Il mondo nuovoI nomadi digitali e lo smart working senza barriere che mette in crisi l’Europa

Le grandi multinazionali stanno creando nuovi piani organizzativi per permettere ai propri dipendenti di lavorare ovunque. Ma le implicazioni legali, fiscali e contributive non sono da sottovalutare. E fanno emergere i nervi scoperti della convivenza europea. Il caso dell’Estonia e i “remote worker” dalla Sicilia per le aziende della Silicon Valley

Photo by Austin Distel on Unsplash

Le sedi italiane degli studi legali internazionali hanno già svariate richieste di consulenza. Dopo l’esperienza del lavoro da remoto forzato a causa del Covid, le grandi multinazionali stanno riscrivendo e limando i piani di organizzazione interna per consentire ai propri dipendenti di lavorare in smart working ovunque. Uno di questi progetti dice proprio cosi: “Everywhere”. Non solo dalla stessa città, dallo stesso Paese, ma anche oltre confine.

La domanda che arriva dai responsabili delle risorse umane, però, è la stessa: possiamo farlo? Possiamo far restare i nostri dipendenti in smart working in Italia anche se la nostra sede si trova in un altro Paese europeo o extraeuropeo?

Le prime a muoversi sono state le big del tech: Facebook, Amazon, Netflix e Google, che in Irlanda contano molti lavoratori italiani. A inizio maggio dal quartier generale di Zuckerberg e Mountain View erano già arrivate le prime indicazioni: i dipendenti in grado di lavorare da remoto potranno continuare a farlo fino alla fine dell’anno.

Ma con l’emergenza epidemiologica che rende incerto ogni programma futuro, si stanno mettendo a punto piani di riorganizzazione più strutturati. La sede in Irlanda, Olanda o Svizzera. E i lavoratori a Roma, Milano o – perché no – in un piccolo paesino della Puglia o della Calabria. Unico requisito: la connessione veloce.

Tante domande, poche risposte
«Una rivoluzione, che però ha implicazioni legali, fiscali e contributive enormi», commentano gli avvocati esperti di diritto internazionale. «Gli attuali strumenti legislativi non sono stati pensati per casi simili. E soprattutto, non ci sono precedenti sui quali potersi appoggiare nel caso di un contenzioso».

Insomma, è tutto da inventare. E se Facebook ha già annunciato che entro cinque o dieci anni la metà dei dipendenti potrà lavorare da remoto con retribuzioni parametrate al costo della vita e alla fiscalità del luogo in cui vivono, i dubbi da sciogliere in realtà sono tanti.

Ad esempio: il lavoratore dove versa i contributi previdenziali? La regola generale è che, se lavori nel Paese di residenza per una parte rilevante del tuo tempo, i contributi li devi versare in quel Paese (e al momento della pensione si richiede la totalizzazione dei periodi di contribuzione). Ma se un grafico si è trasferito a Dublino per lavorare e gli viene detto ora che potrà lavorare da remoto anche dalla Calabria, dal punto di vista contributivo alla fine quale sarà la sua residenza?

E dove pagherà le tasse? La norma dice che se trascorri oltre 183 giorni l’anno in un Paese, fiscalmente la tua residenza è quella. Questo comporterà quindi che il lavoratore pagherà le tasse nel posto in cui fa smart working anche se non c’è alcuna sede dell’azienda? Magari scegliendo – perché no – il Paese che ha le tasse e il costo della vita più basso?

E se l’azienda ha una grossa fetta dei propri dipendenti in un dato Paese, seppure in smart working, è giusto che continui a pagare le sue tasse solo nel Paese in cui ha la sua sede fisica? O il fisco dovrà cominciare anche a tenere in considerazione le “sedi smart” diffuse?

E ancora: con quali contratti saranno inquadrati i lavoratori? Se l’azienda ha sede in Olanda o Lussemburgo, il contratto di lavoro non sarà italiano, quindi con regole e tutele differenti. E nel caso di un licenziamento? Quali leggi si applicheranno? Si può chiedere che il processo si tenga in Italia applicando le tutele italiane, che sono più forti di tanti altri Paesi europei?

Per il momento, come evidente, ci sono più domande che risposte. E lo stesso vale per la sicurezza sul lavoro (anche se ci sono direttive europee che armonizzano le legislazioni) e lo smart working. Perché ogni Paese ha anche le sue regole sul lavoro agile, che è ben diverso dal semplice lavoro da casa. E se in Italia è chiara, almeno sulla carta, la differenza tra telelavoro e smart working, all’estero non sempre è così.

Gli avvocati esperti di diritto del lavoro si stanno arrovellando il cervello. Gli esperti della dottrina ne discutono. Anche perché nella giurisprudenza ci sono pochissimi precedenti, considerata la situazione inedita che la pandemia ha generato.

Del problema si comincia a discutere tra gli eurodeputati europei. «Lo smart-working richiede una regolamentazione organica, con una base comune a livello europeo per quello che riguarda tanto la conciliazione dei tempi di vita e di lavoro sia la natura fiscale degli utili prodotti e dei compensi percepiti», spiega Brando Benifei, capo delegazione del Partito democratico al Parlamento europeo e membro del comitato per il mercato interno e la protezione dei consumatori.

