Brioches allucinogeneIl popolo non ha pane, dategli il NextGenerationEu

Nel nostro Paese si continua a delirare sul Recovery Fund come una sorta di risarcimento per gli affronti che il destino e l’Europa hanno riservato all’Italia in nome di un ideale di solidarietà comunitaria parassitaria

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Riferendo in Senato gli esiti dell’ultimo vertice europeo, un Conte tronfio e soddisfatto come mai ha salutato «un radicale mutamento di prospettiva» delle istituzioni europee, che tendevano «in passato – non lo dimentichiamo – a intervenire nel segno del rigore, affidandosi a logiche di austerity, che si sono poi rivelate – lo sappiamo – inadeguate, finendo per deprimere il tessuto sociale e produttivo, comprimendo financo la crescita». C’ha poi pensato Di Battista il giorno dopo a precisare la portata e i nuovi orizzonti di questo “mutamento di prospettiva”, che è il superamento del patto di stabilità, cioè la trasformazione della spesa pubblica in una variabile indipendente delle politiche nazionali. 

L’Europa di cui continuano a parlare Conte, Di Maio, Di Battista e anche molti ministri e viceministri PD è quella partorita dalle fantasie cospiratorie e dalle chiacchiere italo-bolivariane delle maggioranze trasversali, contrarie a quel legame tra disciplina finanziaria e responsabilità politica, che sta a monte delle diverse scelte economiche e di bilancio. 

La contrapposizione tra la vecchia Europa “neo-liberista” (guidata dai paesi del Nord) e una nuova Europa “neo-keynesiana” (raccolta attorno all’asse Mediterraneo) non è una rappresentazione distorta, ma una vera e propria allucinazione di massa. I cosiddetti “frugali” non sono affatto stati minimi refrattari a qualunque protezione sociale, ma paesi che funzionano, con alti livelli di spesa pubblica, con una imposizione robusta, con un welfare efficientissimo e diffuso e con sistemi di istruzione competitivi. I Paesi frugali sono insomma ciò che il governo giallorosso promette agli italiani che anche l’Italia potrà diventare, se farà però il contrario di quello che questi modelli predicano e praticano. Insomma, per arrivare alla maledetta Olanda, bisogna prima passare dal caro Venezuela.

La traduzione domestica dell’accordo chiuso lunedì mattina al Consiglio europeo è stata dunque, ancora una volta, all’insegna di una sfida alla realtà dell’Europa e delle sue regole, in nome di un ideale di solidarietà europea parassitaria e, in senso deteriore, “meridionalistica”. 

L’obiettivo italiano rimane per il governo giallorosso, come era per il governo gialloverde, quello della costituzionalizzazione – in nome del feticcio di un’unità formale – della dipendenza del Sud al Nord dell’Europa e della disgregazione dei principi che favoriscono, attraverso un insieme di incentivi e di vincoli, anche economici, una convergenza verso obiettivi comuni di crescita e di sviluppo civile. L’obiettivo è di capovolgere il paradigma, passando dall’imposizione delle regole europee alle politiche degli stati, alla negoziazione permanente di equilibri europei sulla base di compatibilità politiche nazionali. 

Come l’Italia, per assicurare la pace sociale e garantire un’unità nazionale minacciata da fratture economico-territoriali macroscopiche, ha ritenuto di accettare che al Sud ci fossero naturalmente più invalidi, più dipendenti pubblici, più evasione fiscale e contributiva e più spese improduttive, così l’Europa dovrebbe accettare che, per salvaguardare il mercato comune e la stabilità dell’area euro, una parte della spesa pubblica italiana debba essere stabilmente “socializzata” sul piano europeo. 

Nella logica populista, non rileva che questa strada porterebbe alla rovina e alla disgregazione dell’Europa, per le stesse ragioni per cui ha portato al declino e alla disunione dell’Italia, perché il presupposto del discorso populista è che gli stessi “risultati sperimentali” – gli stessi indici con cui tendiamo a misurare la conferma o la smentita di una ipotesi politica – non appartengono alla realtà, ma alla sua rappresentazione catturata dal mercato e dalle sue sovrastrutture politiche, di cui l’Europa del rigore è appunto una delle più emblematiche.

Quanti magnificano i successi europeisti del Governo Conte – e un bottino obiettivamente ragguardevole di crediti e contributi per l’Italia – continuano a confondere la dimostrazione di responsabilità e di tenuta politica straordinaria della Germania al processo di “nazionalizzazione” delle dinamiche politiche europee con il trionfo della resistenza italiana alle pretese di Bruxelles.

Al Consiglio europeo ha vinto la Merkel (con Macron), non Conte, con la compagnia dei diversamente impresentabili est europei, che hanno fatto lega con l’Italia per resistere all’imposizione di condizionalità politiche, oltre che economiche, per l’accesso al Recovery Fund. L’Italia non è stata premiata per avere dato prova di tenacia, ma al contrario soccorsa per avere dimostrato di non sapere (da ben prima del Covid) reggere il passo degli altri paesi europei.

Intanto nel nostro Paese si continua a delirare sul Recovery Fund come una sorta di risarcimento per gli affronti che il destino e l’Europa hanno riservato all’Italia, un deposito di brioches gratis per un’Italia che non ha più ben chiaro come fare a procurarsi il pane. Il popolo ha fame, ma ora “paga l’Europa”. Difficile che questo racconto possa rappresentare la premessa di un ambizioso piano di riforme. Impossibile che questa manfrina vittimistica possa dirsi, anche solo retoricamente, europeista.

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