Quelli che si credevano furbi Il gran circo dei leader negazionisti (che poi si sono presi il Covid)

Dal premier della Bielorussia Aleksandr Lukashenko al leader del Burundi Pierre Nkurunziza, passando per Jair Bolsonaro, Boris Johnson e Donald Trump, la mania di minimizzare e ridicolizzare la pandemia ha giocato qualche brutto scherzo ai capi di Stato. Che in molti casi sono stati messi all’angolo, anche se rimangono convinti delle loro teorie

Alan SANTOS / BRAZILIAN PRESIDENCY / AFP

E adesso anche Aleksandr Lukashenko è risultato positivo al Covid 19. Presidente della Bielorussia dal 1994 in un quadro di autoritarismo e brogli elettorali, Lukashenko o Lukashenka – a seconda se il nome venga scritto alla russa o alla bielorussa – si era guadagnato un soprannome di «ultimo dittatore d’Europa».

Ormai è superato: non tanto per aver allentato lui le maglie, ma perché intorno a lui altri governi hanno iniziato a emulare il suo esempio. Non potendo dunque più distinguersi in quello, arrivato il Coronavirus Lukashenko ha voluto allora farsi notare in qualità di primo negazionista d’Europa. L’unico governante del Continente che ad esempio ha imposto ai campionati di continuare come se nulla fosse. Una scelta su cui ha un certo punto hanno insistito solo altri tre Paesi al mondo, alla media di uno per continente: Bielorussia appunto in Europa, Nicaragua nelle Americhe, Tagikistan in Asia e Burundi in Africa.

Secondo lui, a evitare il contagio basterebbero «vodka, sauna, hockey e molto lavoro». «Il panico può colpire più forte del virus stesso», è stata un’altra sua battuta. Dopo aver definito le quarantene «una psicosi» ha pure risposto in malo modo al Fmi che gli offriva 940 milioni per affrontare l’emergenza, purché adottasse anche lui il lockdown. «Non siamo mica burattini come gli italiani», aveva commentato. Affermazione che aveva mandato in estasi un po’ di sovranisti nostrani.

Pur ammalandosi, ha però continuato a fare lo spaccone. Citando l’agenzia di stampa bielorussa BelTa il sito Gazeta.ru ha raccontato della visita a un reparto militare e di scuse per la voce alterata. «La cosa più sorprendente è che oggi incontrate una persona che ha superato il coronavirus restando in piedi. Ieri i medici sono arrivati a questa conclusione. Senza sintomi».

Il caso Lukashenko ricorda quello di Jair Bolsonaro. Anche il presidente brasiliano se l’era presa con gli italiani, pur essendo lui stesso di origini venete. «Muoiono gli italiani che sono vecchi», aveva detto. E anche lui aveva minimizzato a tutto spiano: «non c’è motivo di panico»; «il coronavirus sta venendo sopravvalutato»; «non è quella cosa che i grandi media strombazzano»; «in passato abbiamo avuto problemi più gravi»; «il peggio è già passato».

Per Lukaschenko, «è bello guardare in televisione le persone che lavorano con i trattori, senza che nessuno parli del virus. Qui, il trattore guarirà tutti. I campi guariranno tutti». Per Bolsonaro «i brasiliani possono sguazzare nelle fogne e non si ammalano». «Il rischio è quasi zero, il problema è per chi ha più di 60 anni». Lui in realtà ne ha fatti 65, ma «con la mia storia di atleta per me sarebbe come una febbricciuola o un raffreddorino», aveva avvertito. Appunto: alla Lukashenko. Anche lui poi è risultato positivo: per tre test di fila, tornando poi negativo al quarto.

Ha detto di dovere la sua guarigione alla idrossiclorochina: rimedio la cui efficacia contro il Covid è valutata poco dalla comunità scientifica e molto invece dagli ambienti sovranisti. E a qualcuno è venuto il dubbio che abbia finto di essersi ammalato appunto per poter dimostrare che effettivamente la temuta pandemia non è che un male da poco, che non obbliga neanche a mettersi a letto. L’approccio è un po’ quello per cui Nicola Porro dopo essere guarito da un contagio preso in forma lieve ha spiegato alla Lukashenko che il male peggiore «è il panico», ed ha poi preso parte al convegno del Senato tacciato di negazionismo.

La differenza tra Minsk e Brasilia è che mentre Lukashenko opera in un quadro pesantemente autoritario il Brasile è un sistema politico articolato e pieno di pesi e contrappesi, malgrado le tentazione spicce del presidente. Sindaci e governatori hanno dunque disposto il lockdown lo stesso fregandosene del negazionismo di Bolsonaro, i suoi stessi ministri lo hanno messo in minoranza pure se alcuni di loro sono stati poi sostituiti, e il presidente ha dovuto infine mettere la maschera su ordine di un giudice. Il risultato però è stato un caos, che ha fatto forse più danni del negazionismo diretto.

In Brasile i contagiati sono così a quota 11.783 su ogni milione di residenti e in Bielorussia a 7129 contro i 4077 dell’Italia, anche se come vittime per milione noi stiamo a 581 contro le 417 del Brasile e le 57 della Bielorussia. In Brasile si sono ammalati anche l’uno dopo l’altro ben quattro ministri: quelli della Sicurezza Istituzionale Augusto Heleno, Miniere ed Energia Bento Albuquerque, Comunicazione della Presidenza Fabio Wajngarten e Cittadinanza Onyx Lorenzoni. Un gruppo di medici e infermiere ha ora denunciato Bolsonaro alla Corte Penale Internazionale.

