Il nuovo primo ministro di MacronDa Édouard Philippe a Jean Castex, cambia l’uomo ma non la politica, che resta a destra

Dopo giorni di ipotesi sulla decisione del presidente francese, la scelta è stata radicale sul piano delle persone, non nella sostanza: governo diverso, con una guida semisconosciuta e una possibile rivoluzione anche nella squadra. Nonostante la sconfitta alle elezioni comunali e l’avanzata dei verdi il leader di En Marche! ha deciso di non dare segnali alla sinistra

Thomas SAMSON / POOL / AFP

«Venerdì 5 giugno Jean Castex avrà finalmente finito con questa vita da recluso e potrà tornare a Prades, nei Pirenei Orientali, dalla sua famiglia che non vede da due mesi. Monsieur déconfinement sta per terminare la sua missione con la sensazione di aver fatto un buon lavoro». Comincia così il ritratto del Monde, pubblicato il 4 giugno, di Jean Castex, nuovo primo ministro di Emmanuel Macron e fino a ieri mattina quasi sconosciuto al grande pubblico.

Castex, 55 anni, sostituisce Édouard Philippe, primo ministro dal maggio 2017, ed era fino a poche settimane fa responsabile di un’équipe di 18 persone incaricata di dare una mano al governo nel gestire la riapertura delle attività dopo il lockdown imposto con l’esplosione dell’epidemia. 

Ruoli di secondo piano, che lo proiettano verso l’incarico più importante della sua carriera, alla guida di un nuovo governo che dovrà affrontare la crisi economica più dura dal dopoguerra e forse una seconda ondata di coronavirus.

I tratti in comune con Édouard Philippe sono molti: formato all’Ena, la prestigiosa scuola dell’alta pubblica amministrazione, sindaco della sua città, un piccolo comune di circa seimila abitanti, come Philippe (sindaco di Le Havre), e soprattutto fino a ieri mattina iscritto ai Républicains, la destra post gollista, come il suo predecessore prima di essere nominato.

Enarchi, di destra, sindaci, con esperienza di governo pregressa ma nessun ruolo di primo piano. Dov’è il cambiamento allora? 

Le possibili spiegazioni avanzate dalla stampa francese sono due. La prima è che Emmanuel Macron in fondo abbia nominato se stesso, cercando un primo ministro in grado di organizzare il lavoro di governo senza per questo diventare una personalità di primo piano.

La Repubblica semi-presidenziale d’altronde funziona così, soprattutto da quando i mandati del Parlamento (che dà la fiducia al governo) e del Presidente (che invece è inamovibile, nomina il primo ministro e presiede il Consiglio dei ministri del mercoledì mattina) sono stati unificati. 

Macron ha sempre detto di voler sfruttare appieno i poteri formali e informali che la Costituzione gli attribuisce, e questa scelta gli consente di accentrare ancor di più la gestione quotidiana degli affari governativi all’Eliseo.

La seconda possibilità è che la popolarità di Édouard Philippe, secondo diversi istituti di sondaggi ormai stabilmente dieci punti più alta di quella del presidente, stesse cominciando a creare più di un problema a Emmanuel Macron, che da questo autunno in poi lavorerà per garantirsi un secondo mandato.

Esiste infine una terza possibilità: il presidente ha utilizzato l’unica arma concreta a sua disposizione per provare a far ripartire da zero la sua presidenza cambiando chi è incaricato di metterla in opera giorno per giorno. 

Probabilmente sono tutte e tre le motivazioni ad aver costruito la scelta, nell’aria da mesi e notevolmente accelerata nella notte tra giovedì e venerdì, anche a causa della relativa resistenza di Philippe, che aveva fatto capire di voler restare a Matignon (sede del primo ministro) fino alla fine della legislatura.

Secondo il ritratto pubblicato dell’Afp, Castex «che a 55 anni non è mai stato ministro, possiede agli occhi del presidente molti vantaggi per portare a termine la seconda fase dei 5 anni di mandato: enarca, ma al contatto con i territori; iscritto ai Républicains, ma giudicato un uomo di mediazione, oltre a essere un perfetto conoscitore degli arcani del potere dal suo passaggio all’Eliseo come vice segretario generale, nell’ultimo anno del mandato di Nicolas Sarkozy».

Un ruolo che tra l’altro condivide con Emmanuel Macron, che nel 2012 è stato suo successore proprio come vice segretario generale all’Eliseo, scelto da François Hollande. 

Ciò che non cambia di sicuro, in questa nuova fase, è la politica del presidente, che fin dall’inizio ha guardato più a destra che a sinistra, ed è riuscito a sedurre gran parte dell’elettorato che nel 2012 ha scelto Nicolas Sarkozy e nel 2017 François Fillon, i candidati (entrambi sconfitti) dei post gollisti. 

Ormai l’elettorato che guarda spontaneamente a Emmanuel Macron è quello, e forse si aspetterà delle scelte più nette in termini di sicurezza e gestione del territorio, giudicate troppo leggere dall’opinione pubblica di destra.

Un elettorato sensibilmente diverso da quello che gli ha permesso di entrare all’Eliseo nel 2017. Secondo le analisi dei flussi elettorali dell’istituto Ipsos, al primo turno delle presidenziali del 2017 il 47% degli elettori di François Hollande aveva scelto Emmanuel Macron, e secondo uno studio di OpinionWay, il 39% di chi l’aveva votato si definiva di sinistra.

Queste persone non appaiono convinte dai primi anni di mandato, e alle europee del 2019, come aveva riassunto il Monde il giorno dopo le elezioni, hanno votato per altre liste. Poco male: il 27% di chi nel 2017 aveva scelto François Fillon si è spostato sulla lista di Emmanuel Macron, che ha ottenuto un risultato simile a quello del 2017 (24%) proprio grazie all’elettorato di destra, in grado di compensare la fuga dei delusi sostenitori di sinistra.

Alle europee 2019 l’affermazione degli ecologisti e la relativa ripresa dei socialisti, poi diventata politicamente molto rilevante in queste elezioni comunali, comincia a intravedersi: il 14% di chi aveva votato Macron nel 2017 sceglie la lista dei Verdi, l’11% la lista socialista.

Questi elettori il presidente li considera persi, ed ecco perché, nonostante il grande risultato dei verdi alle elezioni comunali, che hanno conquistato importanti comune come Lione e sono stati decisivi (non in termini di voti ma in termini di agenda politica) nella rielezione di Anne Hidalgo come sindaca di Parigi, Macron non ha intrapreso un passo per riavvicinarsi alla sinistra. 

La scommessa del leader di En Marche ! è che quest’area politica, molto composita e litigiosa, oltre che senza un leader chiaro al momento, non sarà un problema nel 2022, quando le presidenziali riproporranno il duello con il Rassemblement national di Marine Le Pen.

Un azzardo, come gran parte delle scelte della carriera politica di Emmanuel Macron.

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