Sotto l’ombrello di PechinoHong Kong non è più una città libera, il governo Conte si gira dall’altra parte

Da mercoledì 1 luglio la giustizia dell’ex colonia britannica è allineata a quella cinese: la legge sulla sicurezza nazionale è stata pensata per tenere sotto controllo una città che nel corso della sua storia ha sempre prodotto pensiero critico

Isaac LAWRENCE / AFP

Nella mattina di ieri, mercoledì 1 luglio, sette milioni e mezzo di hongkonghesi – che si erano addormentati in una città dove i tribunali sono indipendenti e le libertà di parola, associazione e manifestazione del pensiero vengono riconosciute dalla costituzione – si sono risvegliati in un luogo che in apparenza era sempre lo stesso, ma dove adesso ognuno di loro rischia di finire in carcere per aver espresso un’opinione.

Nel giro di una notte la Legge sulla Sicurezza Nazionale promulgata da Pechino ha allineato gli standard di Hong Kong alla giustizia cinese, e per la megalopoli stretta tra il delta del Fiume delle Perle e il Mar Cinese Meridionale niente potrà più essere come prima.

La norma che la Cina ha fatto calare come una ghigliottina dopo un anno di proteste, marce, scontri e incidenti ha l’obiettivo di individuare e punire ogni attività di «secessione, sovversione, terrorismo e complicità con potenze straniere», ma basta leggere con attenzione i sessantaquattro articoli di cui è composta per rendersi conto che si tratta di molto di più: la Legge sulla Sicurezza Nazionale è stata pensata e scritta per imporre un completo cambio di paradigma a una città che nel corso della sua storia complicata e terribile ha sempre prodotto pensiero critico.

Non si tratta solo della vaghezza con cui vengono descritte le quattro fattispecie, per quanto in teoria – come avverte la vicepresidentessa dell’Ordine degli Avvocati di Hong Kong Anita Yip Hau-ki – la norma può condannare a dieci anni di prigione anche chi manifesta pacificamente, per esempio formando una catena umana intorno a un palazzo del governo.

La cariche di dinamite nascoste all’interno della norma per abbattere il sistema giudiziario hongkonghese, come se fosse uno dei vecchi palazzi da demolire che ancora si trovano in città, sono piazzate tra vari articoli, che di fatto destituiscono i tribunali di Hong Kong e ne trasferiscono le funzioni a giudici speciali o a commissioni che non devono rendere conto a nessuno del loro operato.

Prendiamo l’articolo 40: la giurisdizione è effettivamente competenza dei tribunali hongkonghesi, ma può essere loro sottratta dall’Ufficio per la Salvaguardia della Sicurezza Nazionale, un organo completamente nuovo che però è formato da funzionari provenienti da Pechino.

Anche se il caso rimanesse al tribunale di Hong Kong, i processi si possono svolgere a porte chiuse per ragioni di «ordine pubblico, protezione del segreto di Stato e altre circostanze», e i giudici non sarebbero comunque dei magistrati ordinari, ma giudici speciali che si occupano esclusivamente di casi di «sicurezza nazionale», rimangono in carica un anno e vengono scelti direttamente dal Chief Executive, ossia dal capo del governo.

Ma sono l’articolo 48 e seguenti, quelli che istituiscono il già menzionato Ufficio per la Salvaguardia della Sicurezza Nazionale, a mandare definitivamente in cortocircuito il sistema: «Il personale di questo ufficio – si legge nero su bianco nella norma – non è soggetto alle leggi di Hong Kong, e ogni agente nel corso delle sue funzioni, i veicoli che guida e la sua abitazione, non possono essere sottoposti a perquisizione o fermo».

Le persone che possono decidere di spedire un imputato davanti a un tribunale cinese – dove non è garantita la terzietà del giudice, le testimonianze dei teste dell’accusa possono limitarsi a verbali scritti, e in alcuni casi i magistrati devono ascoltare il parere vincolante di una commissione segreta nominata dal Partito comunista cinese – sono, in altri termini, intoccabili per la legge di Hong Kong.

Dopo aver fatto a pezzi alcune colonne del diritto, non resta che esaminare un altro articolo, il 38, che potrebbe avere enormi ripercussioni a livello internazionale: «La legge si può applicare ad atti commessi fuori dalla Regione Amministrativa Speciale di Hong Kong da soggetti non residenti a Hong Kong», una riga che di fatto sta affermando il diritto a esercitare una giurisdizione extraterritoriale su chiunque offenda le autorità di Hong Kong e il Partito comunista cinese, qualcosa che neanche le stesse leggi cinesi prevedono.

Insomma, secondo Donald Clarke, docente di diritto cinese alla George Washington University Law School, chiunque abbia scritto un editoriale critico verso il Pcc su un giornale straniero, dal primo luglio 2020 potrebbe seriamente riconsiderare l’idea di visitare Hong Kong.

È sensato ipotizzare che la legge innescherà una diaspora hongkonghese nel mondo, e il Regno Unito – che continua a osservare la sua ex colonia – ha già detto che a quasi tre milioni di cittadini di Hong Kong sarà concessa una corsia preferenziale per la cittadinanza britannica, una mossa che in tempi di Brexit garantirà a Londra un’emigrazione superqualificata.

E l’Italia? Al momento né Palazzo Chigi né la Farnesina hanno fatto sentire la propria voce, lasciando il monopolio del discorso su Hong Kong a due forze politiche come la Lega e Fratelli d’Italia, che portano avanti già da tempo posizioni sinofobe, ma a certi atteggiamenti muscolari di Xi Jinping sono molto più vicine di quanto non vorrebbero ammettere.

Nell’ipotesi in cui un cittadino hongkonghese incriminato dalla Legge sulla Sicurezza Nazionale si trovasse in territorio italiano, cosa farebbero Giuseppe Conte e Luigi Di Maio, tra 5G, Nuova Via della Seta e contratti commerciali con Pechino? Protezione o estradizione?

Dal primo luglio 2020 Hong Kong è diventata un punto di separazione molto netto tra autoritarismo e democrazia: non resta che scegliere da che parte stare.

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