Racconto epicoDa Jordan a Totti, ecco come lo sport in tv è cambiato per sempre

Il successo di The Last Dance su Netflix ha dato il via a una nuova era di produzioni su atleti e squadre: successi, sconfitte, gioie e fragilità di campioni che possiamo a conoscere a fondo anche fuori dal campo. Come la dramedy sul Capitano della Roma che uscirà nel 2021 su Sky

NBA Photos / NBAE / Getty Images / Getty Images via AFP

Sei episodi di una serie televisiva non possono racchiudere la carriera di un campione longevo e complesso come Francesco Totti. Ma forse possono aiutare a ricordare le ultime due stagioni, quelle che lentamente conducono all’addio al calcio di una delle ultime bandiere della Serie A. “Speravo de morì prima” è il titolo provvisorio della serie sul numero 10 della Roma che Sky ha annunciato per il 2021: ripercorre il biennio 2015-2017, in un dramedy che racconta il capitano giallorosso dentro e fuori dal campo.

La nuova serie di Sky si inserisce nel solco già tracciato da altri prodotti televisivi dello stesso genere: il mondo dello sport e chi lo racconta. Sta esplorando nuovi territori per costruire narrazioni nuove, approfondite, con contenuti qualitativamente migliori da un punto di vista giornalistico, con storie esaminate a fondo, dettagli che non entrano nella cronaca quotidiana. Ma anche dal punto di vista cinematografico, quindi con investimenti maggiori, tempi più lunghi, lavorazioni più articolate.

Lo spiega a Linkiesta Federico Ferri, direttore di Sky Sport: «La narrazione sportiva sulla storia, o comunque distaccata dagli eventi quotidiani, è in enorme crescita. Sono prodotti molto diversi dai live o dalle news, ma sono sempre più gettonati dal grande pubblico».

Il successo delle serie tv sportive è emerso pienamente durante i giorni di lockdown, con l’arrivo di “The Last Dance”, la docuserie Netflix sull’ultima stagione vincente dei Chicago Bulls di Michael Jordan. Avrà influito anche l’assenza di sport live, ma in poco tempo il documentario si è imposto nel catalogo di Netflix Italia come la serie più vista di sempre. Merito dell’epica di una storia praticamente irripetibile: la sensazione di essere davvero all’ultimo ballo, conflitti interni tra squadra e dirigenti, le fragilità di campioni consegnati alla storia come semidei.

«Quella docuserie ha accelerato un percorso di crescita già intrapreso, ha spostato il livello di interesse per queste narrazioni ancora più in alto. È un elemento di rottura che afferma la forza del racconto sportivo, l’unico che può mettere insieme elementi di campo, storie di uomini e donne, aspetti psicologici e tutto il reso», dice ancora Ferri.

La serie di Sky su Francesco Totti si distacca da queste altre: non rientra nel genere documentaristico, è una fiction con attori e comparse. Un po’ come “Apache”, la serie sulla vita di Carlos Tevez in cui il calcio è solamente sullo sfondo. Ma questa, come “Speravo de morì prima”, ha diversi tratti in comune con documentari – non solo “The Last Dance”, ma anche “All or Nothing: Manchester City”, “Diego Maradona” di Asif Kapadia, o “First Team: Juventus”.

«La serie dedicata a Francesco Totti – dice Mario Gianani, Ceo di Wildside, una delle case di produzione dietro il progetto di Sky – è un momento della storia dello sport, ma non solo. Raccontare, attraverso la serialità, la vita di personaggi che hanno fatto la storia dello sport è una sfida che sta diventando sempre più diffusa. Una narrazione che avvicina emotivamente il pubblico andando oltre il racconto delle gesta sportive».

Sono contenuti che attraggono un pubblico vasto, non solo quello degli appassionati sportivi, con un racconto che non ha necessariamente l’epica positiva da branded content di un club o di un atleta. Si prenda l’esempio di “Sunderland ‘till I die”: le telecamere entrano nello spogliatoio dei Black Cats e finiscono per inquadrare un dramma sportivo che a fine stagione vede la squadra retrocedere.

L’importante è che il prodotto finale arrivi a emozionare lo spettatore muovendo i fili dell’epica sportiva, in pieno stile americano. Sull’altra sponda dell’Atlantico sono maestri nello sfruttare a pieno lo sport per creare storie. È di Jorge Luis Borges la frase che probabilmente spiega meglio di ogni altra la genesi di quest’arte: «Gli americani non hanno un’epica storica, o quella che hanno è particolarmente tragica. Quindi sostituiscono questa carenza con le narrazioni della loro contemporaneità, con il cinema e con lo sport».

E dopo il grande successo di “The Last Dance”, Espn ha annunciato un’altra docuserie per il 2021: “Man in the Arena”, nove episodi sulla star del football americano Tom Brady, uno dei migliori quarterback della storia del gioco.

«Rispetto alle produzioni americane in Italia siamo ancora indietro. Lì c’è un’epica sportiva codificata, sia nella cinematografia sia nella documentaristica. Noi stiamo ancora crescendo e si investe sempre di più in questi format. Però c’è un rischio: non si deve andare dietro alla moda tanto per fare, perché il racconto funziona quando c’è qualità, se lo si fa per una corsa alla produzione si rischia di sminuire le storie».

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