Matthias NawratL’Europa è la Ford Escort dorata di mio padre, trovata appena attraversato il confine

Intervista al vincitore del premio per la letteratura dell’Unione europea 2020, nato in Polonia ed emigrato in Germania Ovest a dieci anni con la famiglia. «Le narrazioni nazionali sono i canali di scolo della nostra mente in cui è facile cadere, la letteratura li scala al contrario e osserva il paesaggio».

Sebastian Hänel

Ogni lunedì Europea vi porta alla scoperta dei più originali scrittori di successo in Europa, ma poco conosciuti in Italia.

Il narratore di “Der traurige Gast” (L’ospite triste) è uno scrittore, ha già pubblicato tre libri e viene dalla Polonia. Proprio come l’autore, Matthias Nawrat, ma questo romanzo non è autobiografico, è anzi una finestra sulle vite, le esperienze, le storie, le persone di Berlino. Il narratore cammina e ascolta, si fa raccontare le loro vite dai personaggi che incontra, esce a tal punto da sé che di lui sappiamo pochissimo. 

Matthias Nawrat, nato nel 1979 a Opole, in Polonia, e trasferitosi in Germania a dieci anni con la famiglia, con “Der traurige Gast” (Rowohlt), il suo terzo romanzo, ha vinto il premio per la letteratura dell’Unione europea 2020. In Italia l’anno scorso è stato tradotto il suo primo romanzo, “imprenditori” (L’Orma editore, traduzione di Marco Federici Solari), una “favola famigliare” su un padre che decide di mettersi in proprio e crescere i figli come quadri di un’azienda, educandoli alla più rigida disciplina imprenditoriale, con esiti surreali.

 

 

«Con “Der traurige Gast” ho voluto scrivere un libro sull’empatia: il narratore non può fare a meno di rivolgersi alle persone che incontra e farsi raccontare le loro storie», spiega Nawrat. «Mi sono chiesto: cosa dovrei dire del narratore e in che modo? Come posso superare la centralità dell’ego del narratore? Una narrazione di solito inizia da un ego con una certa storia, determinati privilegi, il suo punto di vista sulla realtà. In questo caso invece ho messo in campo un narratore in prima persona che vuole allontanarsi da se stesso, dalla sua storia e dalla sua identità e per questo cerca di entrare in empatia con altre persone le cui vite però finiscono per non lasciarlo andare».

Tutto parte con un bigliettino trovato in un ristorante nel quartiere di Kreuzberg, dove si incontra la comunità polacca berlinese: “Dorota Kamszer – Architetto. Chiamaci!”, dice il biglietto. È proprio quello che farà il narratore: chiama l’architetto, che vive barricata nel suo appartamento, circondata dai fantasmi degli orrori del XX secolo, ascolta la storia della sua famiglia, dell’emigrazione dalla Polonia, i suoi monologhi sulla filosofia esistenziale. “Qualcosa sulle storie dell’architetto ha iniziato a gocciolare dentro di me”, afferma a un certo punto, dopo averla ascoltata per settimane. Dorota è il primo di una serie di personaggi che si aprono al narratore.

C’è un ex medico a cui è stata tolta la licenza a causa dei suoi problemi con l’alcol: emigrato dalla Polonia comunista negli anni Ottanta, la fine del suo matrimonio e la morte prematura del figlio non gli danno pace. Poi un siriano fuggito dalla guerra civile, un ragazzo vagabondo nel quartiere. Tutti personaggi sospesi nello spazio di possibilità tra la patria perduta, il desiderio e l’euforia della partenza.

I personaggi parlano e parlano, il narratore sembra fatalmente attratto dalle loro storie: molte di queste sono esasperanti, stressanti, ma lui non può smettere di ascoltarli. La sua già precaria condizione esistenziale è scossa dall’attacco al mercatino di Natale di Breitscheidplatz, a pochi chilometri dal suo appartamento ma di cui viene a conoscenza attraverso Internet. L’evento apre uno squarcio nella ripetitività dei suoi giorni e gli fa avvertire i difetti del presente. 

«Ho voluto disegnare un panorama della città di Berlino, ma anche della storia e del presente europei, collegati da un narratore che è sempre dalla parte delle persone. Dopo i primi due libri, mi sono reso conto che gli anni paradisiaci successivi alla caduta del Muro erano terminati e che per raccontare la realtà attuale dovevo adottare un linguaggio nuovo e più realistico». 

Berlino per Nawrat diventa il luogo ideale da cui osservare lo stato in cui versa il continente: «Fin da subito qui ho trovato una sorta di piccola riproduzione dell’Europa e del mondo globalizzato con i suoi microcosmi migratori e socioculturali. Ho cominciato fin da subito a scriverne. Poi ho sviluppato questo stile diaristico in direzione romanzesca. “Der traurige Gast” è quindi, da un lato, un romanzo di osservazioni. Ma è anche un Episodenroman, o roman à tiroirs, in cui cioè nella narrazione principale si aprono ulteriori lunghe narrazioni interne». 

