Darko TuševljakovićAl confine tra Est e Ovest, abbiamo perso l’equilibrio più di trent’anni fa e stiamo ancora cercando di restare in piedi

Intervista all’autore de “La frattura”, nato in Bosnia-Erzegovina, cresciuto in Croazia e Montenegro, e oggi in Serbia. «Odio discutere di identità. Nei paesi più sviluppati si cercano nuovi sistemi ideologici, ma nei Balcani stiamo ancora sbarazzandoci di quelli vecchi»

Un ex capitano dell’esercito serbo in pensione in vacanza a Corfù con la moglie, sciovinista e omofobo (crede che il suo grande paese sia stato «distrutto dai froci europei»), tediato dallo squallore del viaggio di gruppo, dal timore dei tradimenti della moglie e da un trauma di cui non riesce a darsi pace. Quel trauma è il figlio, allontanato perché omosessuale, che diventa il protagonista della seconda metà del romanzo “La frattura” (Voland), con cui Darko Tuševljaković ha vinto il premio dell’Unione europea per la letteratura nel 2017.

La frattura del titolo è quella che separa gli individui, ragione di tutte le incomprensioni e presupposto necessario per ogni incontro. Incubi, allucinazioni e magia attraversano la narrazione senza sfondare la dimensione realistica.

«Fuori infuriava una tempesta che non assomigliava a nessuna perturbazione terrena. […] Una tempesta fatta di persone, di parti di persone, di corpi semi-formati, di arti scompagnati, di occhi, di lingue, di inguini, una tempesta di situazioni in procinto di crearsi o appena concluse, di vortici di momenti lunghi un’eternità e di fiumi di eternità condensati in un unico istante, nello sguardo di qualcuno, nel gesto di una mano, nel movimento di un coltello, in uno sparo, in un pianto. Vide le morti e le nascite, vide il vuoto che circonda le persone, che sono obbrobri, che circonda tutti noi, vide la solitudine che nell’oscurità aveva assunto una forma fisica, che era diventata un impasto denso dove ci trascinavamo come nelle sabbie mobili».

Anche nell’ultimo romanzo di Tuševljaković, “Jegermajster” (non ancora tradotto in italiano), troviamo una coppia bloccata su un’isola senza nome, incerta sulle ragioni che l’hanno portata lì. Condividono un trauma e devono fare i conti con le stranezze dell’isola e un sogno che fanno entrambi con protagonista una creatura mezzo uomo e mezzo cervo.

Tuševljaković, i tre romanzi che ha scritto finora sono in parte o totalmente ambientati su un’isola, è una specie di ossessione?
Forse perché ho vissuto sulla costa fino a 14 anni, e questo mi è rimasto impresso. Poi un’isola è un luogo perfetto in cui ambientare il microcosmo di un romanzo: il suo isolamento dal resto del mondo permette di sperimentare, mettendo persone comuni in situazioni straordinarie. In questo modo sono costrette ad agire in modo diverso, a lasciare la loro comfort zone. Ci permettono di vedere i loro tratti nascosti: sentimenti, speranze, paure, desideri repressi, e loro stessi scoprono parti di sé che non sapevano esistessero. Oppure sono costretti a confrontarsi con cose che preferirebbero tenere sotto il tappeto. Per quanto sia complicata la vita di tutti i giorni, ci fa sentire a nostro agio, ci permette di continuare con la routine e nascondere i nostri estremi. Ma quegli estremi sono importanti quanto qualsiasi altra parte di noi.

Ne “La frattura” sembra essere abbastanza pessimista sulla possibilità degli individui di capirsi: le incomprensioni sono inevitabili?
Non lo chiamerei pessimismo, perché non credo sia una cosa così tragica – non essere in grado di comprendere appieno un’altra persona. O anche se stessi. Vedo tutte le interazioni umane come imprecise, incompiute, imperfette e, come tali, impossibili da esplicare completamente. Molta arte, credo, trae il suo potere da questa difficoltà. Quindi, in un certo senso, è una buona cosa. Questi ostacoli comunicativi sono i suoi ingredienti naturali, ci spingono a cercare modi diversi di trasmettere il messaggio e riceverlo. “La frattura” affronta il tema della ricerca di una comunicazione più profonda e onesta. Come per molte altre cose nella vita – dal tentativo di trovare un senso agli eventi insoliti che ci accadono ogni giorno, alla ricerca di risposte a importanti domande filosofiche – è impossibile arrivare alla comunicazione perfetta, ma ciò non dovrebbe impedirci di perseguirla. È nella nostra natura.

