Destini incrociatiLa mia storia d’amore disperata e l’ascesa di Matteo Salvini

Il ricordo di una cotta liceale, l’ossessione per il leader della Lega, l’idea del romanticismo come resistenza: su queste coordinate fantasiose e reali Giovanni Robertini costruisce il romanzo “La solitudine di Matteo”

Ho letto che la separazione è una piccola morte da cui si risorge da soli. Il mio barista dice che per risollevarsi da una separazione bisogna fottere.

Luca è sardo e il suo bar trasuda goffamente saudade per l’isola, ci sono bandierine dei quattro mori, bottiglie di mirto, una pecora di peluche vicino al bancone che fa belare schiacciandole la pancia ogni tanto. Mentre bevo un caffè, mi installa Tinder sul telefonino, mi aiuterà a scopare dice.

È un mondo che nel raggio di a meno di sei chilometri dal punto in cui mi trovo si popola di quarantenni in posa in sella a una moto o in palestra mentre fanno squat, trentenni con le braccia strette sui fianchi per mettere in evidenza il seno e che segnalano di non gradire i fumatori, lunghe cosce di russe che vogliono esclusivamente relazioni serie e alcune, verso i cinquanta, che non hanno il coraggio di mostrare quello che non sarebbero mai volute diventare nascondendosi dietro foto di tramonti, di fumetti di Crepax, di animali domestici.

Scorrendo trovo S., 45 anni, e l’immagine di un labrador di almeno sei o sette anni. Credo che sia Tilla e mi viene la tentazione di mettere un cuoricino e iniziare una conversazione con lei.

Ma S. per cosa sta? Sola? Single? O è una chiamata di aiuto monca, un sos che non è riuscita neanche a completare, atterrita da chissà cosa?

Luca si avvicina, mi vede fissare un cane e mi domanda ridendo se sto cercando di capire se ha la fica o il cazzo. Sorrido anche io della mia tristezza, e della sua, e risalgo a casa col telefono gonfio di opportunità di sesso, pieno di graffi sullo schermo come se l’atto passasse davvero attraverso quella matassa di silicio.

Mando un messaggio a Lucrezia, mi risponde che ci possiamo vedere al bar della palestra, tra mezz’ora finisce la lezione di pilates. Mi bacia sulla guancia, i capelli ancora bagnati profumano violentemente di mandorla.

È una donna pratica, mi comunica che ha solo mezz’ora, dopo deve andare dall’estetista. Decide che ho venti minuti per parlare, ne basteranno dieci, e poi mi deve chiedere una cosa. Ordina un cappuccino di soia tiepido, io un altro caffè.

Il suo bisogno di sintesi, di comprimere le questioni in intervalli di tempo contingentati, è la muta che indossa per immergersi nelle profondità dell’ansia.

Rispondo al suo rosario di domande, recitato mentre aspira una sigaretta elettronica: vivo da solo da dieci giorni, da due settimane non sento la voce di Tilla, solamente un paio di messaggi sul trasloco delle mie cose, e no, non mi interessa sapere come sta ora, e sì, mi manca, sarebbe strano il contrario.

Le chiedo se le viene in mente quando ci siamo conosciuti noi tre la prima volta al liceo, il sorriso incendiario, la guerra in Medio Oriente, il come eravamo.

Lucrezia dice che Tilla mi trovava una persona interessante, esotico rispetto ai suoi soliti amici. Usa l’aggettivo tenero.

Di quella luce atomica in palestra, ricorda senza romanticismo che Tilla sapeva già che avrebbe dormito con me la sera durante l’occupazione, erano state entrambe educate a prendersi quello che volevano, avevano programmato il loro sbarco sulla luna del sesso e le successive gite tra gli altri pianeti. Era un sorriso di onnipotenza, giocoso come i sentimenti sanno essere solo per poche stagioni della vita.

