Gli amici di PechinoIl silenzio del governo Conte su Hong Kong è indecente (e non piace agli Stati Uniti)

Dopo le leggi liberticide emesse dalla Cina, tra Di Maio e Zingaretti prevale una posizione fin troppo cauta, lontanissima dalle condanne doverose espresse da altri Paesi. Ma attenzione perché il desiderio di tenersi buoni i cinesi può irritare Washington

Elia Bianchi / POOL / AFP

Continua, scandalosamente, il silenzio di Luigi di Maio. A una settimana dalla fine delle libertà civili e politiche a Hong Kong imposta da Pechino il ministro degli Esteri non ha emesso ancora una sola parola di condanna, tanto che dall’ambasciata americana di Roma sono partiti, diretti a Washington, dispacci tutt’altro che benevoli.

Dispacci che hanno preoccupato (non poco) alcuni dirigenti del Pd: sanno quanto peserebbe su un governo italiano già instabile di suo la decisione dell’amministrazione Trump di favorire la crisi di un esecutivo considerato amico della Cina, nemico principale di Trump in una campagna elettorale accesissima.

Queste preoccupazioni, poi, sono aumentate dopo l’unica presa di posizione al riguardo fatta da un esponente governativo dei Cinquestelle, il sottosegretario agli Esteri Manlio di Stefano, il quale sul punto ha affermato durante una trasmissione televisiva il primo luglio: «C’è un principio di autodeterminazione che va tutelato».

È la ripetizione di quanto dichiarato da Di Maio a Shangai nel novembre del 2019, a proposito della gravissima repressione dei manifestanti che invocavano democrazia ad Hong Kong: «Non vogliamo interferire nelle questioni altrui». Concetto identico a quello espresso nel maggio scorso da Vito Petrocelli, presidente della Commissione Esteri al Senato: «Fermi restando l’obbligo assoluto e universale di rispettare i diritti umani e civili ad Hong Kong come a Minneapolis, e la ferma condanna di qualsiasi forma di violenta protesta, ogni Paese sovrano ha il diritto e il dovere di garantire l’ordine pubblico e la stabilità sociale ed economica sul suo territorio».

Va notato, ad aggravare il quadro, che dopo la riunione di fine maggio dei ministri degli Esteri della Ue che ha condannato duramente la repressione cinese ad Hong Kong, la Farnesina ha emesso un comunicato di diverso tenore: «Sono state confermate da parte dell’Italia le serie preoccupazioni per gli effetti della scelte della Cina. La posizione italiana è che occorre preservare la stabilità, la prosperità, l’autonomia e il sistema di libertà e diritti fondamentali di Hong Kong. Per questo oggi Di Maio ha condiviso con i partner europei il forte rammarico per la situazione attuale».

Dunque, un Di Maio double face, bifronte e camaleonte: quando si confronta con i paesi europei si adegua e fa emettere dagli uffici caute prese di distanza dalla Cina.

Ma quando dovrebbe parlare in prima persona, mentre monta l’indignazione delle cancellerie mondiali e della stessa Unione Europea contro la Cina, tace. Un silenzio complice della Cina.

Al contrario, la senatrice Valeria Fedeli e la sottosegretaria agli Esteri Marina Sereni del Partito democratico hanno fatto dichiarazioni ineccepibili contro la decisione liberticida della Cina ad Hong Kong.

Ma non Zingaretti, che evidentemente non ritiene opportuno disturbare Luigi Di Maio sul tema. E anche questo è stato notato nei dispacci dell’ambasciata USA a Washington.

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