La capitale tedesca è stata anche il primo contatto di Nawrat con l’Europa: «Ricordo l’entusiasmo di arrivare finalmente nel “mondo migliore”. Attraversammo il confine in una macchina di alcuni conoscenti che vivevano già nella Germania occidentale e vennero a prelevarci. Ricordo i soldati con le mitragliatrici al confine tra la Polonia e la Repubblica Democratica Tedesca, poi l’attraversamento del confine tedesco-tedesco. All’improvviso ci trovammo in un area di sosta circondati da un altro mondo: nuovi marchi di auto, vestiti con colori vivaci, e lì c’era anche mio padre, che era fuggito dalla Polonia nella Germania occidentale sei mesi prima con un visto turistico. Era appoggiato alla Ford Escort dorata che aveva comprato per noi». 

«L’Europa per me era sinonimo di quel felice ricongiungimento familiare dentro la Ford Escort dorata. Più tardi comprammo una Mazda bianca, io ebbi il mio skateboard e le scarpe Nike, e più tardi ancora suonavo le canzoni dei Nirvana in una band Grunge. Negli anni Novanta ero un adolescente dell’Europa occidentale completamente ingenuo e in buona fede. A posteriori capisco quanto le separazioni tra i sistemi politici siano in realtà separazioni tra le persone e le loro idee e speranze».

Centrale nella sua formazione gli studi di Biologia a Friburgo e Heidelberg, che pur non entrando direttamente nella sua scrittura ne hanno impostato il metodo. «Innanzitutto, l’umiltà socratica: “So di non sapere”. Dall’altra parte il dubbio metodologico che ha origine in Descartes e porta lo scienziato a diffidare di se stesso, a mettere in discussione ogni sua conoscenza, a cercare di falsificare le proprie certezze e la propria “opinione” intuitiva».  

Principi che avrebbero molto da insegnare al dibattito pubblico: «Le accuse di fake news spesso mostrano il problema in un modo interessante: si tende a utilizzare il ragionamento pseudo-scientifico per sostenere le proprie opinioni e screditare le opposte. Ciò che non conferma la propria opinione è falso. All’opposto, lo scienziato cerca sempre la possibile argomentazione contraria alle proprie teorie, è cauto nei confronti della propria visione, la interroga fino a quando non ha alternativa possibile». 

Anche nella scrittura Nawrat sta cercando di applicare un metodo analogo: «Scrivo fino a quando qualcosa non mi convince davvero. Scarto molto, praticamente l’80 per cento di ciò che scrivo. Ho sviluppato una sorta di processo di scrittura in due passaggi. In una fase esplorativa provo a scrivere in tutte le direzioni, senza pormi limiti, sperimentando il più possibile in termini di contenuto e lingua. Nella seconda fase, più analitica, cerco di criticare, rivedere, abbreviare o scartare, fino a quando ciò che rimane non mi convince». 

«Adorno e altri rappresentanti della Teoria critica hanno dimostrato che le conoscenze scientifiche esistono e sono condizionate dal contesto di potere politico che le consente: lo capisco», continua Nawrat. «Ma anche questa teoria non dovrebbe funzionare acriticamente come giustificazione per presentare tutti i fatti come motivati da interessi di parte e “prodotti” dall’oppositore politico: questa visione metamoderna non dovrebbe diventare un riflesso per proteggere la propria opinione e il proprio gruppo».

Un pericolo evidente anche nella vita pubblica e nella memoria storica condivisa, che Nawrat da immigrato polacco in Germania osserva da una posizione privilegiata: «Nelle lingue nazionali e nelle “narrazioni” che rievocano le ostilità passate, ci sono terreni molto battuti, canali in cui è facile scivolare, che sembrano il modo di pensare “naturale” perché sono soltanto in realtà più semplici. Ma è proprio questo tipo di narrazione della storia che continua a separare gli europei e quindi far divergere anche la loro visione del presente». 

«Non per niente, ad esempio, i tedeschi in polacco sono chiamati “Niemcy”, che significa “il muto”: ciò significa che sono considerati stranieri perché sono diversi linguisticamente, estranei alla comunità linguistica nazionale, anche se da oltre mille anni polacchi e tedeschi hanno rapporti reciproci. Gli stessi conflitti a volte nella storia ritornano, cambiando soltanto abito, e forse sarà così ancora e ancora. Del resto è più difficile disfarsi dei canali di scolo della propria mente che scivolarci dentro continuamente. E questo può essere sfruttato dai populisti. Lo stesso vale naturalmente per tutte le relazioni europee e internazionali». 

«Vedo la letteratura europea di oggi come un tentativo di azionare il movimento contrario, scalare la pendenza del canale e vedere il paesaggio, per un momento porre domande fondamentali, quelle sulla condizione umana. Per fare questo non si dovrebbe guardare con favore o soddisfazione agli eventi e ai momenti storici che hanno creato e creano le identità nazionali. Bisogna anche essere consapevole dei loro pericoli. Io ho dovuto affrontarlo per il fatto di essere cresciuto tra due lingue. Cerco di comprendere le ragioni di entrambi e di non perdere di vista l’utopia di superare queste divisioni».

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