E io, per forza, la preda almeno fino alla fine del liceo, poi l’esame di maturità, l’estate, nuovi decolli di cui mi torna alla memoria un enorme pareo arancione che le regalai prima che partisse per il mare. Nel biglietto le scrissi che quel telo era così grande, che assomigliava a un paracadute, e che l’avrebbe condotta tra le mie braccia al ritorno. Così accadde, poco meno di dieci anni dopo.

Mi restano altri dieci minuti e voglio sapere la sua su Matteo. L’immagine che si porta dietro è quella di un extraterrestre un po’ sfigato, vestito all’Oviesse o in qualche bancarella del mercato, violento nel suo essere diverso da noialtri.

Diverso come? Lucrezia tiene a farmi presente che noi eravamo di sinistra, ci facevamo le canne, iniziavamo ad andare alle serate nei centri sociali, avevamo degli ideali.

Si dilunga su come lei e Tilla perdessero le giornate in un negozio di vestiti usati per trovare i pantaloni di velluto che le facessero risaltare meglio il culo, stretti che la fica non respirava neanche, e ride. Mi chiedo a quali altri culi appartenessero prima quegli abiti di seconda mano, e che ideali avessero.

Le camicie a fiori migliori avevano sempre l’ultimo bottone, quello più in alto, rotto e il no al reggiseno era un simbolo di militanza politica, unica concessione sexy del femminismo pagano che professavano.

Una centrifuga elettrica aveva trasformato i maglioni di cachemire dei loro padri da simulacri del ricco relax in alta quota a slabbrate armi di seduzione, mentre i gioielli della nonna, carati di ninnoli, erano tatuaggi che marchiavano un’appartenenza tribale.

Per quelle ragazze un brillante giornalista di un periodico milanese aveva coniato il termine aristofreak, un’avanguardia di quel radical chic che suonava già vecchio allora.

L’arguta superficialità di Lucrezia mi sorprende, dovrebbe farne mestiere invece di stare a perdere tempo a organizzare eventi per la moda. Come ultima domanda le chiedo se i loro sorrisi avessero mai colpito Matteo, mi risponde che lui avrebbe tanto voluto, ma era un caso disperato.

Ricorda come le guardava, un misto di desiderio e disprezzo per un rifiuto già scritto, le considerava vergini troie, infedeli a una religione che si stava costruendo come muro alla loro indifferenza.

Matteo avrebbe voluto essere amato da una di loro? Cosa sarebbe successo se fosse accaduto? L’essere amati è così potente che può cambiare il futuro? Anche il mio, ora?

Lucrezia mi pressa, mi deve chiedere un favore. Suo figlio Giulio ha vent’anni e da un po’ ha iniziato a produrre e cantare trap. I testi secondo Lucrezia sono crudi ma a loro modo poetici, e vorrebbe capire da me, che lavoro nella musica, se hanno una qualche potenzialità, se possono diventare un disco o girare in radio.

Dico non c’è problema, li sento volentieri, Giulio può venire da me un pomeriggio e ne parliamo. Mi ringrazia, con un sorriso che assomiglia un po’ a quello di Tilla, e scappa. È in ritardo, anche se la verità è che non sarà mai in ritardo per niente.

Nel pomeriggio mi butto sul divano ad ascoltare un po’ di cose nuove che mi hanno mandato. Dopo aver prodotto e portato al successo, in vetta alla classifica di streaming, un paio di ragazzetti ora lo considero quasi un lavoro.

La casa discografica mi passa un tanto al mese per avere un mio parere, se ci sia una promessa di riuscita. Scoprire talenti, dopo che si è faticosamente cercato così a fondo il proprio, è liberatorio.

Loro, i giovani rapper, sono la vendetta della mia ambizione che si è infortunata, andando a sbattere nell’incidente del tempo. E ora che la luce intorno a me si è persa, le loro minuscole scintille sono almeno un debole segnale di movimento.

Di solito quelle su cui lavoro sono canzoni per adolescenti, quasi tutti maschi, che vorrebbero essere piccoli adulti, e parlano di diventare ricchi e ben vestiti, di farsi le ragazze più carine, di essere i migliori.

