Europa, ai limiti storici di un’Europa che non riesce a superare la fase dell’austerity ed è una vicenda che è avvenuta all’interno di una repressione durissima che poi è sparita anche dalle prime pagine.

Siamo dentro questo contesto e quindi il modo migliore per difendere la democrazia è affermarla come valore universale, affermarla nelle istituzioni proprie all’interno appunto del contesto multilaterale in cui ci muoviamo e all’interno di un discorso che guardi a una riforma anche di altre istituzioni nel mondo a partire dalle nostre, perché dobbiamo prima di tutto guardare a noi stessi.

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