Ne “La frattura” scrive: «Il pensiero di chi ha trascorso l’intera infanzia circondato dal grigio non è paragonabile ad altro». Ne sa qualcosa?
Mi riferivo a persone cresciute in un ambiente pieno di pietre, in montagna o in riva al mare, dove non c’è molto suolo, dove la vita è dura e la terra secca. Al contrario delle persone delle ricche valli della Serbia centrale per esempio, piene di pascoli e foreste, con l’agricoltura e i prodotti che ne derivano. Le persone cresciute in una terra ostile e aspra in seguito apprezzano di più i doni della vita, perché ricordano com’era la vita prima di averli. Apprezzano il colore, perché hanno passato troppo tempo nel grigio.

L’infanzia nella ex Jugoslavia era grigia o a colori?
Stiano ancora imparando quanto fossero diversi i nostri colori dai colori e dalle sfumature di altre città e paesi europei negli ultimi decenni o nel secolo scorso. A parte le persone che hanno avuto la possibilità di viaggiare, conoscere altre culture e correggere la loro opinione in merito alla nostra posizione nel più ampio contesto della regione e dell’Europa; la maggior parte di noi non ha avuto, e ancora non ha, punti di riferimento: non sappiamo con cosa o con chi confrontarci, e nemmeno come farlo. Non abbiamo gli strumenti. Si può, naturalmente, sempre dare la colpa ai media ufficiali e alla propaganda della nostra storia recente, ma credo sia qualcosa di più: una sorta di egocentrismo storico e/o culturale che ci impedisce di considerare la nostra posizione politica, geografica, culturale ed economica sotto una luce realistica. Per molti versi siamo ancora un paese, o anche una regione, che vive sommersa dai miti del suo glorioso passato e dalle sue manie di grandezza. Siamo così pieni di storia che non resta molto spazio per il presente o il futuro. Le generazioni più giovani potrebbero avere la possibilità di staccarsi da questo incantato circolo vizioso del passato: speriamo sfruttino questa opportunità e portino qualche cambiamento per tutti noi.

È nato in Bosnia-Erzegovina nel 1978, è vissuto in Bosnia, Croazia e Montenegro, e attualmente vive a Belgrado, in Serbia: sente di aver vissuto in quattro paesi diversi o in uno soltanto?
I miei genitori adoravano il loro paese, la Jugoslavia, e la loro idea era di attraversarlo e vivere in quanti più luoghi possibile. Preferibilmente lungo la costa: tutti in famiglia amiamo il mare. E ci siamo quasi riusciti. Ma poi è iniziata la guerra e ci siamo trasferiti dalla Croazia alla Bosnia. Poi la guerra è iniziata lì, quindi siamo andati dalla Bosnia alla Serbia. Poi la Nato ha bombardato la Serbia. Qualcuno una volta mi ha detto che la guerra sembrava seguirci, che eravamo i suoi messaggeri. È un’idea spaventosa, non mi piace pensarci. Il fatto è che quando cresci in quattro ex repubbliche jugoslave, non appartieni a nessun posto. E non hai sentimenti così forti per la terra, la nazione, la religione, come le persone intorno a te, che non ti vedono come uno di loro. Non del tutto. Quello tra i miei genitori è stato un “matrimonio misto”, mio padre è serbo e mia madre proviene da una famiglia di croati bosniaci, quindi per tutti gli anni Novanta siamo stati persone senza terra. Viviamo in Serbia da anni ormai, ma non credo di appartenere a questo posto più di quanto potrei appartenere a qualsiasi altro. Immagino che tutto quel muoversi abbia avuto questo impatto su di me. Non mi interessano le divisioni territoriali, anzi di più: le detesto. Le discussioni sull’identità in questa regione finiscono troppo spesso in guerra perché io possa affrontarle. In Croazia siamo stati etichettati come “cetnici”, a causa di mio padre, in Serbia eravamo “ustashas”, a causa di mia madre; in Bosnia eravamo entrambi.

Avete mai pensato di abbandonare la regione?
All’inizio degli anni Novanta la mia famiglia prese in considerazione l’idea – molte persone allora lo facevano. Ma uno dei motivi per cui non l’hanno fatto era il sospetto che non sarebbero stati accettati molto meglio neanche in altri luoghi. Se venivano considerati stranieri qui, nell’ex Jugoslavia, sarebbero certamente rimasti stranieri da qualsiasi altra parte. Ma non appartenere a un luogo ha anche i suoi lati positivi: finora ho vissuto in otto città e ho sempre visto questo come un vantaggio.

