Film CapitaliIl cielo sopra Lisbona, la città che si ascolta senza guardare

In “Lisbon Story” il regista Wim Wenders celebrò la perla lusitana con una pellicola sull’impossibilità di girare un reportage. Un fonico come uno sciamano coi piccioni appoggiati sull’attrezzatura e le cuffie come corona passeggia tra i vicoli e coglie il suono dello sferragliare dei tram

Lisbon Story. Wim Wenders 1994

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È il 1994 quando gli angeli di Wim Wenders sostano alle porte dell’Atlantico. Fellini è venuto a mancare da un anno e il cinema celebra cent’anni di vita. In “Lisbon Story” si parla anche di questo. Oltre che della città. Paulo Branco, produttore portoghese, aveva pensato a un documentario. Doveva mostrare al mondo la bellezza della città, quell’anno capitale europea della cultura. Ma il film di Wenders racconta l’impossibilità di girare un reportage. Una finzione in forma di realtà. L’oggetto più lontano dallo spot turistico. Nel suo sottrarsi alla celebrazione, “Lisbon Story” si libera delle costrizioni del caso. Limpida e pastello, Lisbona si offre allo spettatore. E lo invita a sé. Anche nell’imbroglio di un titolo che promette una storia del tutto assente. 

Nei primi minuti attraversiamo l’Europa. Un camera-car sancisce l’assenza di frontiere. Tutte i confini sono aperti, «Qualcuno vuole vedere il mio passaporto?», prega l’uomo al volante. A nessuno interessa: «La mia terra, mein heimatland, my home country, ma patrie». Non c’è scarto nelle lingue che si susseguono alla radio.

A guidare è Philip Winter (Rüdiger Vogler), tecnico del suono. Era a Berlino quando l’amico regista Friedrich Monroe (Patrick Bauchau) l’ha invitato in Portogallo. Una cartolina con la mite vista su Lisbona si era poggiata sul tavolo. Accanto un giornale: «Ciao Federico!» e una foto di Fellini.

Philip si mette in viaggio, ma a Lisbona non trova nessuno. La casa del regista è vuota, abitata da pellicole abbandonate. Siamo nel cuore dell’Alfama, il quartiere antico di Lisbona. Ma la città non si interessa alle vicende. Non è Parigi, non è Roma: non cerca spazio nell’immagine. Philip è fonico, più che paesaggi trova vibrazioni. 

Quando Friedrich non compare, Philip decide di mettersi al lavoro. Guarda le riprese dell’amico e inizia a cercarne i suoni. È il suo lavoro: i battelli sul Tago, nelle immagini della vecchia cinepresa a manovella, sono muti. Armato di microfono va a cogliere le sonorità da montare sulle scene. Dallo sferragliare dei tram alle urla del mercato. Sembra uno sciamano, coi piccioni appoggiati sull’attrezzatura e le cuffie come corona.

Nel personaggio di Philip, Wenders sopprime il turismo. Perché “Lisbon Story” è senza panorama. Privata del regista e affidata all’imbroglio delle sonorità, la città lusitana appare una macchia. Si manifesta Pessoa: «ascolto senza guardare, così vedo». Il poeta portoghese traduce il film.

Ma Philip non è solo. Un gruppo di bambini («Siamo la troupe del regista!») lo segue filmando. Si rivolgono all’azione, al sole, ai volti. Tutto quel che appare può essere immagine. La decisione, l’inquadratura, uccide tutto. Per questo Friedrich ha smesso di lavorare, dandosi alla macchia. «Io amo Lisbona, ma puntare una cinepresa è puntare un fucile». Semina per le strade decine di videocamere. Il documentario chiesto da Paulo Branco lo gira il protagonista del film, che diventa un “8½” lusitano.

In una scena Friedrich invita una bambina a collegare suoni e realtà. Indossa le cuffie e chiude gli occhi, mentre il microfono raccoglie l’anima di Lisbona. «Un battello!», «Il fiume!». A volte sbaglia, altre no. Nei suoni la città è vera, anche quando imbroglia.

Come questo film. La presenza dei Madredeus, famoso gruppo portoghese, colloca una volta in più “Lisbon story” nel cuore della capitale. Friedrich si innamora della cantante (Teresa Salgueiro nella parte di se stessa). Wenders posiziona i musicisti in un mondo di mezzo. Tra la realtà di Lisbona e il sogno della musica. «Le piace?» interroga la Salgueiro guardando l’orizzonte dopo aver cantato, «Il fiume o la canzone», chiede lui. Ma nel chiarimento l’errore. Perché «sono un po’ la stessa cosa».

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