La via della resaLa misteriosa politica filocinese dei due governi Conte e dell’arcipelago dell’algoritmo

Ci fosse ancora un minimo di dibattito pubblico si discuterebbero le ragioni per cui l’Italia ha scelto di trascurare le tradizionali alleanze internazionali a favore di un ruolo da vassallo di Pechino. Se non fosse subordinato ai Cinquestelle, dovrebbe farlo il Partito democratico 

Quando persino Facebook, Twitter e Telegram, non esattamente i più fulgidi esempi di difensori dei diritti umani, si schierano a favore dei cittadini di Hong Kong mentre il governo italiano no, si capisce che abbiamo ben più di un problema e il problema si chiama Giuseppe Conte.

Il problema è anche il suo partito di riferimento, i Cinquestelle. Il problema è anche il suo alleato di governo, il Partito democratico.

L’Italia di Conte, del Conte uno, si è consegnata alla Cina di Xi Jinping, con l’ausilio di Matteo Salvini e del suo sottosegretario Michele Geraci, diventando il primo paese del G7 a firmare un accordo con Pechino sulla cosiddetta Nuova Via della Seta che prevede investimenti cinesi a interessi da cravattari, altro che Mes, in cambio del controllo delle infrastrutture strategiche che gentilmente gli cediamo.

Lo stesso Di Maio che si era vantato di aver abolito la povertà con le più grottesche misure economiche mai approvate da un governo contemporaneo, talmente deliranti che per evitare il collasso post Covid, il governo Conte due ha dovuto sospenderle, aveva sbandierato l’accordo con i cinesi come uno straordinario successo italiano perché Pechino lo aveva raggirato comprandogli un paio di spremute di arance rosse siciliane.

Di Maio è la nemesi del turista cui Totò vendette la Fontana di Trevi, con la differenza che questa volta a essere circuito non è un passante ma il ministro degli Esteri. Di Maio continua a comprare qualsiasi fregnaccia gli vendano i cinesi, lui e il suo sottosegretario Manlio Di Stefano, già cantore dell’invasione russa in Ucraina e ora accomodante con l’annessione cinese del sistema legale di Hong Kong.

Per quale motivo Conte, Di Maio e tutto l’arcipelago dell’algoritmo che va da Casalino a Rousseau a Casaleggio e ai Cinquestelle siano così legati alla Cina non è mai stato spiegato se non con l’urgenza di esportare via aerea le arance rosse siciliane e, del resto, nessun giornale o talk show lo ha mai chiesto.

Di certo dietro non c’è una dottrina geopolitica, una strategia di politica estera, una nuova visione del mondo, è così e basta: l’Italia adesso sta con la Cina e, unico caso al mondo, anche con la Russia e quando serve anche con gli scagnozzi di Donald Trump che indagano sulle scie chimiche di Barack Obama.

Non si capisce se l’Italia filocinese sia il prodotto di un’attrazione fatale per i regimi autoritari, volontà di far saltare le tradizionali alleanze internazionali o banale idiozia: più presumibilmente è tutte e tre le cose, ma l’elemento che stupisce, ancora una volta, è l’accettazione supina da parte del Partito democratico di qualsiasi sconcezza propinino Conte e i Cinquestelle. 

Certo ci sono state singole dichiarazioni inappuntabili di parlamentari seri come Lia Quartapelle e altri, ma il silenzio del Partito democratico sulle prepotenze cinesi a Hong Kong è un atto di volenterosa complicità esattamente come lo è non aver ancora cancellato i decreti sicurezza, i porti chiusi e la quota cento di Salvini, Conte e Di Maio. 

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