Separazione internaDuda ha vinto ma la Polonia ha scoperto di essere divisa in due

Un tempo considerato un candidato di rottura, nel suo primo mandato il presidente in carica è stato autore di una “rivoluzione conservatrice” che ha cambiato il volto del Paese a partire da una politica che guarda molto a Est, alla parte cattolica e conservatrice. L’ultimo successo alle urne è la prova che agli avversari non basta portare al voto astenuti e indecisi: serve un candidato in grado di sottrarre voti a Diritto e Giustizia

Afp

La Polonia sceglie la linea della continuità. Andrzej Duda è stato riconfermato presidente sconfiggendo al ballottaggio il candidato dell’opposizione liberale e sindaco di Varsavia, Rafał Trzaskowski. Con il 99,98 per cento delle schede scrutinate, Duda si è aggiudicato il 51,08 per cento delle preferenze contro il 48,92 del suo concorrente. Mancano ancora i risultati del voto dall’estero, che tendenzialmente dovrebbe essere favorevole a Trzaskowski, ma non in modo tale da cambiare l’esito finale.

Andrzej Duda ottiene così il mandato per il secondo incarico a distanza di cinque anni dalle presidenziali del maggio 2015, in cui sconfisse l’allora presidente Bronisław Komorowski, appoggiato da Piattaforma Civica (Po), lo stesso partito di Trzaskowski. All’epoca Duda era considerato un politico di rottura, capace di attrarre i voti di quell’elettorato stanco dei liberali. La sua vittoria anticipò di qualche mese il trionfo di Diritto e Giustizia (PiS), il partito populista oggi al potere, alle parlamentari. Duda è un suo esponente, anche se non ha tessera: per prassi i presidenti polacchi non fanno più, almeno formalmente, vita di partito.

In questi anni Duda ha firmato numerose leggi che nel bene e nel male hanno cambiato il volto del Paese, dando concretezza a quella «rivoluzione conservatrice» annunciata dal leader ed eminenza grigia di Diritto e Giustizia, Jarosław Kacyzński nel 2015.

Tra le più importanti misure approvate dal PiS figurano la legge sui sussidi familiari, che assegnano alle famiglie 500 zloty (circa 110 euro) per ogni figlio; quella della riduzione dell’età pensionabile da 67 a 65 anni per gli uomini e a 60 anni per le donne; quella sulla riforma della giustizia che ha scatenato lo scontro con l’Unione europea sullo stato di diritto.

Uno dopo l’altro, il PiS ha letteralmente occupato gli organi del sistema giudiziario. Ha iniziato con il Tribunale costituzionale, proseguito con il Consiglio nazionale giudiziario (equivalente al nostro Csm) e terminato il processo di cattura della magistratura prendendosi anche la Corte Suprema, il massimo organo del terzo potere. In questo modo è stato toccato in maniera sensibile il sistema di pesi e contrappesi che regolavano la democrazia polacca. Anche il Tribunale costituzionale aveva subito l’assalto, riuscito, del PiS.

La rielezione di Duda garantisce a Diritto e Giustizia la possibilità di proseguire senza particolari intoppi il percorso di cambiamento. Il presidente della repubblica ha infatti potere di veto sulle leggi proposte dal Parlamento, e avere un capo dello stato “organico” è sicuramente un grande aiuto.

Il secondo mandato di Duda dovrebbe dunque mantenersi sulla falsariga del primo. Come anticipato dal ministro della Giustizia Zbigniew Ziobro qualche giorno fa, una delle priorità dovrebbe essere quella delle riforma dei tribunali locali, che chiuderebbe il cerchio della riforma della giustizia.

In questi giorni si è parlato inoltre di “ripolonizzazione” dei mass media. La maggior parte delle tv e dei giornali privati sono in mano a capitale straniero, principalmente tedesco, svizzero e americano, e questo è visto come una spina nel fianco da parte del partito di Kanczyński, bisognoso di una narrazione più “nazionale”. La tv pubblica, che durante queste elezioni ha portato duri attacchi quotidiani a Trzaskowski, ha bisogno di nuove e ulteriori sponde.

Il sindaco di Varsavia Rafał Trzaskowski ha riconosciuto la sconfitta, dopo aver assaporato la possibilità di portare a termine un’impresa ritenuta impossibile fino a due mesi fa. I primi exit poll, arrivati subito dopo la chiusura delle urne, lo davano a pochi decimali di scarto da Duda. Per un po’ i liberali hanno sperato.

La grande prova di Trzaskowski, capace di rivitalizzare una Piattaforma civica tramortita dalle ultime batoste elettorali, pone la questione della leadership liberale al centro della discussione. Non è detto che Trzaskowski voglia assumersi tale impegno, e all’interno del partito molti esponenti della vecchia guardia avevano persino storto il naso quando era stata avanzata la sua candidatura. Il sindaco di Varsavia ha un curriculum diverso dal tipico politico polacco che ambisce alle alte cariche. Ha esperienza internazionale, essendo stato parlamentare europeo. Parla cinque lingue, è dinamico. Molto poco provinciale, forse troppo poco.

Chiunque sarà chiamato a guidare il partito nei prossimi anni, dovrà fare i conti con un dato di fatto: per vincere non basta mobilitare gli astenuti o gli indecisi del proprio bacino elettorale, bisogna anche sottrarre voti a Diritto e Giustizia. Nonostante l’affluenza all’ultima tornata elettorale sia stata una delle più alte nella storia della Polonia democratica, al 67,07 per cento, e benché il risultato di Trzaskowski sia stato ragguardevole – vicino ai 10 milioni di voti – Duda è stato capace di fare meglio. Rispetto al 2015 i suoi elettori sono stati 1.780.000 in più.

La mappa del voto consegna ancora una volta l’immagine di un Paese spaccato a metà. In primis emerge una separazione geografica evidente tra la parte orientale del Paese, a trazione cattolica e conservatrice, e quella occidentale, più liberale e progressista, maggiormente esposta agli investimenti occidentali e ormai abituata a un rapporto aperto e stretto con la Germania. Trzaskowski si è aggiudicato la maggioranza dei voti in dieci regioni su sedici, ma a fare la differenza è stata la vittoria schiacciante di Duda a est. Si è riproposta inoltre la divisione netta tra i centri urbani e la campagna. Da un’analisi del voto fatta da Ipsos risulta che il presidente uscente abbia ottenuto nelle zone rurali il 63,2 per cento contro il 36,8 di Trzaskowski, che invece è risultato il più eletto nelle città, anche nella Cracovia di Duda.

Una delle ragioni della sconfitta dei liberali alle elezioni del 2015 fu lo scollamento tra le città dell’ovest, sempre più sviluppate, e l’est, dove in alcune zone si registrava ancora un tasso di disoccupazione a due cifre. Con il passare del tempo Piattaforma civica è stata sempre più identificata con l’élite cittadina e borghese, laddove Diritto e Giustizia viene considerato portatore di giustizia sociale – tramite le iniziative di welfare – e difensore dei valori tradizionali.

Uno dei punti più aspri della campagna elettorale ha visto Andrzej Duda attaccare pubblicamente la comunità Lgbt+, una sorta di chiamata alle armi per l’elettorato cattolico delle campagne, da contrapporre al suo avversario Trzaskowski, che in passato si era fatto più volte interprete di messaggi di inclusione. Il dualismo tra le due anime del Paese ha quindi assunto l’aspetto di una separazione sempre più ideologica. La ripresa del dialogo tra le due parti sembra essere un tema che non può più aspettare.

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