«Nei prossimi anni saranno sempre più frequenti i casi di lavoratori che fanno home working in uno Stato membro per aziende con sede in altri Paesi. Occorre regolamentare quanto prima il fenomeno, per evitare danni al mercato unico e ai lavoratori. Per questo, non appena superato il negoziato per il Recovery Fund, ho intenzione, con altri colleghi attivi sul tema, di fare pressione sulla Commissione perché formuli una proposte legislative in materia, su cui il Parlamento europeo possa lavorare», spiega Benifei.

«Anche perché questa questione tocca tutti i nervi scoperti della convivenza comunitaria: fisco, tassazione, sistemi di welfare», commenta un avvocato. «Finché ognuno sta fermo in un Paese, tutto sommato le differenze sono meno evidenti, nel momento in cui c’è una reale mobilità internazionale vengono fuori tutti i problemi».

E la cosa si fa ancora più complessa nel caso dei cosiddetti nomadi digitali, che nell’era post-Covid – dopo aver scoperto gioie e dolori dello smart working – sono destinati ad aumentare.

L’Estonia si apre ai “nomadi digitali”
Non è un caso allora se la piccola e iper-tecnologica Estonia, come misura di contrasto alla crisi Covid, abbia già messo a punto un “visto per nomadi digitali”, che punta ad attirare lavoratori da remoto, contrattualizzati da aziende che hanno sedi in altri Paesi. Soprattutto al di fuori dell’Europa. Per ottenere il nuovo visto, i candidati devono dimostrare di guadagnare almeno 3.504 euro al mese e fornire prove documentali, come gli elenchi dei clienti ad esempio, che dimostrino la sostenibilità del proprio profilo professionale.

Il visto consentirà di rimanere in Estonia per 12 mesi, offrendo la possibilità di viaggiare fino a 90 giorni nella zona Schengen europea. Uno strumento agile per garantire ai nomadi digitali di poter lavorare legalmente da remoto nei Paesi che visitano, anche senza un visto di lavoro. E soprattutto un modo per l’Estonia di diventare attrattiva per giovani e meno giovani lavoratori altamente qualificati e con capacità di spesa medio-alte.

Sicilia all’avanguardia
E se in Europa la prima a muoversi è stata l’Estonia, in Italia c’è chi ci ha visto lungo dalla Sicilia. Marco Imperato e Daniele Rotolo, ex manager della palermitana Mosaicoon, per anni simbolo dell’innovazione made in Sud prima del fallimento nel 2018, si sono rimessi in gioco a inizio 2020. E il 12 marzo, nel pieno dell’emergenza sanitaria, hanno creato Edgemony, un nuovo hub tecnologico che – tra le varie cose – punta a reperire team di lavoratori da remoto in Sicilia per le aziende italiane e straniere.

«L’idea è nata prima che il Covid desse una accelerazione al lavoro a distanza», raccontano. «A noi vengono affidati progetti di sviluppo software con il coordinamento tecnico che resta in capo all’azienda madre, e le figure reperite da noi o che noi stessi formiamo vengono allocate sui progetti».

Sfruttando il bagaglio di contatti ed esperienze accumulati con Mosaicoon, i due imprenditori siciliani hanno già chiuso un accordo con una azienda di San Francisco, e sono in contatto con una società svizzera, una con sede a Berlino e altre sei aziende italiane sparse tra Roma e il Nord Italia.

«Il tasso di rotazione dei dipendenti di un’azienda in città come Milano o San Francisco è altissimo. Si cercano diecimila sviluppatori ogni giorno, e le aziende si rubano sviluppatori tra loro», raccontano. L’idea ambiziosa, quindi, è quella di reperirli direttamente in Sicilia, senza bisogno di andare nella Silicon Valley, a Milano o a Berlino. E perché no, invogliare le case madri in futuro ad aprire una sede sull’isola. Come è già accaduto negli ultimi anni.

La sede del datore di lavoro al di là dello Stretto, i cervelli al di qua, nella splendida cornice di Villa Riso. A due passi dalla spiaggia di Mondello, e a migliaia di chilometri di distanza dalle big del tech per le quali si lavora. Alcune delle quali non escludono neanche di mettere su una propria sede sull’isola se i progetti dovessero moltiplicarsi. Tra i servizi offerti da Edgemony, non a caso, c’è anche quello di supporto alla delocalizzazione siciliana.

Sviluppatori e ingegneri informatici, in questo caso, vengono contrattualizzati direttamente da Edgemony, lavorando in consulenza per le aziende al di fuori dalla Sicilia. I problemi legali potrebbero nascere invece se la società straniera decidesse di assumere direttamente lo sviluppatore.

Finora le assunzioni in Edgemony sono state cinque. Prima del Covid, si puntava a raggiungere il traguardo di un team di 20 persone entro fine anno, ma ora le previsioni sono state ridimensionate. Tra i servizi offerti, c’è anche il tutoraggio a chi lavora da remoto e la formazione continua su linguaggi e strumenti digitali. E se le figure professionali richieste non si riescono a reperire, Edgemony propone master e bootcamp con l’obiettivo di formare i lavoratori da inserire nei progetti. «Il più grande problema che stiamo riscontrando», raccontano Imperato e Rotolo, «è quello di trovare le competenze che ci vengono richieste. Siamo sovraccarichi di richieste di aziende che ogni settimana ci chiedono tre o quattro sviluppatori e noi facciamo fatica a trovarli».

Qualche “cervello in fuga” sta già rientrando da Milano o dall’estero per entrare a far parte del team Edgemony. Si torna a vivere al Sud, senza rinunciare alle occasioni di lavoro che offrono le big milanesi, americane o tedesche.

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