Usano parole – usiamo parole, perché ci metto mano anch’io, più che altro nella metrica – come rispetto, potere, giustizia, riscatto. Non significano niente, per fortuna, diluite come sono in un beverone di neologismi, slang, marchi di lusso. Fanno parte del flow, che poi non è altro che il ritmo, il flusso.

E il flusso va, anche in direzione opposta e contraria alle nostre esistenze. Scorre e scompare, qualche ragazzo arriva al secondo o addirittura al terzo disco, ma non è questione d’intelligenza, di carattere, di talento musicale.

È semplicemente un’attitudine bestiale, e perciò affascinante, che fa rimanere qualcuno aggrappato più a lungo a quel flow che sta spazzando via gli altri.

Quando li incontro di persona, ai concerti o in studio di registrazione, sono ventenni glabri in bermuda che ciondolano braccia e piedi in maniera goffa, quasi a non sapere che farsene, se non per indossare possenti scarpe da ginnastica di cui sono molto invidioso.

I loro occhi non sono quelli campioni di una vittoria come lo erano quelli di Matteo nella foto del liceo, non aspettano risposte come gli occhi di Tilla, seguono il flusso e basta, senza guardare.

Ho il sospetto che sia in corso una mutazione negli organi di questi baby uomini. Penso al figlio di Lucrezia, è nato quando lei aveva ventiquattro anni, si era innamorata di un artista che viveva in Belgio ed era tornata in Italia dopo un po’ facendo l’errore di confondere quell’intima conoscenza della vita che è la maternità con un suo percorso interiore di crescita spirituale.

Erano solo ormoni, paura e spirito di sopravvivenza, ma non c’era nessuna nuova Lucrezia, c’era quella vecchia, discretamente in forma.

Mi ricordo una vacanza ad Alicudi, mi ero accodato a Tilla e alle sue amiche a una decina di anni esatti di distanza dal nostro ultimo bacio. Il paracadute arancione c’era ancora, steso ad asciugare al sole di una villa eoliana raggiungibile solo dopo un sentiero di un’ora piena.

Alla fine della giornata di mare ci si fermava tutti all’alimentari vicino alla spiaggia per fare l’aperitivo. Birrette, gin tonic, prosciutto e pecorino, i pochi bambini col loro succo di frutta, chiacchiere e ammiccamenti che guardavano oltre il mare, direttamente verso quella metropoli di pianura di cui la piccola isola siciliana era solo una colonia, saccheggiando foto di gruppo al tramonto.

Quando scendeva il buio, eravamo tutti in bibita e Giulio stravolto di stanchezza, sdraiato inerme su un muretto a secco.

Ora non so esattamente quale era stata la dinamica della mia sottomissione, ma finiva che ogni sera mi caricavo i cinque anni e ventisei chili sulle spalle scottate e imprecando silenziosamente mi arrampicavo sulla montagna fino a casa, rischiando di inciampare ubriaco a ogni passo.

Era l’amore ancora non nuovamente consumato per Tilla a spingermi o il senso di gratitudine di quel gineceo nei confronti della mia virilità?

Perché non ero scappato a nuoto da quelle donne che avevano scelto un’isola così inospitale, per giunta abbarbicandosi in un rifugio di design per il solo motivo che da lì la vista era più bella?

Mi avevano schiavizzato con una naturalezza e un’eleganza che neanche una nobildonna francese dell’Ottocento. Non mi ero accorto di nulla, facevo la spesa, accendevo la brace e cucinavo per loro.

Quel modo faticoso di sentirmi amato, accolto nel cuore delle donne, ora mi fa solo rabbia. Matteo non era stato accettato dalla fica di quelle ragazze e si era rifugiato nel miraggio efferato di un’antica terra immaginaria, la Padania.

Invece io bruciavo le energie della mia giovinezza su un sentiero in salita in Sicilia con sulle spalle un figlio di nessuno. Sono curioso di incontrare Giulio per sapere cosa pensa di sua madre, se la odia, e se mi riconosce come il padre di un’estate della sua vita.

da “La solitudine di Matteo”, di Giovanni Robertini, Baldini + Castoldi, 2020, 15 euro 

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