Cosa rappresentava per lei l’Europa quando era bambino?
Allora l’Europa era, molto più di oggi, divisa in Occidente e Oriente. L’Occidente era il luogo che un giorno potevi voler visitare, un insieme di posti esotici dove tutto doveva essere migliore di qui, perché tutto ciò che veniva da quei paesi sembrava migliore di quello che avevamo. Automobili, giocattoli, musica, film, elettrodomestici da cucina, tutto. Poi c’era la parte orientale, con cui potevo identificarmi di più, e che mi è sempre sembrata noiosa, povera, meno attraente della Jugoslavia. Ci è stato insegnato che noi, come Repubblica federale di Jugoslavia, avevamo tutto ciò di cui avevamo bisogno, che il paese era costruito come un sistema autosufficiente, e forse, per un po’, è stato anche vero: ogni famiglia con un reddito medio era in grado di permettersi un’auto e recarsi al mare in estate. Molte persone del blocco orientale non potevano fare lo stesso. Ci ammiravano per i jeans e le calze di nylon che loro non avevano. Ma, col senno di poi, ti rendi conto che la qualità della nostra vita era generalmente bassa. Quelle macchine non erano comode, quelle località costiere erano rudimentali. Non c’era alcun lusso, la vita era pratica, utilitaristica. Spesso ci vantiamo di trovarci esattamente tra l’Est e l’Ovest, ma ogni confine è solo una linea e bisogna essere molto abili per restare in equilibrio. Abbiamo perso quell’equilibrio più di trent’anni fa e stiamo ancora cercando di rialzarci e stare in piedi.

Come è stata vista l’Europa durante la guerra nei Balcani?
Negli anni Novanta molti qui hanno accusato l’Europa di aver iniziato e sostenuto il bagno di sangue nei Balcani. Si è parlato molto dell’influenza straniera, del fatto che l’Occidente volesse destabilizzare e neo-colonizzare la regione innescando il conflitto. La gente era delusa dall’Europa, credeva che essa – con il pretesto di aiutare a porre fine ai conflitti che hanno avuto luogo dal 1991 in poi – in realtà avesse solo acceso il fuoco e creato un casino ancora più grande. L’Europa ha permesso e partecipato al bombardamento della Serbia nel 1999, e questa è sicuramente una delle cose che le persone qui non dimenticheranno mai. Ma la vita va avanti e il tempo sfuma i bordi della memoria.

Cosa rappresenta oggi l’Europa?
È di nuovo qualcosa a cui rivolgiamo la nostra testa, qualcosa di cui speriamo di diventare parte formalmente e non solo geograficamente. Ma ora che siamo maturati e le nostre opinioni sull’Europa sono un po’ più chiare, si potrebbe dire che siamo più disillusi. L’Europa non è la terra di meraviglie e miracoli della mia giovinezza, probabilmente non lo è mai stata, ma un meccanismo che, con i suoi alti e bassi, funziona piuttosto bene e in cui ci farebbe bene entrare a far parte. Mi rendo conto che il capitalismo globale ha logorato l’ideologia, e capisco perché nei paesi più prosperi della Serbia ci sia un sempre più forte appello romantico per nuovi sistemi ideologi, ma questo non può e non deve essere applicato ai Balcani. Qui stiamo ancora imparando come sbarazzarci delle nostre vecchie ideologie, che hanno portato molta miseria a molte persone. È un processo lento e il risultato è ancora imprevedibile.

Il maggior rischio che crede stia correndo l’Europa?
Lasciare che i paesi diventino ambientazioni di un qualche romanzo post-apocalittico di J.G. Ballard. Abbiamo sempre temuto l’avvicinarsi di un futuro come quello immaginato da Phillip K. Dick. Ma in realtà è Ballard che ha capito bene la direzione in cui stavamo andando, con le sue visioni da incubo di entropia e decadimento. Il capitalismo ha dimostrato di essere un sistema che potrebbe, semplicemente potrebbe, funzionare relativamente bene in circostanze normali e ordinarie, cioè quando tutto va bene; ma quando il treno esce dai binari, come è successo con questa pandemia, tutto inizia a crollare molto rapidamente, a tutti i livelli. Quindi, la domanda che potremmo porci è: questo è davvero il sistema adatto per affrontare un futuro che, ovviamente, ci porrà davanti a sfide difficili?

Proprio a Belgrado le restrizioni per la pandemia hanno acceso proteste che sembravano covare da tempo.
Cercare di determinare quando sono iniziati i problemi può assomigliare a un gioco. Alcuni direbbero l’inizio del XX secolo, quando il re unì serbi e croati nello stesso paese. Alcuni direbbero che è successo dopo la seconda guerra mondiale, con l’ascesa del comunismo, e altri affermerebbero invece che la causa è stata il crollo del comunismo a fine anni Ottanta. Poi c’è stato Milosevic, poi il primo ministro democratico è stato assassinato, e ora ci sono queste persone: ex nazionalisti radicali insieme ai leader di una versione riformata del partito di Milosevic, che lavorano insieme per farci entrare in Europa. Sembra impossibile, e lo è, ma oggigiorno le cose impossibili accadono ogni giorno. Dal Potus (President of the United States, ndr) al covid-19. Le persone qui non sono state felici per molto, molto tempo, e ancora non lo sono, quindi è naturale che ogni tanto una valvola esploda. E ora, con la pandemia e tutto il resto, non c’è da meravigliarsi se quelle valvole iniziano a esplodere tutt’intorno.

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