C’era una volta in ItaliaPerché Ennio Morricone era il più grande di tutti

Fu celebre per le sue colonne sonore, ma c’è la sua mano anche in celebri canzoni pop italiane. Serio, metodico, moderato, di successo. Un maestro atipico che ha superato tutti creando bellezza

PAUL BERGEN / ANP / AFP

C’era il compositore di colonne sonore. Ma anche quello di musica sinfonica. L’autore di canzoni e canzonette (“Se telefonando”, per esempio ma anche “Sapore di sale”). L’artista che riempiva, anche in tarda età, gli stadi in tutta Europa.

Il due volte premio Oscar, uno per la carriera nel 2007 e uno, più recente, per la colonna sonora di “The Hateful Eight”, di Quentin Tarantino. L’appassionato di scacchi. Il ragazzo che si avvicina alla musica suonando la tromba al conservatorio di Santa Cecilia, a Roma.

Un giovane che, nato nel 1928, si guadagnava da vivere intrattenendo i tedeschi mentre occupavano la capitale. Lo stesso giovane che, dopo qualche mese, intratteneva gli americani, pagato in viveri e sigarette («Ma non fumavo: le rivendevo e tornavo a casa con i soldi»).

Ennio Morricone, morto a Roma il 6 luglio 2020, all’età di 91 anni in seguito alle complicazioni di una caduta, è stato tutto questo.

E anche altro: autore di oltre 500 musiche per filme e serie tv, di cui 60 vincitori di premi, si è aggiudicato tre Grammy, tre Golden Globe, sei Bbafta, 10 David di Donatello, 11 Nastri d’Argento, 2 European film Award, un Leone d’Oro, un Polar Music Prize.

«Per guadagnare, iniziai i primi arrangiamenti alla radio» raccontò. Da lì viene contattato dal regista Luciano Salce, che gli propone di fare le musiche per “Il federale”, film del 1961. Comincia così la sua carriera, che lo porterà a collaborare con tutti i maggiori registi del mondo.

A partire da Sergio Leone, con il quale, ricordava, «eravamo compagni di classe in terza elementare». Per lui fa le musiche della trilogia del dollaro, che lo rendono subito celebre negli Stati Uniti – indimenticabile il duello finale tra Clint e Volonté, con in sottofondo una ninna nanna «che avevo scritto per un’altra occasione». Nonostante le collaborazioni, non andrà mai a vivere a Hollywood. «Amo Roma e la Roma», rispondeva.

Ripercorrere le sue musiche significa sfogliare un’antologia del cinema del ’900. Ha lavorato con Ettore Scola, Marco Bellocchio, Carlo Lizzani, Pier Paolo Pasolini, Gillo Pontecorvo, Elio Petri, Sergio Corbucci, Sergio Sollima, Don Siegel, Liliana Cavani, ma anche Roland Joffé, Roman Polanski, Giuseppe Tornatore, Pedro Almodovar, Franco Zeffirelli, Dario Argento, Brian De Palma, Quentin Tarantino, Terrence Malick. Più o meno tutti, più volte con tantissimi.

«A fare musiche per il cinema ho sempre sofferto molto. Devi scrivere melodie che vanno bene a me, al film, al pubblico, al regista, al produttore. È un esercizio di una difficoltà tremenda. Le mie opere devono mantenere la dignità», aveva spiegato in una intervista a El País. Ci è riuscito.

Alcune, celebri, hanno superato il limite del film e sono diventate successi a se stanti. Ha dato lustro a uno strumento come l’oboe in “Mission”, film del 1986, con una melodia che torna a eseguire in ogni concerto antologico, «altrimenti la gente sta male», diceva.

Lo stesso vale per “Indagine su cittadino al di sopra di ogni sospetto”, del 1970, con cui dimostra che «la qualità della musica non dipende solo dalla scrittura, ma anche dalla scelta degli strumenti. In questo caso la melodia è eseguita da un mandolino e un pianoforte scordato». E lo stesso discorso si può applicare a “Nuovo Cinema Paradiso”, con le sue evoluzioni gioiose e trasognate.

Uomo metodico, serio, mattiniero e dai ritmi regolari. Attento a non lasciarsi coinvolgere dalla politica, riceve riconoscimenti, titoli, premi, ma resta con i piedi per terra.

Anche alla lettera: «Evito sempre di prendere l’aereo, se possibile», aveva dichiarato. Anche per questo non compare mai sul set durante le riprese. Le uniche eccezioni avvennero per “C’era una volta il West”, “C’era una volta in America”, e per “La leggenda del pianista sull’oceano”. Solo tre. Per il resto ha sempre vissuto a Roma, in una casa di fronte al Campidoglio in cui può correre nei corridoi al mattino.

Con i piedi per terra rimane, nonostante i successi e le lodi, anche per quanto riguarda il suo mestiere: nel 2016, in occasione del terzo Golden Globe, il regista Quentin Tarantino, ritirando il premio al suo posto lo copre di elogi: «È il mio compositore preferito, e non intendo quel ghetto che è la musica per il cinema. Parlo di Mozart, Beethoven e Schubert».

Lui si schermì: «Mi fa piacere, ma non siamo noi a doverci collocare. Sarà la storia a decidere. Perché arrivi il tempo giusto ci vogliono secoli». E lui, che di tempo giusto, ritmi e idee era un esperto, sapeva di cosa stesse parlando.

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