Con gli italiani se l’era anche presa non direttamente Boris Johnson, ma il suo consulente Neil Ferguson: l’epidemiologo dell’Imperial College di Londra che dopo aver infine convinto il primo ministro a adottare il lockdown è stato costretto alle dimissioni per essersi fatto cogliere a violarlo, recandosi dalla propria amante. «Ci stavamo preoccupando della Cina e di altri Paesi asiatici mentre ora è chiaro che centinaia se non migliaia di persone infette stavano entrando nel Regno Unito dalla Spagna, e in una certa misura dall’Italia, tra fine febbraio e inizio marzo, prima che un sistema di sorveglianza fosse in piedi», ha detto alla Camera dei Lord.

Il fatto però è che Johnson aveva in un primo momento deciso di puntare sulla «immunità di gregge», ed aveva anche lanciato ai suoi concittadini un avvertimento sinistro: «preparatevi a perdere i vostri cari». Feroce nemesi, il consiglio ha finito per interessare la sua compagna incinta, nel momento in cui è finito in terapia intensiva. «Il momento brutto è arrivato quando le probabilità erano 50-50 se mettermi un tubo nella trachea», ha raccontato dopo che il peggio era passato. «Mi hanno dato una maschera per il viso e ho ricevuto litri e litri di ossigeno.

È stato un momento difficile, non lo nego». In questo momento il Regno Unito è il terzo Paese al mondo sia per numero di vittime che per loro proporzione sulla popolazione: 676 per ogni milione di abitanti. Per via del Covid di Brexit si parla ormai poco, ma può venire il dubbio se la strategia di Johnson per diventare una «Singapore oltremanica» non finiranno per avere lo stesso successo della «immunità di gregge».

Al terzetto di capi di Stato e di governo negazionisti che si sono ammalati si potrebbe forse aggiungere il presidente del Burundi Pierre Nkurunziza, che appunto aveva a sua volta imposto di continuare i campionati, e secondo un cui aforisma «il Covid è trasmesso dall’aria e Dio ha ripulito dal Cornavirus i cieli del Burundi». Il 15 maggio ha espulso i rappresentanti della Oms, accusandoli di «manipolazione». L’8 giugno ci ha rimesso le penne lui. Ufficialmente, per infarto. Ma tra i locali circola insistente la vice che a farlo secco sia stato proprio il Covid.

Nella lista dello sciocchezzaio sul Covid meritano poi di essere inseriti in pieno anche il presidente del Messico Andrés Manuel López Obrador e il nicaraguense Daniel Ortega: importanti per chiarire che si può essere negazionisti anche stando a sinistra, e non solo a destra. Amlo, come lo chiamano i messicani dalle iniziali apposta per tagliar corto con i suoi quattro nomi, ha detto in particolare che il Covid si cura «con l’onestà e con la Vergine di Guadalupe».

Il leader sandinista è stato un altro dei quattro governanti che ha imposto di continuare i campionati. A loro, per ora, non sembra essere successo ancora niente, anche se il modo in cui Ortega quasi non appare in pubblico induce in gravi sospetti. Il Messico però sta quasi per sorpassare il Regno Unito al terzo posto dei Paesi con più vittime, e in Nicaragua la nomenklatura locale è stata colpita da una serie di decessi che il governo vieta di attribuire al Covid, ma le cui ragioni sembrano inequivocabili.

Trump è nipote di un uomo che era morto al tempo della Spagnola dopo aver stipulato una assicurazione sulla vita il cui incasso fu reinvestito in immobili, e fu all’origine della fortuna familiare. Forse per questo a lui le pandemie non mettono troppa paura, ma anche lui come Bolsonaro ha dovuto confrontare il suo istinto negazionista con un sistema istituzionale articolato che gli ha impedito di portarlo fino alle estreme conseguenze. Anche lui ha dovuto infine rassegnarsi a mettere la mascherina. Anche negli Stati Uniti il risultato è stato un caos che ha favorito il primo posto sia nella classifica degli infettati che in quella delle vittime. «America First» aveva promesso Trump: ma non ovviamente in questo senso.

Lui, se non altro, per ora è rimasto incolume. Però è appena risultato positivo il suo consigliere Robert O’Brien. «Ha sintomi lievi, si è auto-isolato e continua a lavorare fuori dal suo ufficio», ha affermato la Casa Bianca in una nota. 54enne, dopo avere sostituito John Bolton all’inizio di questo mese O’Brien aveva viaggiato in Europa, e a Parigi aveva incontrato i rappresentanti dei governi di Regno Unito, Francia, Germania e Italia. «Non vi è alcun rischio di esposizione per il Presidente o il Vice Presidente. Il lavoro del Consiglio di sicurezza nazionale continua ininterrottamente», ha aggiunto la Casa Bianca. Ma O’Brien è tra i membri di più alto rango nell’orbita di Trump a cui è stato diagnosticato il virus. Insomma, il contagio si sta avvicinando.

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