Effetto pandemiaLa rivoluzione di Hollywood per inseguire il mondo dello streaming

Cambio ai vertici, riorganizzazioni, tagli e nuova mentalità (dalla Silicon Valley). Così il modello dell’industria sta cambiando per adattarsi ai tempi nuovi

VALERIE MACON / AFP

È già stata battezzata la «grande resa dei conti». O «la settimana che ha cambiato Hollywood per sempre», i giorni in cui il paradigma di un’industria, da tempo in crisi, è saltato in favore di un futuro comunque incerto.

Si tratta, in modo concreto, del riassetto aziendale – avvenuto in forma rapida e spietata – che ai primi di agosto ha rivoluzionato i vertici di due giganti del settore dell’intrattenimento visivo: WarnerMedia e NBCUniversal.

Una svolta che era nell’aria da mesi, se non da anni e che, grazie anche all’accelerazione imposta dalla pandemia, si è concretizzata in poco tempo.

Insieme agli avvicendamenti di personale, alla chiusura di vecchi uffici e settori, si è registrato anche l’ingresso di una nuova cultura aziendale, figlia del digitale – e parente della vicina Silicon Valley – e orientata al mondo dello streaming. Per cui meritocratica, durissima e ipercompetitiva.

Una volta, scrivono con un pizzico di malignità sul New York Times, per i dirigenti di Hollywood la cosa migliore che poteva capitare era essere licenziato: insieme ai bonus ricchissimi, ai manager era concesso tempo per forgiare la propria narrazione dei fatti e trovare un nuovo impiego, a volte anche migliore.

Da agosto 2020 quell’epoca è tramontata. Nel giro di pochi giorni WarnerMedia ha eliminato centinaia di posti di lavoro, a ogni livello.

Tra le eminenze è stato licenziato Bob Greenblatt, presidente della WarnerMedia Entertainment (lo ha scoperto dalle news), insieme a Jeffrey Schlesinger, che presiedeva alle licenze internazionali e a Kevin Reilly, direttore del reparto contenuti per HBO Max e presidente di TNT, TBS e truTV.

È lui che parla di «resa dei conti» (lo fa con l’Hollywood Reporter), dilungandosi in una analisi dell’accaduto il più equanime possibile: «Sono dieci anni e passa che il sistema si reggeva sui profitti trimestrali generati dagli stessi paradigmi. Era da poco che avevamo cominciato ad affacciarci in modo significativo alla nuova era. Adesso, con la pandemia che ha scombinato tutto, no ci sarà né un settore né un ufficio che potrà dire “Sono tranquillo”».

Tradotto in termini pratici, il cammino verso il nuovo mondo digitale, il cui modello rimane Netflix, passa per le forche caudine del taglio dei costi.

L’obiettivo è creare più programmi con meno revenue e molto meno personale a disposizione. Il futuro sarà meno ricco per tutti, basato su streaming, prodotti digitali e abbonamenti e seguirà logiche di business molto diverse.

Ci saranno cambiamenti anche dal punto di vista della diversity (i profili dei leader sono stati, finora, tutti bianchi), un elemento che – visti gli interessi economici in ballo – rimane comunque di contorno.

Quello che è significativo, oltre alla riorganizzazione degli uffici, è il cambio di passo della mentalità.

Soccombe la cultura del feudo, l’appartenenza ai circoli chiusi: prevale, con il nuovo amministratore delegato di WarnerMedia Jason Kilar (responsabile di gran parte dei tagli) un approccio in stile Silicon Valley.

Non a caso proviene dal mondo Amazon – di cui ha assorbito la cultura aziendale – e subito dopo, da sei anni alla guida di Hulu, la piattaforma di streaming che, nei suoi progetti, doveva diventare una macchina per dritti a raccogliere gli spettatori. I dissidi con gli studios, che erano i finanziatori del progetto, divennero più concreti proprio nella fase finale della sua permanenza, quando si era cominciato a parlare in modo serio di produzioni originali.

Adesso è alla guida di un gigante – dalla CNN alla HBO, passando per i film, i prodotti televisivi e la televisione via cavo, ormai in via di dissoluzione ma che macina ancora utili – cui ha impresso una svolta decisa (sarà anche decisiva?).

Tra le sue azioni c’è la promozione di Ann Sarnoff a capo del gruppo Studios e Network, che si occuperà di rilevare alcuni dei compiti di Greenblatt. Anche lei – ed è importante – ha una carriera estranea alla logica dei club.

Come spiega lui stesso al New York Times, si tratta di passare da una «visione da commercio all’ingrosso a una da retailer», che è un altro modo per dire che non è più l’era delle grandi produzioni bensì quella di uno streaming user-friendly basato sulle sottoscrizioni. Il cambiamento, ancora sottotraccia, è avviato in maniera inesorabile.

Lo ha scoperto, suo malgrado, anche Paul Telegdy, ex presidente di NBC Entertainment, che è stato allontanato dall’azienda in una operazione di riorganizzazione molto profonda. Di fatto il suo ruolo (e quindi anche il suo potere) è stato cancellato e non ci saranno sostituiti. La sua funzione verrà redistribuita (anche se non è ancora chiaro come) secondo nuove linee di gestione.

In tutto questo, rimane una domanda, anzi due: riuscirà l’industria dell’intrattenimento a cambiare pelle? Ma soprattutto: è la scelta giusta da fare? Il modello Netflix, si fa notare da più parti, funziona ma non genera in proporzione gli stessi ritorni.

Il dubbio rimane, segreto e inespresso, nella mente di molti. Cui se ne aggiunge un terzo: i contenuti manterranno lo stesso livello di qualità? Loro giurano di sì. Ma la risposta, come per le altre due domande, arriverà solo tra qualche anno.

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